
Da subito, fu evidente agli occhi del mondo che si trattava di una scoperta straordinaria e di immenso valore. I Carabinieri estrassero dalla sabbia le due statue il 20 agosto con un sistema
di palloni gonfiati a gas. I bronzi vennero ripuliti a Firenze. Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini ne fu talmente affascinato tanto da volerli esporre al Quirinale nel 1980. Poi tornarono a Reggio Calabria, dove hanno trovato collocazione presso il Museo Nazionale della Magna Grecia. Oggi, come sappiamo, si trovano in una sala di Palazzo Campanella, sede del Consiglio Regionale della Calabria, dove sono stati sottoposti a un nuovo intervento di restauro aperto al pubblico. Quando il Museo, nel frattempo in ristrutturazione, sarà completato, potranno tornare finalmente a casa. Di recente, il Cipe ha sbloccato i fondi per terminare palazzo Piacentini, sede del Museo, e, con un’ulteriore somma messa a disposizione dalla Regione Calabria, sarà possibile finire anche l’allestimento. La riapertura è prevista, infatti, secondo quanto riferito dal Governatore Scopelliti, tra la fine dell’anno e la prossima primavera.
”Stiamo preparando la casa dei Bronzi, grande simbolo della civiltà occidentale, che la Calabria ha l’onore di custodire e l’onere di valorizzare” ha riferito pochi giorni fa all’Adnkronos l’Assessore Regionale alla Cultura Mario Caligiuri.
Ma cos’è che rende queste due statue così straordinarie? Si tratta, innanzitutto, di guerrieri “uno dei quali” – ha scritto per Strill.it il Professore Daniele Castrizio – “il Bronzo B, era un comandante militare (stratego, re o tiranno). Il sistema iconografico antico è
completamente rispettato: le statue sono nude perché si tratta di eroi venerati con culti e sacrifici; hanno ciascuna un elmo corinzio, una lancia ed uno scudo perché sono dei guerrieri; il Bronzo B ha una cuffia, chiamata in antico ‘kynè’, perché è investito del comando militare. Pur se rimaste esposte per almeno 600 anni e sottoposte a restauro nel II sec. d.C.” – prosegue Castrizio – “le due statue non hanno avuto delle repliche in marmo o bronzo, ma sono state utilizzate come modello per una classe di sarcofagi attici in cui è visibile il duello tra Eteocle e Polinice, invano divisi dalla loro madre Giocasta. L’originale è una famosa opera di Pitagora di Reggio, il più grande scultore greco della prima metà del V sec. a. C., di cui parla il retore Taziano il Siro, vissuto alla metà del II sec. d.C. La somiglianza è tanta che nei sarcofagi attici si vede ancora la smorfia di disprezzo che caratterizza la figura del giovane Polinice, uguale a quella del Bronzo A. Anche la versione del mito è magnogreca, perché era stato il grande poeta Stesicoro di Metauro (Gioia Tauro) a cantare che Giocasta aveva tentato di frapporsi fra i due fratelli, mentre nella tragedia di Sofocle la moglie e madre di Edipo non regge alla notizia di avere sposato il figlio e si suicida”.
Ma chi era Pitagora di Reggio? “Anche se oggi praticamente sconosciuto” – scrive ancora Castrizio – “Pitagora è stato considerato dalle fonti, fino alla fine dell’Impero Romano
d’Occidente, il più grande artista dell’antichità: discepolo di Clearco di Reggio, famoso per aver realizzato lo Zeus Altissimo nel principale tempio di Sparta, ritenuta dai Greci la prima statua colossale in bronzo mai creata, fu maestro a sua volta di suo nipote Sostrato, con il quale si chiude la cosiddetta ‘Scuola bronzistica di Rhegion’. Recenti acquisizioni” – continua Castrizio – “hanno dimostrato, sulla base di stringenti confronti iconografici, che i due Bronzi erano parte di un gruppo statuario realizzato da Pitagora di Reggio ad Argo, nel Peloponneso. Seguendo questa teoria, il gruppo, denominato nel periodo romano “I fratricidi”, secondo la testimonianza di Taziano (vedi sopra), raffigurava i due figli di Edipo, Eteocle e Polinice, effigiati negli attimi immediatamente precedenti al duello che portò alla loro uccisione reciproca”. I Bronzi, dunque, nonostante siano stati realizzati nel Peloponneso, sono opera di un reggino, anzi, come dice Castrizio, “il più importante artista, scultore e bronzista reggino”.
Per celebrare il quarantennale del ritrovamento delle due statue, a Riace è stato organizzato un convegno dal titolo provocatorio ”Due Bronzi da quarant’anni tra i piedi”. Uno dei relatori sarà Giuseppe Braghò, studioso delle due opere e autore di alcune inchieste sull’argomento. ”I Bronzi” – dice Braghò – “sembrano un impaccio piuttosto che una gioia. Non sono stati gestiti bene in passato, a causa dell’immobilismo della vecchia Soprintendenza per 25 anni. Solo ora iniziano a esserlo con l’ultimo restauro. Non hanno mai reso, comunque, come avrebbero dovuto”.
Il Sindaco di Riace, Mimmo Lucano, ha criticato, proprio in questi giorni, il modo in cui sono stati ‘gestiti’ i Bronzi in 40 anni. ”Riace e’ stata depredata delle sue statue. Il turismo che doveva scatenarsi non si è sviluppato. Non credo” – ha aggiunto – “che ciò avverrà adesso. Ho grande rispetto per le statue, che sono di indubbio valore storico. Ma, oltre al restauro, non si è più investito su nulla”.
Amati, odiati, spostati, usati per giocare a pari e dispari (!), ignorati (soprattutto dai reggini) e oggi quasi restaurati, i Bronzi di Riace, dopo 40 anni, ne hanno passate di cotte e di crude.
La speranza è che, una volta riaperto il Museo Nazionale, un’orda alla Gengis Khan invada la sala riservata ai Bronzi. Un’orda però, composta in maggioranza da reggini, i quali, spesso, non disdegnano di affermare (a volte quasi sghignazzando) di non aver mai visto i Bronzi o, peggio ancora, rimangono indifferenti rispetto alla loro bellezza.
Una bellezza tutta nostra (vedi Pitagora di Reggio eh?), da mantenere e valorizzare ‘hic et nunc’.
Una domanda: ce la siamo meritata in questi 40 anni?




