
di Paride Leporace* – Le celebrazioni per il ventennale del terribile omicidio di Lamezia Terme nel quale rimasero uccisi il 4 gennaio del 1992 il sovrintendente Salvatore Aversa e
la moglie Lucia Precenzano si sono consumate con una toccante omelia di rito, una corona d’alloro e molta retorica di routine. Nessun dibattito pubblico per far buona memoria su una devastante storia che in passato ha avuto pochi cronisti fuori dalla truppa velinara a sostenere quei penalisti che insieme ai soliti eretici tentavano un ragionamento sullo strame del diritto. Qualche nome a futura memoria merita di essere ricordato: Totò Delfino, Armando Veneto, Peppe Mazzotta, Pasquino Crupi, Franco Piperno.
A Lamezia Terme quella sera erano le 18,30 quando nell’aria vacanziera che aspetta l’Epifania e all’orario del passeggio esplosero trenta colpi secchi e distinti in Via dei Campioni del mondo, il toponimo trasgressivo luogo dell’eccidio in pieno centro. Il poliziotto-mastino contro le feroci cosche locali insieme alla moglie uccisi senza pietà mentre vanno a comprare la calza ai figli grandi. Mai vista tanta belluina vendetta. Sconcerto in una città che pur aveva visto ammazzare poco tempo prima due poveri netturbini estranei alle cosche e Mastrosso. Tra i colpi mortali scambiati per mortaretti, con il tradizionale “un vidi e nun sacciu”, ecco il colpo di scena. La Calabria si riscattava dalle tenebre. Una supertestimone senza macchia e senza paura rivelava spontaneamente i nomi degli assassini. Rosetta Cerminara diventava l’eroina di Calabria per oltre un decennio. La donna ha visto i killer sparare. I Malacarne li conosce, si chiamano Giuseppe Rizzardi e Renato Molinaro. Nell’eccitazione generale nessuno valuta il fatto che Molinaro è stato l’ex di Rosetta. Anzi. E’, questo, elemento di ulteriore eroismo femminista. Rosetta sale sul piedistallo e nessuno si accorge che la bilancia della Giustizia può anche pendere dalla parte sbagliata. Il presidente della Repubblica, ex magistrato che ha anche deciso condanne a morte, assegna una medaglia d’oro a Rosetta antimafia, dimenticando che esistono tre gradi di giudizio. La narrazione prende una piega bugiarda. Il grande inquisitore Luciano Violante scrive versi di fede civile per Rosetta. Persino il monumentale Caponnetto va nelle scuole a raccontare ai giovani questa pedagogica vicenda molto sciasciana di Rosetta che voleva fare il magistrato. Un pessimo telefilm dell’emergenza: a Rizzardi i giudici, dopo due anni di galera preventiva, infliggono l’ergastolo al presunto killer.A Molinari, l’ex di Rosetta, un quarto di secolo di carcere duro come palo. Sulle colline di Arcavacata una celebre sociologa allieva di Adorno eleborava discutibili teorie femministe sulla novella Marianna antindrina. Nel best seller di successo “Le donne, la mafia” si puo ancora leggere il capitolo: “Rosetta Cerminara, una storia esemplare”. Veramente esemplare. Rizzardi e Molinari trovarono bravi avvocati. Non si arresero alla sentenza preordinata. In quel processo finito a condanna si contarono omissioni, sottrazioni di documenti, occultamenti. Un poliziotto molto amico di Aversa, trasferito da Lamezia, diffida delle versioni ufficiali. Rosetta diventa testimone di giustizia, protetta dallo Stato, dotata di nuova identità, ha soldi ed è trasferita in località nascosta. Ai processi sarà ripresa dalle tv sempre di spalle con una parrucca.
Una storia maledetta, quella degli Aversa.
E’ San Giuseppe e sono il primo cronista che arriva con un cameraman nel piccolo cimitero di Castrolibero dove mi hanno soffiato che nella notte, a due mesi dall’omicidio, qualcuno si è preso la briga di violare la tomba del sovrintendente per marcare meglio lo sgarro. Poche ore dopo l’intero circo mediatico nazionale è nel paese natio del poliziotto ucciso per attendere il picconatore Cossiga che viene ad inginocchiarsi davanti al sacrario violato.
E’ il giorno di San Pietro quando nel comando dei carabinieri bruzio ci mostrano le foto di due tossici cosentini che un pentito di terza fila ha indicato come esecutori materiali dell’oltraggio; sconteranno ingiustamente un anno di carcere prima di essere assolti da una Corte d’Appello.
Un’altra Corte d’Appello guarda meglio gli atti, valuta con circospezione testimonianze e assolve Rizzardi e Molinaro. Rosetta è una bugiarda. La ragazza che telefonò al figlio della memoria storica del commissario di Lamezia forse si è vendicata di un fidanzato che non l’amava. Le femministe avevano altre teorie più classiche su cui ragionare. Ma come in un romanzo di Balzac l’appendice di questa storia ha effetti imprevedibili e i collaboratori che dalla loro viva voce confessano e parlano dialetto pugliese raccontano l’imprevedibile a magistrati che indagano su altro. Stefano Speciale e Salvatore Chirico, due piccoli pesci della Sacra Corona Unita, si accusano in una Procura lontana dell’omicidio Aversa. Dovevano dei soldi alle ‘ndrine della zona e hanno ucciso: il prezzo della vita del maresciallo e di sua moglie valeva 60 milioni. La decisione di ucciderlo, secondo quanto riferito dai collaboratori di giustizia, era stata avallata dai vertici della ‘ndrangheta. Il sovrintendente aveva preso di mira ogni componente dei clan, non dava tregua. L’omicidio sarebbe stato una lezione esemplare per punire l’arroganza di un investigatore che usava metodi forti anche con le donne dei boss, nessun privilegio per loro, capaci di prendere il comando quando i loro uomini finivano in galera. Da qui la decisione di trucidare anche la moglie del poliziotto: altre riflessioni mancate per femministe, sociologhe e professioniste dei seminari sulla legalità nelle scuole. Anche Renato Molinaro finisce male: ucciso da una capsula di cocaina che ingerisce in una caserma cercando di non farsi incastrare. I suoi parenti saranno risarciti dalla falsa testimone. Rosetta l’eroina che ha dovuto restituire i soldi allo Stato e l’onore alla memoria non sappiamo dove sia. Vent’anni dopo non serviva un’omelia moralistica e la politica politicante di chi ha spesso messo Lamezia nell’angolo. Serviva analisi e autocritica. Riconoscere errori e sofferenze. Attribuire riconoscenze e capire contesto. Saper dire e dare a ciascuno il suo. Ma in Calabria oggi, purtroppo, non è tempo di Sciascia. Tranne che per i quaquaraquà
*direttore de “Il quotidiano della Basilicata”




