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Memorie – Dieci anni senza Italo

9 Dicembre 2011
in Memorie
Tempo di lettura: 3 minuti
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italofalcomata

di Giusva Branca – Non era immaginabile una città senza di lui. Lui che era comunque lanciato verso mete assai più ambiziose, lui che incarnava l’uomo nuovo individuato dai vertici della sinistra nazionale

per vestire i panni di quel leader mai più trovato.
Lui, il Sindaco Falcomatà, per molti Italo, per tutti “il professore”, se ne andava esattamente dieci anni fa. Se ne andava con una morigeratezza di modi, come il lieve scivolare di una carezza sul viso. Lui che di carezze, vere e figurate, ne aveva dispensate tante nei suoi otto anni di sindacatura, riusciva a tramutare anche l’estremo atto, quello finale, quello che dovrebbe essere solo personalissimo, in un atto di amore per la città.
Aveva cominciato a farlo esattamente cinque mesi prima, quella mattina del 13 luglio, quando – attraverso quella stessa Roto San Giorgio prima e dopo spesso umiliata da comunicati di consiglieri vuoti come i comunicati stessi – svelava alla città il suo stato e, tra le righe, il suo destino.
Lo faceva senza indulgere neppure per un attimo in una autocommiserazione che sarebbe comunque stata umanamente comprensibile.
Il suo riferimento alla “preparazione ad uscire dalla mia vita, da quella della mia famiglia e della mia città” lascia di ghiaccio chi legge, oggi come allora.
Eppure Italo dispensava ancora serenità e forza, riusciva a regalare un pensiero a “una bimbetta di circa tre anni che oggi lasciava il reparto definitivamente e che è venuta a trovarmi in braccio al padre. Ha lottato pure lei” – scriveva Italo – “e io la guardavo ‘con gli occhi incerti tra il sorriso e il pianto’ “.
Ecco, dopo dieci anni possiamo dire che ciò di cui si è sentita la mancanza in maniera totale è stato proprio il suo modo di gestire i rapporti, ma anche di indirizzare le dinamiche che l’agone politico spesso porta ben oltre un’asticella che, comunque, nell’interesse collettivo, non può mai essere superata.
La sua capacità di fare squadra, di risvegliare un senso di appartenenza verso la città calpestato da decenni di oblio, il suo equilibrio hanno rappresentato gli elementi costitutivi di quella straordinaria umanità che non ne ha mai abbandonato l’operato, nei momenti più bui ed in quelli nei quali la primavera sbocciava, quando c’era da fare la faccia dura e la voce grossa e quando era necessario fare sfoggio delle più sottili arti diplomatiche.
“Io non mi piegherò” – scriveva Italo il 13 luglio – “ma tu, Dio mio, dammi il coraggio di affrontare la sera con tutti i suoi ‘Mi ritorni in mente bella come sei, bella come mai…’ “.
E quando si arrese, l’11 dicembre del 2001, sia pure dopo aver strenuamente combattuto fino alla fine, dopo essere apparso in situazioni pubbliche (anche operative) evidentemente provato nel fisico ma ancora caratterizzato da una straordinaria forza d’animo che – paradossalmente – trasmetteva serenità ai cittadini angosciati per il suo stato di salute, lasciò una città annichilita.
Reggio fu sorpresa come Cenerentola a mezzanotte, quando il sogno svanisce e la carrozza torna zucca.
E fu silenzio e furono lacrime.
Lacrime continue, discrete come Italo, insistenti e mai volgari, come la pioggia di quei giorni, come il cielo plumbeo che fece da cornice al suo funerale, in Cattedrale, in una piazza Duomo stracolma di persone, al pari delle vie circostanti, nelle quali le decine di migliaia di cittadini potevano ascoltare omelia ed interventi attraverso degli altoparlanti.
Di quelle ore chi c’era ricorda l’assordante silenzio, la mestizia che trionfava nelle anime della gente semplice, quella gente verso la quale, in otto anni, Italo aveva sempre avuto e manifestato attenzione, riguardo, rispetto.
E in quel suo “Reggini”, col quale, in maniera secca, incisiva, inequivoca, carica di significati, cinque mesi prima Italo apriva la lettera alla città c’era tutto; c’era il suo modo di interpretare la città stessa, di farla vivere, in qualche caso di rianimarla, avendo cura delle sue parti più delicate, più fragili, trattate con la medesima cura che si ha appoggiando sul cuscino un neonato o porgendo la mano ad un anziano per aiutarlo ad alzarsi.
E di un po’ di quella umanità, della forza d’animo e di spirito che ti da la forza di resistere alle provocazioni, di quello straordinario equilibrio marchiato da solidarietà sociale e orgoglio dell’appartenenza oggi ce ne sarebbe bisogno come il pane.
Ma, in termini di esame di coscienza, in tanti (a destra e a sinistra) di coloro i quali hanno calcato la scena pubblica in questi due lustri dovrebbero chiedersi quante volte hanno tradito il messaggio  non politico o amministrativo – giacchè in questi campi ciascuno segna una linea propria e, in definitiva, ogni botte da il vino che ha –  ma etico-morale, l’eredità di spirito di Italo.
Dieci anni senza Italo.
Dieci anni di tradimenti.

Il ricordo di Italo nei cuori della gente. Guarda il video

 

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