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    Il caso del senatore Caridi. Non esistono certezze uniche, verità assolute, né in Chiesa, né in un Partito e nemmeno in Tribunale

    I cittadini onesti di questa città non posson che essere al fianco dei magistrati sostenerli nelle loro attività di indagine sulle responsabilità relative alle nefandezze del sistema politico-mafioso-massonico che coinvolge, governa e affossa da sempre i diversi ambienti della società reggina.
    Ciò premesso. La lettura che i media hanno offerto sul caso del senatore Antonio Caridi suscita alcune breve riflessioni. Un comune denominatore appare emergere nelle pagine stampate e dei social: quello secondo cui l’attività dei PM sia giusta a prescindere (per definizione) nell’avviata irreversibile giusta sacrosanta battaglia per la legalità in città.
    Le garanzie e la presunzione di innocenza? Quelle si fatica a scovarle, sembrano svanite e parlarne sa pure di retro’ e puzza di stantio. Voce e spazio invece, nel faccia a faccia quotidiano e sul web, a vene e spinte giustizialiste tornate di gran moda. Il garantismo, diceva Charles Fourier, è il presidio di una società che crede nella Giustizia quale valore superiore, di una società sensibile alla tutela delle garanzie Costituzionali.
    Esserlo (garantista) credo voglia dire spendersi per la tutela dell’individuo sottoposto ad azione giudiziaria.
    Assumere posizioni “giustizialiste”, di contro, non è come si pensa difendere la legalità senza se e senza ma, quanto piuttosto al contrario remare contro le regole e i principi che si è dato lo Stato di Diritto. Usare, come da più parti è stato fatto, l’avviso di garanzia, l’ipotesi investigativa, l’ordine di custodia come se fossero una sentenza di condanna definitiva, perchè in fondo posson servire a battere l’avversario politico, è la barbarie, profondamente deleterio per la convivenza democratica e non degno di una società civile.
    Ci sono uomini dello Stato, che svolgono con equilibrio il lavoro di magistrati. Ci sono e ci sono stati magistrati, simbolo, eroi della lotta alla criminalità organizzata. Li abbiamo anche nella Procura e nella Dda di Reggio Calabria. A questo occorre aggiungere, ed esser consapevoli credo, che anche i magistrati sono uomini e donne, semplicemente umani, con la possibilità di sbagliare. Come tutti noi sbagliamo, in piccolo e in grande, in famiglia e nel lavoro, magari nell’educare i figli o nell’adempiere al proprio dovere d’ufficio. Insomma l’errore è umano e anche l’errore giudiziario lo è.
    Non esistono certezze uniche, verità assolute, né in Chiesa, né nei Partiti o Movimenti politici e nemmeno nei Tribunali e nelle loro Procure.
    Se ciò è vero e condivisibile dunque la Politica, la Magistratura, i Media, i Cittadini non posson non assumere la “presunzione di innocenza” come regola massima, stella polare che orienta verso una Giustizia autentica che opera, nel perseguimento della verità e della legalità, serenamente a tutela dei diritti della persona. Se prevale la mancanza di presunzione d’innocenza ad innescarsi è il circuito mediatico-giudiziario. Gli effetti e i risultati sono di vero tritacarne. Le conseguenze sono di morte (civile) della persona, annientamento dei suoi diritti fondamentali, sanciti nella nostra Costituzione, distruzione dei valori essenziali di qualsiasi forma di convivenza civile e democratica della nostra comunità“.

    F. D’Amato