Riceviamo e pubblichiamo
Egr Direttore,
ho letto il suo editoriale “Salvate il soldato Arena” e, francamente, non lo capisco. Problema
mio, potrà pensare lei. Forse, ma credo che siamo in tanti ormai a non capire più il senso compiuto delle cose, al di là delle interpretazioni e delle strumentalizzazioni.
Lei sostiene che Reggio è sfinita dall’immobilismo, ma l’immobilismo è un effetto, non una causa.
Io non salvo il soldato Arena.
Perché Arena non è un soldato: colonnello prima e generale adesso, lui è espressione del prima e del dopo e non c’è nessuno, né a Reggio, né a Roma, che può delegittimare Arena più di se stesso.
Lei, Direttore, più volte lo ha esortato ad uno scatto d’orgoglio, ad un segno di discontinuità che poteva significare, al tempo stesso, una legittimazione personale come vero Sindaco di questa città, ma tutto ciò non è mai avvenuto ed è come se Arena non fosse mai stato eletto. A guidare la città c’è un modello.
I poteri che potrebbero essergli tolti in caso di commissariamento sono poteri che lui ha già perso, perché non ha mai voluto la libertà di esercitarli.
Io non salvo il soldato Arena.
Perché i toni degli ultimi giorni non sono quelli di chi ha l’autorevolezza per guidare con la necessaria pacatezza una comunità in un momento difficile, ma solo di chi vuole esercitare una temporanea autorità facendosi coprire le spalle da una schiera di soldatini di pezza.
Io non salvo il soldato Arena.
Perché un Sindaco salva la sua città con i fatti e non con i manifesti. E se non può farlo, se è troppo difficile, se c’è qualcosa di troppo grande e di troppo sbagliato, deve avere il coraggio di dirlo, deve avere la forza di parlare con il cuore e comunicare i suoi dubbi più grandi, le sue paure. Deve anche avere il coraggio di dire che non ne ha il coraggio.
Solo allora sarà il Sindaco di Reggio. Solo allora sarà un Generale che tutti i soldati vorrebbero salvare.
Un cittadino qualunque




