Il 28 Dicembre u.s. , è stato il tristissimo centenario di un avvenimento terribile che ha costituito una specie di spartiacque per il nostro territorio. Non vi sono più testimoni viventi di quell’evento, ma quella memoria è impressa nei cromosomi di ognuno di noi come una tara, come un segno quasi visibile. E’ realmente passato un intero secolo da quel 28 Dicembre 1908, quando alle 5,21 di un freddissimo mattino avvolto ancora dalla notte, si abbattè sulle due città sorelle dello stretto, Reggio e Messina, uno dei più catastrofici terremoti mai verificatisi. La prima, interminabile scossa, di ben 37 secondi, rase praticamente al suolo quasi tutte le case e i palazzi. Altre scosse si susseguirono completando un’opera di distruzione biblica come mai si era vista. Queste terre avevano già subito altri rovinosi terremoti, il più famoso dei quali avvenuto il 7 Febbraio 1783, il Ludum Magnum, ma nulla era mai stato paragonabile a questo spaventoso disastro. C’era stato una importante avvisaglia con il sisma dell’8 Settembre 1905 e per un certo periodo, a seguire da quella data, la paura di possibili eventi sismici aveva tenuto in allarme le popolazioni locali. Ma quel 28 Dicembre era giunto inaspettato. Le due città, Reggio e Messina, per motivi diversi, avevano vissuto la giornata precedente, il 27, in un clima festoso. A Messina si era trascorsa una serata tranquilla, al Teatro si dava la prima dell’Aida e si festeggiava inoltre la festa di Santa Barbara, mentre a Reggio ci si compiaceva del nuovo impianto a gas di illuminazione stradale , inaugurato solo il giorno precedente e considerato uno dei sistemi più moderni dell’epoca. Nella livida luce dell’alba invernale la terra tremò: scosse di immane potenza si susseguirono per trentasette interminabili secondi. Immediatamente dopo, in un surreale silenzio, un rombo sordo che sembrava venire dal fondo del mare. In rapida successione le gigantesche ondate del maremoto investirono le città devastate dal sisma. Recenti studi confermano alcune tesi che già da tempo sono portate avanti da studiosi del settore. Il maremoto non fu causato in modo diretto dal sisma, bensì in modo indiretto, a causa di una frana sottomarina nel messinese jonico: infatti l’unica area in cui le onde raggiunsero i 15 metri di altezza fu il Reggino jonico e la costa di Pellaro. Sparì il porto, le barche furono scagliate sopra le macerie dei palazzi. Scomparirono la stazione e i binari, crollarono abitazioni e imponenti edifici. Tra le macerie decine di migliaia di abitanti furono sepolti vivi, intrappolati accanto ai morti. Lo tsunami devastò in particolare Messina, adagiata sul piano, mentre Reggio, inerpicata sui promontori fu parzialmente risparmiata da questa altra piaga. Il numero esatto dei morti non si conobbe mai. Tra coloro che perirono subito e coloro che morirono nei giorni successivi, il triste conteggio si assestò almeno a 100.000 vittime.
Una delle più significative testimonianze della gravità dell’accaduto, venne puntigliosamente annotata dal personale di servizio all’Osservatorio Ximeniano di Firenze “ Stamani, alle 5,21 antimeridiane, gli strumenti dell’Osservatorio hanno registrato una impressionante ed inusuale attività sismica proveniente dal Sud Italia. Le ampiezze dei tracciati sono state così grandi che non sono entrate nei cilindri: misurano oltre 40 centimetri. Da qualche parte sta succedendo qualcosa di grave.”
Era praticamente l’Apocalisse. Poco o nulla era rimasto in piedi. Le due città e le intere provincie furono azzerate in termini di costruzioni con numero di vittime elevatissimo. Era di gran lunga il fenomeno più catastrofico mai verificatosi non solo in quelle zone, ma praticamente a livello continentale. La scala Mercalli che classificava l’intensità degli eventi sismici e che prevedeva il X° come grado più alto dovette essere aggiornata ed elevata fino al grado XII°.
Lo scenario che si presentò agli occhi dei soccorritori che arrivarono per primi, gli equipaggi delle navi alla fonda nei porti, fu terrificante. Uno dei più famosi telegrammi che convulsamente trasmisero le notizie del disastro diede appena una parvenza della gravità degli avvenimenti
“ Reggio e Messina distrutte. Ogni soccorso sarà insufficiente”
Per qualche tempo, a Messina era circolata una diceria, secondo la quale poche ore prima del sisma, una donna della provincia, aveva inveito contro i giudici che le avevano condannato il figlio alla galera, maledicendoli ed aveva invocato una punizione divina per tutta la popolazione.
Nei centri suburbani la catastrofe fu ancora più grave. Le costruzioni, infatti, erano strutturate così debolmente da crollare implodendo su se stesse e causando la morte di coloro che vi risiedevano. In molte delle periferie , i soccorsi arrivarono con così tanti giorni di ritardo che le vittime dovettero essere inumate spesso in fosse comuni e parecchie di loro non ebbero mai più un nome o una indicazione. Solo ricerche effettuate molti anni più tardi, e che si avvalsero di quelli che erano gli unici indici più o meno aggiornati, vale a dire i registri parrocchiali, ricostruirono in qualche modo gli avvenimenti nei centri rurali, ed il numero delle vittime e dei feriti fu costantemente aggiornato. Una delle più prestigiose firme del giornalismo dell’epoca, Renato Simoni, scriveva per il Corriere della Sera il 1° Gennaio 1909
“ I morti non soffrono più. Il freddo non li travaglia, la fame non li uncina, la sete non li esaspera. Giacciono rigidi in pace, a mille, a mille, a mille. Sono morte spoglie, non san più nulla, non chiedono più nulla. Aspettano solo un poco di terra che li ricopra, una croce di legno. I superstiti si aggirano seminudi, laceri, col pallore sul viso e l’orrore nelle orbite. Altri fuggono via. Si riconoscono, si parlano e si contano. Le reliquie della famiglie si raccolgono. Con questa tragedia nell’anima i nuovi zingari della sventura portano per il mondo i brandelli della loro esistenza. Nessuna speranza hanno più. “
In questa melassa di tragici avvenimenti si fusero episodi di dolore, di eroismo e di sciacallaggio, di errori, di abusi e di manchevolezze. La ricostruzione che cominciò quasi subito si trascinò per interi decenni, come buon uso e tragicomica regola per vicende luttuose come questa. Ad un secolo di distanza molto è stato fatto e, paradossalmente, molto resta ancora da fare. Qualche anno fa lessi un piccolo volumetto sul terremoto dello Stretto del 1908, scritto da un inglese di cui non ricordo il nome. Mi colpì la didascalia che accompagnava il titolo del volumetto “ Il terremoto Calabro-Siculo del 1908, che cambiò l’Italia, non gli italiani”
Biagio D’Agostino




