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    Quando leggere fa male

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    di Enzo Vitale* – A volte leggere fa male. Non nel senso cervantiano, ovvero l’atto del leggere come mallevadore di follia, ma nel senso più banale e quotidiano di una lettura cattiva che non si sarebbe dovuta fare.

    È il caso del libro del sen. Domenico Nania, Koinè Nuove Edizioni, “Il testamento biologico. La terza via”.

    Avuta notizia della sua presentazione – Roma, “Spazio Cremonini al Trevi” – mi son voluto addottorare: non l’avessi mai fatto. Il perno su cui ruota il pensiero di Nania è che “partendo da una prospettiva costituzionale e non laicista o integralista si può trovare il punto d’incontro tra la libertà di decidere dell’individuo e i compiti istituzionali della Repubblica”.

    Falsa, pessima partenza: il termine “laicista”, con disinvolto snaturamento del lessico, è volutamente usato non per indicare “l’atteggiamento ideologico di chi sostiene la piena indipendenza del pensiero e dell’azione politica dei cittadini dall’autorità ecclesiastica” (Il nuovo Zingarelli), bensì un atteggiamento contrario alla Costituzione, fondata sul principio della laicità. Come se non bastasse si equivoca anche con l’uso improprio del termine “eutanasia” che, contrariamente a quanto riportato sui dizionari, per l’autore non significa più “buona morte, morte tranquilla e naturale” (ibidem), bensì “cattiva morte”, se non “omicidio”.

    Andando al sodo, qual è la tesi del sen. Nania? La “terza via” sarebbe quella di bypassare lo scontro ideologico, ossia di cancellare dal ddl in discussione alla Camera il riferimento alla “indisponibilità” della vita e il divieto di rinunciare alla idratazione e alimentazione forzata, e in cambio prevedere che coloro che rifiutano tali trattamenti, che l’autore considera di sostegno vitale, siano dimessi dalle strutture pubbliche e vadano a morire a casa loro.

    Non occorre essere bioeticisti per giudicare una simile proposta che, in soldoni, significa che le cure palliative, ovvero la terapia del dolore per i malati terminali, nelle strutture sanitarie pubbliche non sarebbe più un diritto di tutti i cittadini ma un privilegio di chi accetta anche tutti gli altri trattamenti che gli vengono offerti. Nessuna possibilità di scelta: se il malato terminale non vuol soffrire, se vuole che gli sia praticata la leniterapia, deve accettare di sottoporsi anche all’alimentazione e all’idratazione forzata, prolungando così la sua agonia.

     

     

     

    * – Città Libera

    enzovitale@diarioreggino.it