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    Liberi di scegliere, anche il proprio funerale

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    di Enzo Vitale* – Un laboratorio politico che si titoli Città Libera non può non porsi anche domande che siano comunemente ritenute scomode o politicamente scorrette, quando queste riguardino le libertà civiche. Fra le tante: quale libertà c’è oggi di scegliere il rito con

    cui celebrare il proprio funerale? dove si celebra un funerale civile? cosa si fa quando in una città non esiste una “sala del commiato”? c’è una ritualità consolidata per i funerali civili? esistono dei “cerimonieri laici”? Poste le domande, le risposte sono quantomeno problematiche.

    A disciplinare lo svolgimento dei funerali è un decreto presidenziale che risale al 1990 e che, tra le altre cose, delega ai comuni la stesura di un regolamento per la disciplina della materia sul proprio territorio. Molti municipi però, oltre a non aver istituito la sala per le onoranze, non contemplano neppure la possibilità di un commiato non religioso.

    Nel 2003, col secondo governo Berlusconi, è stato approntato un disegno di legge con l’intento di disciplinare le attività in materia funeraria. Non è stato mai trasformato in legge e, da allora, è calato il silenzio: sì che oggi non esiste una normativa che regolamenti lo svolgimento dei funerali civili. È così che l’ organizzazione di funerali laici per chi non voglia funerali “normali”, ovvero religiosi, è un’impresa disperata nonostante che questa difficoltà organizzativa leda i diritti fondamentali e le libertà personali.

    È sufficiente fare qualche telefonata a caso a pompe funebri e cimiteri su tutto il territorio nazionale: ne risulta non solo l’assoluta ignoranza circa la possibilità di celebrare funerali laici, ma proprio una difficoltà, innanzi tutto culturale, anche solo a concepire un’alternativa al rito religioso. Insomma, nel 2010, organizzare un funerale civile in Italia è una missione (quasi) impossibile, soprattutto al Centro-Sud: nella maggior parte delle città non esiste un luogo dignitoso, spesso si tratta di sale mortuarie minuscole, altre volte di locali fatiscenti. Non v’è alternativa, insomma, al recarsi in chiesa.

    Due testimonianze sul tema. Carlo Giraudo è il cerimoniere del Tempio di Torino, crematorio di fine Ottocento che ospita una bellissima sala del commiato. “Bisogna costruire una cultura funeraria che ancora non c’è. Questo significa riuscire a tradurre un’esigenza di libertà in atti, riti, parole, silenzio, musica; insomma, in una liturgia laica”.

    Marina Sozzi, direttore scientifico della Fondazione Fabretti di Torino, centro di ricerca e documentazione sulla morte e il morire nato nel 1999, è anche docente di Tanatologia Storica alla Facoltà di Lettere di Torino. “Ormai abbastanza spesso, dopo aver celebrato le esequie religiose, si sceglie di compiere anche il rito civile al Tempio. Molti sono i credenti che scelgono il doppio rito: perché non si sentono completamente accompagnati dal solo funerale religioso, come accadeva in passato”.

    Qual è la situazione nella nostra città? È rispettato il diritto del cittadino di scegliere in libertà le modalità del proprio commiato da parenti e amici?

    Domande scomode e impolitiche: ma è giusto che si pongano; ed è doveroso dar loro risposta.

     

     

     

    *Coordinatore Laboratorio Politico Città Libera

    enzovitale@diarioreggino.it