
di Enzo Vitale* – Quali che siano state le polemiche a monte, sulle quali è inutile ricamarci ancora sopra, il Tapis Roulant di via Giudecca è oggi una realtà: sebbene ancora da completare nel suo ultimo e forse più impegnativo tratto, è entrato comunque a far parte di un ordito urbano
in evoluzione verso un disegno strutturale coerente con l’immagine di Reggio Città Metropolitana.
Più che con le altre innovazioni urbanistiche tese a rendere maggiormente fruibili all’uso pedonale gli spazi cittadini, è con il Tapis Roulant che un’idea nuova di città viene offerta all’immaginazione del cittadino e del turista: una città moderna e funzionale che integra la sua storia con il futuro.
Le città cambiano, devono necessariamente cambiare: il senso di una città si forma anche nel suo farsi e disfarsi, nel suo divenire, e le mutazioni, anche se a volte non la migliorano, sono comunque la sua stessa vita. È più semplice, infatti, mantenere e tutelare le testimonianze materiche del passato piuttosto che creare nuove strutture-simbolo, non foss’altro perché la creazione del nuovo comporta sempre l’assunzione di rischi.
E il rischio di sbagliare è insito nella creazione del nuovo: ma la città, che tende sempre a resistere ai cambiamenti, subendoli più che accettandoli, comunque alla fine li assorbe e li metabolizza. Quel lungo serpente tecnologico, che sale dal mare di Villa Genoese Zerbi verso il Monastero della Visitazione sventrando il cuore storico della città, pur essendo un cambiamento un po’ tosto da metabolizzare, alla fine entrerà della visione ordinaria e quotidiana della città.
Un po’ icona di un modo nuovo di intendere la città, ossia come strumento da utilizzare e non solo come bene da tutelare, il Tapis Roulant oggi rappresenta un investimento nel futuro e, sostanzialmente, una scommessa: investimento in un’idea di città strumento di progresso ovvero in un’idea di urbs che faccia crescere la sua civitas; scommessa in un’idea di cittadinanza che sappia sfruttare lo sviluppo materico come strumento di progresso civile.
Tutto è perfettibile: si sarebbero potute preferire delle coperture leggere in tensostruttura con delle porte d’accesso in stile art nouveau. Il rispetto dell’identità dei luoghi, a Reggio rappresentata dal liberty della ricostruzione e della scuola architettonica di Ernesto Basile, avrebbero reso più metabolizzabile la struttura.
È l’unico rimpianto, squisitamente estetico.
*Presidente Fondazione Mediterranea




