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    Siete peggio di Spugna: avete violentato la Calabria, meritate la fucilazione per alto tradimento. E mi fate scrivere le parolacce…

    di Giusva Branca – Ma che vi aspettavate? Che ci aspettavamo?

    E’ vero, la colpa dello stato in cui versano la Calabria e i calabresi è dei calabresi medesimi.
    Per avere accettato e avallato di tutto, nei decenni.
    Ma cosa vi aspettavate esattamente? Un popolo senza una prospettiva, senza una guida, senza un livello socio-economico-assistenziale che sia nemmeno lontanamente alla pari con quello di altri – vicini e lontani – cosa volete che faccia, nel tempo?
    La frustrazione, il regresso dei servizi minimi essenziali, nei lustri, nelle generazioni, rende atavici, quasi ineluttabili nella concezione dei più, fenomeni che vanno dall’emigrazione di massa all’arrangiarsi.
    E in questo arrangiarsi per sopravvivere elevato a sistema, in questo zero di nessun luogo dove costruire il futuro è farlo sulla sabbia, su una terra che da migliaia di anni viene rasa al suolo da calamità naturali e invasioni, in questo posto appeso tra il medioevo e la postmodernità, ogni volta, ogni giorno, si sposta un po’ più in là l’asticella di ciò che è permesso, di ciò che non è possibile oltrepassare.

    Lo si fa da decenni. Lo si fa rispetto a condizioni di vita, a livelli di civismo e dei servizi, lo si fa fino ai margini estremi. “Quando uno ammazza un altro non chiedergli perché” recita un agghiacciante brocardo calabrese e, con questo principio, ogni cosa, sempre più, è stata sdoganata sul piano etico e morale, perché la miseria, la fame, il futuro rubato giustificano ogni cosa, che sia vero o un comodo alibi.
    E più si è abbassato il livello della decenza e più a governare (sic!) uomini e cose sono finiti degli impresentabili, in tutte le categorie, ma tutte tutte, nessuna esclusa, neppure le più insospettabili.

    E i calabresi certo che sono responsabili; lo sono per essersi appiattiti a tutto questo accettando la scorciatoia di Spugna, l’attendente di Capitan Uncino che per un bicchiere in più accetta ogni cosa.
    Lui fa il pirata ma non gli va, del movimento gli importa poco, fa buon viso a cattivo gioco e canta, ubriaco, “e ora ho trovato la giusta via, sono qualcuno in pirateria e questo, ormai, è il mio destino, e se qualcuno mi vuol fermare sono disposto anche a sparare, sono devoto a Capitan Uncino…”
    Ecco, il calabrese medio ha fatto questo; qualcun altro, invece, non piacendogli nulla di quello che accadeva negli anni, si è rifugiato nel guscio di Calimero sperando che, tutto sommato, ne sarebbe stato protetto.
    Ma quando arriva l’onda vera, quella grande, gigantesca, arriva per tutti.

    Ora che abbiamo sistemato i calabresi all’inferno, condannandoli non solo alle pene quotidiane terrene, ma anche alla dannazione eterna, spostiamo un po’ l’attenzione: ma voi, signori scienziati che governate uno Stato (quelli di ora e di 5,10,15, 20 anni fa almeno), cosa diamine vi aspettavate?
    Avreste dovuto avere almeno le palle di chiedere voi, la bella e pulita Italia, la secessione dalla Calabria. E invece, piuttosto che aiutarla, indirizzarla, dare una via alternativa a tutti coloro i quali non intendevano piegarsi al voto per il colluso, corrotto o ignorante di turno pur di vivere, invece di dimostrare che – come dice Gratteri – stare dalla parte dello Stato, dello sviluppo, della morale conviene, ve ne siete bellamente fottuti.

    Siete stati quello che siete: solo degli sciocchi.
    Avete pensato – imbecilli – che siccome la Calabria è la periferia dell’impero, essa potesse essere abbandonata senza conseguenze, non considerando – ignoranti e villani – che la cancrena sale dagli arti.
    E allora l’arto o si ha il coraggio di tagliarlo oppure si deve intervenire per risanarlo.

    E voi no, avete usato la Calabria come un pisciatoio – come direbbe Cateno De Luca, il re di Messina – e adesso vi lamentate che da giù risale un tanfo insopportabile.
    Avete per decenni negato, ignorato la ‘ndrangheta e ora che essa è la padrona assoluta dell’intero Continente andate cercando acqua fresca oppure – sempre meno, ma accade ancora – vi ostinate a negare la sua esistenza nelle vostre ovattate stanze da capitani (di ventura o d’azienda cambia poco); ma è ben chiaro a tutti ormai in mano a chi sia, ad esempio, l’opulenza produttiva del Nord delle imprese, è evidente che se al Nord usassero lo stesso metro di Reggio Calabria relativamente alle interdittive e ai sequestri antindrangheta, a Milano, ad esempio, nemmeno la Madonnina del Duomo resterebbe.

    Ma anche la ‘ndrangheta fa comodo a tanti, perché pecunia non olet, figurarsi se olet il voto, figlio di accordi inconfessabili.
    Ma questo è solo un esempio di come avete usato, per decenni, la Calabria con la connivenza schifosa e pluridecennale di buona parte della classe politica calabrese che, se fossimo in guerra (ah, non lo siamo??), andrebbe processata e fucilata per alto tradimento.
    Tradimento verso una terra che vanta tradizioni millenarie (quando nasceva Reggio Calabria, ad esempio, a Torino, Milano, Roma, ancora i nomadi cercavano ricovero per le loro bestie), tradimento per chi non ha un lavoro, per chi è costretto ad andare lontano, per chi vorrebbe crepare con a fianco i propri cari, per chi, dopo essersi sbattuto una vita, avrebbe anche diritto a un autobus che passa, una regione senza montagne di spazzatura, un minimo di assistenza sanitaria…cose così…
    E invece no, niente: avete violentato, abbrutito la Calabria fino alla fine rendendo i calabresi stessi (che sono comunque colpevoli è stato detto, si?) bruti.
    Li avete per necessità (loro) resi uguali al sistema che voi avete scientemente generato per decenni e ora li accusate di foraggiare il sistema stesso, di alimentarlo. Che schifo!
    Ma, per Dio, mi volete spiegare un calabrese normale (non onesto a tutti i costi, solo normale) cosa dovrebbe fare oggi?

    Qua sono saltate tutte le interlocuzioni possibili, è rimasta gente al comando che Spugna di Capitan Uncino gli fa una pippa, la Calabria è ormai un corpo inerme, in terra sul quale infierire, con nomine, spartizioni di quel che resta, parodie, gags, dichiarazioni di scemi ubriachi.

    Mi chiedo, vi chiedo: ma c’è un limite a tutto questo?
    Avete capito che ora è saltato tutto? Che ora non bastano più interventi “normali”, sia pure straordinari?
    Avete compreso che servono immediatamente uomini e soldi, tanti, tantissimi soldi, in barba a regole, equilibri di bilancio ed altre minchiate assortite?
    Avete, ad esempio, compreso che, come strill.it ha detto per primo e come sostengono ora un po’ tutti, dai Sindaci a magistrati, a letterati, a chi si occupa di economia sociale, il debito della sanità va abbattuto, cancellato, preso in carico dallo Stato?
    Guardate, io vi dico una cosa: il calabrese è il popolo più rassegnato che esista, diciamo anche più imbelle, ma alla fine fa sempre il cazzo che gli pare, quando gli pare.
    Fate attenzione, perché poi il calabrese non ha mezze misure e ricordate che a mani nude i reggini tennero sotto scacco per 8 mesi uno Stato che fu costretto a mandare i carri armati per riprendersi casa sua…

    Il tempo è scaduto, fate attenzione, nove anni addietro, in altro mio editoriale scrivevo: “ Signori, qui ogni giorno chiudono esercizi commerciali storici, di quelli che erano passati attraverso congiunture gravissime (congiunture, appunto, non implosioni strutturali…), ogni giorno in redazione siamo travolti da lettere di gente disperata, col mutuo da pagare, Equitalia dietro la porta e, magari, un bimbo handicappato al quale il sistema non riesce più nemmeno a garantire il dovuto insegnante di sostegno all’asilo.
    L’altro giorno mi è toccato di accompagnare alla porta l’ennesima giovane signora che, sfrattata, priva di un qualunque lavoro stabile non sapeva dove “mettere” la mamma anziana e malata.
    Il livello minimo di assistenza sociale per le fasce deboli è saltato, l’argine è stato scavalcato dall’onda, cosa potrà accadere domani non osiamo neppure immaginarlo.
    Qualcuno dice che dovremmo dispensare ottimismo: no, se questo presuppone mentire alla gente, non lo faremo.”
    Nove anni fa, non mi ci fate pensare, no-ve-an-ni-fa!!!

    Fate attenzione e fate in fretta, stavolta nemmeno Spugna e il suo disimpegno per tirare a campare bastano più… intanto lui continua a cantare: “Ai suoi discorsi son sempre presente, ma non so bene cosa abbia in mente e non mi faccio più troppe domande…e non mi importa dove è il potere, finché continua a darmi da bere, non lo tradisco e fino all’inferno lo seguirò…”
    Ecco, l’alcool è finito e – appena se ne accorge – anche Spugna vi si rivolta contro.
    Garantito.

    P.S. Vergognatevi anche del fatto che mi avete fatto scrivere un sacco di parolacce…