di Domenico Grillone – La chirurgia urologica robotica del Grande Ospedale Metropolitano dell’azienda ospedaliera reggina non solo è una splendida realtà. Ma a poco più di un anno dall’inizio delle sue attività, dopo la messa in funzione del robot Da Vinci, unico in Calabria, incassa i primi lusinghieri riconoscimenti a livello nazionale ed internazionale, peraltro già acquisiti anni addietro con la chirurgia laparoscopica dal momento che l’Urologia reggina fu tra le prime in Italia ad utilizzarla.
Ed a fronte di un panorama decisamente desolante della Sanità calabrese, quasi da anno zero, frutto di una antica miopia e di una cronica incapacità a livello organizzativo e strategico della politica regionale, è bello raccontare una storia al contrario, quella di una sanità eccellente. Una sanità attraverso la quale i calabresi possono sentirsi davvero cittadini europei ed avere le stesse cure, senza quindi dover emigrare, per le patologie tumorali della prostata del rene e della vescica. Perché oggi in Calabria, all’interno dell’azienda ospedaliera reggina, c’è la possibilità di dare una risposta completa a queste patologie grazie ad alcuni dati, procedure, attrezzature, volumi che rispecchiano parametri internazionali fissati da apposite commissioni europee, costituite da luminari del settore. Prima di spiegare bene quest’ultimo concetto, partiamo dai riconoscimenti di una attività che anziché essere presa in grande considerazione dalla politica per fornirle tutti quegli appoggi necessari per mantenere il grado d’eccellenza raggiunto, semplicemente la ignora. Come sicuramente ignorerà il lusinghiero riconoscimento ufficiale incassato a Napoli, nel corso del recente meeting di robotica che accoglie tutti i centri di robotica nazionali. Riconoscimenti dovuti al fatto che il Centro reggino durante il primo anno di attività è riuscito a trattare oltre cento casi con la robotica, un numero considerato davvero un successo nell’arco di così poco tempo e mai raggiunto nello stesso periodo dagli altri Centri italiani. E tutto questo non è certo frutto del caso, come spiega Pietro Cozzupoli, direttore dell’U.O.C di Urologia e trapianti di rene, nonché direttore del Centro di robotica dell’azienda ospedaliera, unico in Calabria.
“Siamo nelle condizioni di offrire al paziente calabrese – esordisce il chirurgo reggino – tutte le possibilità diagnostiche e terapeutiche per quanto riguarda il carcinoma della prostata. Abbiamo tutte le strutture diagnostiche, una buona radioterapia, oncologia medica, medicina nucleare, ed una Urologia che in questi anni ha sempre dato prova di un buon lavoro, certamente a livelli nazionali ed europei. Oggi in Calabria chi ha un tumore della prostata può accedere con serenità alle nostre strutture, fermo restando la libera scelta, di chiunque”. Entrando nei dettagli, Cozzupoli spiega in maniera semplice alcuni passaggi per cui il paziente, attraverso il Pdta, percorso diagnostico-terapeutico della prostata, “viene preso in carico fin dall’inizio, da quando accede ad uno degli ambulatori specialistici di urologia, radioterapia o oncologia e viene poi condotto da chi lo segue, attraverso degli incontri multidisciplinari nel momento in cui si devono prendere delle decisioni, come quella della diagnosi, terapia e successivamente il follow up”. Tutto questo è possibile perché, come spiega il Direttore, nell’ospedale reggino si è creato “il gruppo multidisciplinare di urologia oncologica che comprende oltre l’Urologia anche le altre discipline coinvolte: Radioterapia, Oncologia medica, Anatomia Patologica, Radiologia, Medicina nucleare, non solo dell’Azienda Ospedaliera ma anche del territorio e degli ospedali Spoke. Abbiamo insieme strutturato un PDTA (percorso diagnostico terapeutico e assistenziale) per il carcinoma prostatico e non appena questo percorso si sarà stabilizzato e standardizzato, struttureremo una vera e propria ‘Prostate Unit’, cioè un’unità per la cura del carcinoma prostatico”. “Nella nostra struttura – evidenzia Pietro Cozzupoli – esistono già due equipe formate da quattro, cinque urologi in grado di eseguire interventi robotici e una equipe infermieristica con competenze multidisciplinari. Questo ci permetterà di dare continuità indipendentemente dalla presenza dei singoli e dovrebbe essere un principio conduttore di ogni Direttore di Unità Operativa. Non solo, esistono già due altre equipe chirurgiche, di chirurgia generale e di ginecologia, che operano con il robot da Vinci. Perché il nostro robot è multidisciplinare, lavora su varie specialità”.
Tutte queste considerazioni fanno sorgere spontanea una domanda: ma se è così, perché ancora vi sono pazienti che scelgono le strutture sanitarie del nord Italia per avere trattamenti che possono avere anche a casa loro? Il dott. Cozzupoli risponde così.
“In realtà oltre a motivazioni di carattere familiare per cui moltissimi meridionali, per ragioni di emigrazione lavorativa, in passato, e di emigrazione culturale, più recentemente, hanno un familiare nelle regioni settentrionali e spesso decidono di farsi curare fuori, di fatto vi sono due aspetti fondamentali: la credibilità delle strutture sanitarie calabresi e la mancanza di programmazione sanitaria basata non solo sugli aspetti economici e di produzione ma anche su investimenti in persone e attrezzature”.
“E’ vero – continua il Direttore – in regione Calabria vi sono tante realtà sanitarie che hanno poco o nulla da invidiare ad altre strutture dell’Italia settentrionale, ma sono disperse a macchia di leopardo e soprattutto restano autoreferenziali. Non è sufficiente che l’Assessore alla sanità, il Commissario o il Direttore Generale affermino che tale Unità Operativa o tal altra di questo o quell’ospedale sia una eccellenza o che la rete televisiva o una testata giornalistica locale riferisca le ottime prestazioni di un primario e della sua équipe. Sarà vero ma è sempre autoreferenziale e pertanto non completamente obbiettivo”.
“Invece – prosegue Cozzupoli – chi ha il compito di guardare al futuro e di essere pragmatico nel presente, dovrebbe avere la capacità di individuare quelle strutture che hanno un background tecnico e culturale idoneo e investire su di esse perché possano essere “certificate” da un certificatore europeo che possa fugare dubbi di parzialità. Come tutti sanno la ‘Certificazione di qualità’ prevede un percorso continuo con controlli periodici per mantenere la qualità. Solo così si potrà affermare che quella struttura sanitaria è una vera eccellenza. E un politico serio e coraggioso potrebbe anche proporre se non addirittura decretare che in quella specifica specialità l’offerta ai cittadini del SSN è delle migliori e quindi potrebbe non autorizzare rimborsi per interventi fuori regione su quella specifica disciplina. Ognuno è libero di andare a curarsi dove vuole, secondo il dettato costituzionale, ma con i suoi soldi. Certamente non con quelli della comunità che ha investito tanti soldi per assicurare standard di cura equivalenti a quelli italiani ed europei”.
Altro aspetto di non poco conto è che in Urologia e nella chirurgia robotica dell’ospedale le capacità vengono distribuite. “Non mi sono mai sognato di tenere per me tutto – continua Cozzupoli – come purtroppo spesso è stato fatto e poi rivelatosi la causa dei fallimenti di programmi. Perché se un programma viene costruito solo su una persona, inevitabilmente lo stesso fallirà”. Qualche considerazione il chirurgo la fa anche riguardo l’acquisto del robot Da Vinci. “Finalmente devo dire che l’attuale direttore generale, Frank Benedetto, ha mantenuto la parola data all’inizio del suo mandato ed ha avuto coraggio e la lungimiranza, facendo un investimento economico importante ma che qualifica enormemente il nostro ospedale”.
E sulla storia dei volumi, quindi sui numeri che riguardano gli interventi con la chirurgia robotica, le dichiarazioni di Cozzupoli non lasciano spazio a dubbi. “Possiamo affermare che le UU.OO.CC che compongono il Gruppo Multidisciplinare di Urologia oncologica possiedono i volumi, le attrezzature e le strutture richieste dalla comunità scientifica internazionale per una Prostate Unit. E’ altrettanto vero che, chi produce alti volumi fa diventare routinario ciò che non lo è. Ma non è vero il contrario: cioè non è detto che se ci sono volumi non altissimi, purché sufficienti, la qualità non sia ottima. Perché la qualità non si vede solo dai volumi ma dai risultati che tu hai. Sono quest’ultimi che occorre valutare. E con sufficienti volumi, cosa che noi raggiungiamo, la qualità è assicurata. Nessuno può pensare che immediatamente si possano raggiungere i volumi che può avere una struttura sanitaria che lavora da dieci, quindici anni. Ma posso dire senza ombra di dubbio che, lavorando da poco più di un anno con la robotica, abbiamo raggiunto sufficienti volumi e risultati lusinghieri”.
La robotica è un deciso passo in avanti rispetto alla laparoscopia, anche nei confronti di quella più moderna, tridimensionale. La differenza è sostanziale, sia in termini strettamente tecnici legati all’oggi, sia per quello che ci attende nel futuro. “Già adesso, ad esempio – sottolinea Cozzupoli – la robotica permette di effettuare la chirurgia in remoto: nel senso che la prima operazione in remoto è stata fatta a Bruxelles su un paziente a New York. Non è ancora una prassi comune ma in futuro probabilmente sarà routine. Perché con la robotica si ha la possibilità di vedere in maniera tridimensionale, quindi non più bidimensionale, e si ha un aumento, un ingrandimento della visione di dieci volte. Questo ti permette di lavorare in maniera molto più accurata e di verificare quello che magari è più difficile farlo con la laparoscopia. In più, la posizione del chirurgo è più tranquilla, perché seduto di fronte alla consolle, ed i movimenti che si fanno sono più fini perché il computer all’interno del robot permette di eliminare quei piccoli movimenti, tremori, che non si vedono ma che ci sono e che ognuno di noi produce. In sostanza, permette una maggiore precisione. Tutto questo, assieme alla mini-invasività dell’intervento, effettuato attraverso dei piccoli fori”..
Ed attraverso l’implementazione dei programmi, dei software, probabilmente si potranno fare delle cose oggi impensabili. “Già oggi, inserendo in vena un tracciante – racconta il chirurgo – si può vedere la vascolarizzazione all’interno dell’organo e quindi è possibile togliere, per esempio nel caso dei tumori renali, quella parte che si è riuscita a tracciare. E presto ci sarà la possibilità, sempre attraverso un programma apposito, di vedere il tessuto dal punto istologico, cioè senza prelevarlo per poi farlo analizzare. Tutto si evolve, quindi, e se noi non siamo capaci di aggiornarci, saremo sempre a rincorrere quello che altri hanno ottenuto da tempo”.






