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    Calabria in prima linea contro il coronavirus, la storia di tre medici a calabresi che a Piacenza reggono uno degli ospedali più colpiti

    Con il fiato sospeso la Calabria assiste all’avanzare dei numeri relativi al coronavirus in regione.  I calabresi sanno che un’epidemia come quella settentrionale porterebbe al collasso l’intero sistema sanitario nazionale.

    C’è, già, però una prima linea di avanguardia calabrese che sta già combattendo contro lo spauracchio del 2020.  E’ un esercito di medici, infermieri e personale sanitario in genere che, con grande coraggio e lontano dalla propria terra, sta aiutando Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna.

    Un esempio fulgido arriva dal principale ospedale di Piacenza.  Una città di frontiera tra la Lombardia e l’Emilia, in una delle zone più colpite in assoluto.

     

    Andrea Magnacavallo

    A reggere il pronto soccorso ed il reparto di medicina d’urgenza C’è Andrea Magnacavallo (primo in foto). E’ di Castroregio, in provincia di Cosenza. Nel suo reparto ci sono 74 posti letto tutti occupati da pazienti con polmoniti gravissime bilaterali generati dal Covid-19. A loro si aggiungono 20 persone venilate con Niv. A lui è affidata la coordinazione degli ospedali della provincia che, al momento, gestisce circa 500 persone ospedalizzate con sintomatologie generata dal coronavirus.

    Contro il coronavirus è guerra vera. Non esistono più specialisti, sono tutti medici, anzi soldati. Così la gastroenterologia è diventata Emergenza Covid 14. Il primario è Giovanni Aragona da Reggio Calabria. Il reparto che dirige ospita 20 pazienti con polmoniti bilaterali gravissime. A loro si aggiungono 2 pazienti alimentati con NIV, il massimo sostenibile dal sistema di ossigenazone del reparto.

    Come soldati i medici rischiano anche la vita. In tre sono stati infettati, uno è ventilato artificialmente ed è in serio pericolo.

    “Ci siamo infettati – racconta il medico reggino –  coi pazienti ricoverati da Codogno nei primi giorni che entravano per problemi gastroenterologici ma in realta erano positivi’

    Giovanni Aragona.

    Inevitabile, per Aragona, dare un pensiero alla sua regione. “Secondo me – ha detto – i reparti che rischiano di più in Calabria sono quelli che pensano di avere reparti puliti, ma in realtà basta che abbiano all’interno un solo paziente positivo che infetta gli altri malati e gli operatori. Mentre i reparti dedicati al covid-19 paradossalmente sono un po’ più protetti per gli operatori che vi lavorano”.

    Anche in una sanità ricca come quella dell’Emilia Romagna si ha ha a che fare con mancanze.  Mancano le protezioni personale e questo acuisce la sensazione che agli operatori sanitari è giusto venga data l’etichetta di eroi.

    Mario Barbera

    Nello stesso ospedale c’è anche Mario Barbera. Compagno di corso di laurea di Aragona a Messina, oggi è il primario della medicina sub-intensiva. Il suo reparto sta trattando 24 pazienti, di cui 8 ventilati con Niv.

    Niv è un acronimo che individua una ventilazione non invasiva, i pazienti in tal modo non occupano posti di terapia intensiva e invece di essere intubati sono aiutati a respirare da un casco.

    In un Nord Italia che combatte, in prima linea ci sono tanti calabresi a cui va il più grande degli “in bocca al lupo”.