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    Reggio: la relazione integrale della commissione d'inchiesta

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    PREMESSA

    La Commissione Speciale d’Indagine interna alle Unità Operative Urbanistica e Pianificazione Territoriale, Lavori Pubblici, Manutenzione, è stata istituita, come quest’ Aula sa bene, con

    deliberazione del Consiglio Comunale n. 12 del 27 giugno 2008, votata all’unanimità.

    Il mandato, assegnato ai dieci componenti scelti (sei di maggioranza: Cusumano, Falcomatà, Morisani, Raffa ( a cui, successivamente, è subentrato Pizzimenti)- Rappoccio, Scarfone e i quattro di opposizione: Canale, Martino, Zimbalatti, oltre al  sottoscritto coordinatore), era quello di accertare, partendo da episodi concreti, l’esistenza di eventuali gravi disfunzioni, anomalie o patologie, nel funzionamento della macchina burocratico- amministrativa del Comune di Reggio Calabria, con  esclusivo riferimento ai tre settori indicati, considerati “ad elevato rischio”.

    Nel contempo, il compito era quello di tentare di individuare alcune delle cause, che ne determinerebbero l’attecchimento, nonché alcune possibili soluzioni, volte ad eliminare le “incrostazioni”e le possibili “zone d’ombra”. Tutto ciò finalizzato, ovviamente, al miglioramento della funzionalità dell’azione amministrativa, per rafforzarne la trasparenza, per offrire punti di riferimento maggiormente credibili alla cittadinanza e garantire un clima di serenità e  fiducia tra gli stessi dipendenti dei settori interessati.

    E’ stato questo il solco lungo il quale abbiamo lavorato, mossi dai propositi di puro servizio al Consiglio e, soprattutto, ai cittadini, limitandoci agli aspetti politico-amministrativi e non certo ai profili penali che competono alla Magistratura e agli organi inquirenti che hanno peraltro strumenti adeguati.

     Lo abbiamo fatto, per come promesso al momento dell’insediamento, con rigore ma senza scatenare nessuna “caccia alle streghe”.E, soprattutto, con grande rispetto per le persone, tutte, iniziando da quel piccolo esercito di comandanti, graduati e soldati -ci piace chiamarli così pensando alle guerre quotidiane che affrontano – spesso, ingiustamente maltrattati e “mal equipaggiati” che compongono la burocrazia comunale.

    Questa premessa è d’obbligo, fondamentale, a scanso di ogni equivoco, per sottolineare che la nostra azione non è partita da un pregiudizio negativo sulla burocrazia comunale o dall’ assegnazione ad essa di tutte le responsabilità, comprese quelle che competono a noi rappresentanti istituzionali o all’Amministrazione che deve dirigere i processi gestionali. Davvero, nessuno scaricabarile. Peraltro, sappiamo bene che la burocrazia non è asettica, non è, un corpo a sé, un corpo separato e ininfluenzabile, ma è, quasi sempre, lo specchio in cui si riflettono le decisioni e le scelte della politica. Spetta all’Amministrazione, nelle sue variegate espressioni, scegliere i dirigenti, dare gli indirizzi, controllare, ad un livello superiore, se l’azione e la gestione corrispondono al buon andamento ed imparzialità amministrativa. Sarebbe troppo comodo caricare esclusivamente sulle “spalle fragili” del personale dipendente le responsabilità, per le cose che non funzionano in settori nevralgici della macchina amministrativa.

     

    LO SPUNTO

    E’ risaputo che l’impulso che ha dato origine all’istituzione della Commissione è venuto dalle gravi e inequivocabili dichiarazioni del Presidente del Consiglio, avv. Aurelio Chizzoniti.

    Egli, in occasione di una ormai “ famosa”conferenza dei capigruppo ( 21 maggio 2008 ) portando esempi concreti, intrecciati a valutazioni di carattere generale, aveva lanciato l’allarme rispetto ad una paventata gestione non corretta dell’apparato burocratico, con riferimento ai settori urbanistica, lavori pubblici, manutenzioni. In particolare, il Presidente aveva riferito di un suo colloquio con un imprenditore che, in merito all’iter lento e tortuoso di una pratica urbanistica, che non andava avanti, aveva richiamato un problema di ostruzionismi da parte dell’ufficio interessato e aveva riferito del sentore di“mazzette”.

    Nello stessa Conferenza dei Capigruppo erano emersi altri riferimenti, precisi, ad anomalie gestionali, quali il possibile rapporto d’interessi tra dipendenti comunali e attività di studi privati, il manto bituminoso e la manutenzione, i sottopassi. La mimica, con cui il presidente Chizzoniti aveva accompagnato alcuni passaggi delle sue considerazioni, era stata, nell’occasione, piuttosto eloquente. Peraltro alcune di queste problematiche, quelle del “flop” della manutenzione e delle buche stradali, richiamavano le clamorose e impegnative dichiarazioni di censura rivolte alla burocrazia comunale e ai suoi stessi Assessori dal Sindaco, nel corso del Consiglio Comunale del 15 gennaio 2008, riferite soprattutto all’anomalia nella gestione degli appalti e a possibili connivenze tra burocrazia e imprese.

    Da qui la decisione, unanime e doverosa, dei Capigruppo di richiedere l’istituzione della Commissione Speciale d’Indagine, uno strumento previsto all’art 41 dello Statuto proprio per “effettuare accertamenti su atti, provvedimenti e comportamenti dell’Amministrazione”.

     

    L’ IMPOSTAZIONE DATA

    Fin dall’inizio la Commissione ha avuto chiari, a fronte di un mandato ampio, gli argini stretti entro cui doveva essere incanalato il proprio lavoro, essendo impossibile proporsi, sia per i tempi brevi sia per altri limiti oggettivi, un’indagine organica ed esaustiva sui tre settori oggetto del mandato.

    Una profonda consapevolezza che abbiamo avuto, fin dalle prime riunioni, quella che era giusto muoverci con forte motivazione istituzionale e senza condizionamenti di tipo alcuno, cioè con la capacità di guardare a 360 gradi, ma anche a ritroso e senza paraocchi d’ appartenenza. Avevamo ben presente però che il Consiglio ci aveva chiesto non di caricarci sulle spalle tutto il peso dei guasti amministrativa degli ultimi decenni e le responsabilità che sono di tanti, ma di dare, entro i limiti del possibile, un contributo alla verità, alla chiarezza e al miglioramento della situazione, partendo da casi specifici individuati, operando con spirito di servizio e piena onestà intellettuale.

    Nella prima fase, in coerenza con un metodo di lavoro, concordemente e autonomamente scelto, sono state focalizzate alcune specifiche problematiche relative al settore Urbanistica, a partire da quella, gravissima, emersa nel corso della Conferenza dei Capigruppo, mentre subito dopo si è proceduto all’approfondimento di vicende collegate ai lavori di raddoppio ferroviario Reggio Calabria – Melito, specificamente la vicenda sottopassi e sottovie. e alla gestione del settore Lavori Pubblici, con riferimento particolare alla manutenzione e, poi, agli appalti.

     

    INCIDENTE DI PERCORSO

    Questa impostazione, decisa all’unanimità, è stata purtroppo la causa scatenante, già in fase d’avvio, di una spiacevole frizione con il presidente di questo Consiglio, fino a una successiva frattura che avrebbe appesantito (ma non condizionato) il nostro percorso.

    C’è da dire, a onor del vero e del merito, che l’ avvocato Chizzoniti aveva contribuito a far partire con il piede giusto la nostra “avventura” istituzionale, risolvendo personalmente tanti iniziali problemi di ordine burocratico, relativi soprattutto ad aspetti logistici e procedurali e contribuendo a creare attorno a noi un clima di fiducia.

    Egli però era convinto che fosse “conditio sine qua non” per operare seriamente concentrare, da subito, l’attività della Commissione d’Indagine soprattutto e prioritariamente sulla vicenda dei sottopassi di Pellaro e Bocale e sul disastroso stato del manto bituminoso. Richiedeva infatti “urgenti sopralluoghi”.

    La nostra volontà di scegliere da soli il percorso da seguire, senza condizionamento alcuno o “tutoraggi” particolari e la manifestata decisione di partire piuttosto dai casi scottanti relativi a urbanistica e dalle segnalazioni dei cittadini non è stato capito ed accettato. Al punto di negare la consegna, in un primo momento,  di alcuni documenti. Addirittura, il Presidente aveva motivato questa decisione con l’affermazione di sentirsi poco sicuro sull’uso che sarebbe stato fatto dei documenti richiesti, in quanto, a suo dire, alcuni “componenti della Commissione, piuttosto che “proporsi di perseguire gli obiettivi di mandato, avrebbero lavorato per un ( ndr:fantomatico) “re di Prussia”.

    Allusioni gravi, dunque, reciproci sospetti e partenza con il mare d’agosto imprevedibilmente agitato.

    Le riserve si trasformano in vere e proprie accuse, quando, dopo la pausa estiva, la Commissione formalizzava la richiesta di specifici documenti sollevando anche perplessità su come fosse stata riportata in verbale (“contenuti incompleti e diluiti”, avevamo scritto) la seduta della Conferenza dei Capigruppo.

    Il Presidente del Consiglio, in una lettera-replica durissima, inviata anche, sorprendentemente, alla Procura della Repubblica, dichiara, con un linguaggio fortemente colorito, di sentirsi messo sotto accusa, quasi indicato come bersaglio in quanto, addirittura, fatto passare per “elemento infame, radioattivo e destabilizzante”. Si rivolge, quindi, contro la Commissione, di cui pure non conosce l’attività se non “de relato”, accusandola, di mancanza di voglia di azione e di risultati investigativi (a solo un mese dall’effettiva partenza) perchè preoccupata solo di “non turbare determinati equilibri”.

    E’ del tutto ovvio che la Commissione abbia giudicato queste accuse come una vera e propria preventiva dichiarazione di sfiducia, se non un vero e proprio tentativo di delegittimazione. Confessiamo che abbiamo preso in considerazione anche l’ipotesi che tale atteggiamento fosse un modo come un altro per operare, da parte del Presidente, una ritirata strategica rispetto alle dichiarazioni esplosive fatte, un tentativo di “far saltare il tavolo”. La presa di distanze era ancora più grave in quanto veniva proprio dal Presidente dell’organo istituzionale che le aveva assegnato il mandato. In più, pesava il coinvolgimento della Magistratura.

    Da qui lo smarrimento seguito dalla decisione di informare e consultare sul da farsi i capigruppo consiliari (cosa che il coordinatore ha fatto personalmente) prima di scegliere, più rasserenati, di continuare nell’ attività di indagine, sicuri di riuscire alla fine a far parlare i fatti. In tale direzione erano stati, peraltro, indirizzati i consigli solidali di molti capigruppo che hanno compreso il nostro disagio e che cogliamo ora l’occasione per ringraziare.

    Un risvolto inquietante di questo momento travagliato di incomprensioni e di contrasti è stata la “fuga di notizie”, di cui non è stato possibile individuare il responsabile, che ha generato la pubblicazione su un quotidiano locale di due delle tre lettere “riservate”tra la Commissione e il Presidente del Consiglio. Un segno, che purtroppo non resterà unico, sia della non impermeabilità delle componenti interessate, o di una parte di esse, ma anche della morbosità che attorno al nostro lavoro qualcuno aveva interesse a costruire.

    Se abbiamo ritenuto doveroso riportare in sintesi questi fatti spiacevoli lo abbiamo fatto per dovere di completezza ma anche per valorizzare il fatto che, alla fine, queste “scosse telluriche di assestamento” siano fortunatamente rientrate, grazie al reciproco senso di responsabilità, e il nostro lavoro abbia potuto, poi, continuare con relativa normalità. E’ doveroso sottolineare che il Presidente, in una fase successiva, ha fornito tutta la documentazione richiesta dalla Commissione, insieme ad altra documentazione, relativa a fatti e circostanze da lui ritenuti meritevoli di approfondimento

    Ci ha fatto enorme piacere sentirci dare atto, anche pubblicamente, dal Presidente, poche settimane fa sui mezzi d’informazione, della serietà e continuità del lavoro svolto, pur senza che egli potesse entrare, ovviamente, nel merito. E’ un segno importante, di onestà intellettuale e di capacità di rivedere le proprie opinioni,di cui volentieri a nostra volta gli diamo atto. Per noi l’incidente è da tempo chiuso.

    Un accenno, a proposito di “incidenti di percorso”, va fatto per l’episodio della “scomparsa” di copia di un importante documento, in possesso di una componente della Commissione, nel corso di una seduta della Commissione Bilancio. Un fatto, grave, che si commenta da solo, segnalato dal Coordinatore alla Procura della Repubblica.

    IL LAVORO FATTO IN CIFRE

    Quarantanove (49) riunioni di cui soltanto quattro (4) , andate deserte per mancanza di numero legale, in 120 giorni di indagine , poco più di quatto mesi effettivi. Una ottima media di partecipazione da parte dei Consiglieri componenti: 7,02, a seduta; numerose audizioni effettuate (24), tra interne ed esterne che hanno impegnato il 49% dell’attività , a fronte del 51% riservato al lavoro interno di approfondimento delle problematiche monitorate. Ottantacinque ore e sette minuti (85,7) di discussione, otto ore (8) impiegate per sopralluoghi collegiali, in tre intense giornate. A queste vanno aggiunte le riunioni formali (quattro) e quelle informali svoltesi nella fase di definizione della Relazione.

    Due (2) denunce trasmesse alla Procura della Repubblica, di cui, una relativa a vicende urbanistiche, in cui ci è apparsa chiara l’ipotesi di reati penali,  l’altra relativa a un settore non soggetto direttamente alle indagini della Commissione.

    Una mole notevole di atti prodotti, acquisiti ed esaminati (tra cui cartografie e materiale fotografico) di sopralluoghi collegiali ( per 8 ore complessive) effettuati, oltre ai numerosi individuali, A questi si aggiungono i vari accertamenti, da noi proposti , per casi particolarmente delicati, e svolti sul territorio dal Comando della Polizia Municipale, in qualità di pg e/o dalla Vigilanza Edilizia.

    Sono questi alcuni dati che racchiudono l’attività svolta dalla Commissione Speciale d’Indagine. La visione della scheda completa allegata alla Relazione offrirà altri dettagli, compresa la documentazione statistica dell’impegno di ogni singolo componente e la specificazione dei vari contributi interni ed esterni alla struttura amministrativa.

    Istituita dal Consiglio Comunale, nella seduta del 27 giugno 2008, la Commissione ha sostanzialmente avviato i propri lavori il 17 settembre, immediatamente dopo le festività patronali. In precedenza vi erano stati soltanto l’insediamento ufficiale del 30 luglio e l’audizione preliminare del Presidente del Consiglio Comunale, Aurelio Chizzoniti, dei primi d’agosto. L’attività si è svolta con regolare cadenza e continuità fatta eccezione per le programmate sospensioni di rito nel periodo estivo( dal 6 agosto al 16 settembre 2008) e durante le festività natalizie ( dal 19 dicembre 2008 al 7 gennaio 2009). La Commissione, rispettando la scadenza dei centoventi (120) giorni dall’insediamento fissati dalla delibera istitutiva, il 18 febbraio 2009 ha concluso le attività d’indagine, dandone formale comunicazione al Presidente del Consiglio che ha diramato anche una opportuna nota stampa.

    La successiva parte d’attività è stata assorbita dal lavoro propedeutico alla definizione della relazione finale da proporre – come stabilito dalla delibera n.12/2008 –  alla valutazione dell’Assemblea consiliare. A differenza della fase d’indagine, il momento della sintesi ha richiesto tempi superiori a quanto preventivato. Ciò è stato determinato, da una parte, dal ritardo tecnico, in gran parte giustificato, nella consegna di importanti report, relativi a sopralluoghi, o di specifiche relazioni da parte degli Uffici. Va ,però, onestamente detto che l’attività di coordinamento ha scontato soprattutto, l’incrocio con altre attività amministrative che hanno richiesto l’impegno dei consiglieri nonché le conseguenze di alcune “défaillance” collettive, e qualche accenno di lassismo, non del tutto previsti.

    Questo rallentamento, se da una parte ha fatto crescere la  comprensibile pressione attorno alla Commissione, non ha però compromesso il clima complessivo di correttezza tra i componenti della stessa né ha spazzato via la volontà di portare a termine, se non presto bene, il mandato.

    Fondamentale è stata la collaborazione degli uffici, in particolare dei Dirigenti( Affari Legali, Progettazione, Polizia Municipale; Appalti e Contratti, Presidenza di Giunta e di Consiglio, Segreteria Generale, ecc;) e dei funzionari responsabili. Una nota di merito particolare, in questo contesto, va stesa per il Dirigente di Urbanistica che è stato tempestivo, nel dare riscontro alle nostre innumerevoli richieste, e paziente, nel sottoporsi al fuoco di fila delle nostre domande, in qualche caso azzardate. Dal Comando della Polizia Municipale è venuto un supporto insostituibile per venire a capo di tante vicende piuttosto oscure. Agli atti di questa Commissione, a disposizione dei colleghi consiglieri, c’è la documentazione delle varie collaborazioni.

    Abbiamo aperto la nostra Commissione all’ascolto di tutti coloro che ce l’avevano richiesto o la cui testimonianza diretta ci sembrava utile ad arricchire le nostre conoscenze.

    Nelle audizioni effettuate si sono alternati cittadini presentatori di istanze e denunce meritevoli di approfondimento, delegazioni di ordini professionali nonché dirigenti e funzionari di settori dell’Amministrazione Comunale o rappresentanti di altri Enti ed anche un ex Assessore. Basta dare uno sguardo all’elenco specifico.

    Vi hanno partecipato, anche se saltuariamente e solo in qualità di uditori, altri consiglieri comunali.

     In un primo momento avevamo preso in considerazione la possibilità di far ricorso all’ausilio di esperti esterni, dell’Università Mediterranea, e del supporto di un agente distaccato presso la Procura. Successivamente, anche a fronte di difficoltà oggettive, abbiamo optato per la piena utilizzazione delle risorse interne all’Amministrazione.

    Abbiamo mantenuto il nostro lavoro entro ambiti amministrativi, all’interno dei quali abbiamo tentato di trovare soluzioni ai problemi, limitando al massimo, come abbiamo visto, il coinvolgimento della Magistratura. Alla stessa abbiamo girato anche una denuncia pesante, firmata, di una coppia di cittadini che ci hanno direttamente contattato, relativa ad una assegnazione casa con accuse pesanti e piuttosto circostanziate riguardanti il presunto comportamento illegale di qualche singolo esponente dell’Amministrazione. Si tratta ovviamente  accuse  tutte da dimostrare e verificare.

    Lungo il nostro percorso abbiamo dovuto fare indirettamente i conti con fatti imprevisti come i due attentati gravissimi che hanno riguardato proprio due dirigenti di settori oggetto d’indagine da parte della nostra Commissione: quello all’architetto Saverio Putortì, dirigente di Urbanistica avvenuto tra 1 e il 2 ottobre 2008, proprio la notte prima della sua audizione in Commissione, e quello molto più grave all’ingegnere Pasquale Crucitti, dirigente Settore Programmazione, Progettazione e Lavori Pubblici, avvenuto sera di giovedì 9 aprile 2009. Nel primo caso, come sappiamo, si è trattato di un attentato incendiario ad opera di ignoti che ha distrutto due automobili di proprietà o in uso dello stesso dirigente. Nel secondo caso, addirittura, si è trattato di gambizzazione in stile mafioso .Questi episodi, per i quali al pari di tutti voi abbiamo espresso convinta solidarietà e su cui non è nostro compito avanzare ipotesi – al di là delle motivazioni che li possano ispirare , producono effetti di grave inquietudine, che si ripercuotono sui nostri dipendenti ma principalmente sulla famiglia delle persone colpite a cui viene a tolta la serenità.

    Tali attentati obbligano in ogni caso, l’ approfondimento della riflessione sulla burocrazia, sulla possibile esposizione dei funzionari e sulla delicatezza del ruolo dei dirigenti chiamati giornalmente a produrre atti ed iniziative che possono accontentare o scontentare, essere giudicate e interpretate, in un senso o nell’altro.

    In particolare, in settori già di per sé sovraesposti come l’urbanistica e i lavori pubblici, le reazioni possono manifestarsi in forme drammatiche. Noi, la Politica, ci dobbiamo interrogare e dobbiamo saper trovare immediate ed efficaci risposte.

    Non si può, naturalmente, escludere che si tratti di fatti episodici. Ci sono, però, due elementi che non vanno in ogni caso mai persi di vista quando parliamo di urbanistica, manutenzioni e lavori pubblici. Parliamo di settori assolutamente rilevanti dal punto di vista economico, nell’asfittica realtà del nostro comune. Parliamo anche di settori in cui più tradizionalmente si manifesta con forza – attraverso soprattutto gli appalti o i subappalti e il ciclo del cemento e dell’edilizia di rapina – l’incidenza mafiosa, il tentato dominio della ‘ndrangheta e della sua cultura. L’ultima relazione della Commissione Antimafia e i rapporti recenti della Prefettura, zeppi di dati e di cifre, ce ne danno l’ennesima conferma. Guai, dunque, a costruire teoremi ma guai anche a minimizzare.

     

    DAL DIRE AL FARE

    Un problema che la Commissione si è trovata di fronte è stato determinato dalla distanza tra le dicerie, le affermazioni a ruota libera sulle inefficienze del funzionamento della burocrazia comunale, sulle pecche e la fanghiglia dei settori oggetto della nostra indagine e la mancata consequenzialità che avrebbe dovuto portare alla concretizzazione di tali denunce.

    Sarebbero molti gli esempi da fare in questa direzione. Uno è quello richiamato dal Presidente Chizzoniti, nella lettera di iniziale contestazione inviataci e meritevole a suo avviso di adeguato approfondimento (che la Commissione ha, puntualmente. tentato di fare).

     Il caso è questo: un noto esponente politico di livello regionale, in presenza del coordinatore di questa Commissione, nel salone di Palazzo San Giorgio, nei giorni successivi all’insediamento, rivolto al Presidente del Consiglio Comunale, ha enfaticamente plaudito all’iniziativa istituzionale, affermando con tono di incoraggiamento che “davvero non se ne può più” e che “la gente è stanca”. Per rafforzare tale convincimento, ha testimoniato che anche un suo parente stretto era rimasto impigliato nella tagliola della richiesta  di “mazzetta” e delle angherie dei funzionari di Urbanistica.

    Chiamato, direttamente, più volte nel corso dei lavori, da parte del coordinatore a offrire una collaborazione, anche attraverso formale audizione, (“sarò il primo io”, aveva detto ), si è sempre sottratto imbarazzato affermando che “non poteva” e chiedendo comprensione per il fatto di non voler “mettere di mezzo” il suo parente che peraltro “non ne voleva assolutamente sapere” soprattutto ora che “il problema si era  risolto”.

    Ci sono tanti altri esempi di persone “stimabili” della Città che dopo aver annunciato dossier o dichiarazioni clamorose sul sistema degli appalti “truccati” dei Lavori Pubblici o sulle “mazzette” a Urbanistica, quando hanno visto che la Commissione era intenzionata a fare sul serio, hanno fatto “ritirata strategica”. E’ il caso – tra i davvero tanti – di due storiche imprese reggine, di cui una tuttora in attività, che certamente avrebbero potuto, in ogni caso, dare un contributo a capire, se c’è e dove si svolge, il “dietro le quinte”. Lo stesso dicasi del responsabile di una associazione di categoria che, dopo aver annunciato il suo arrivo con valigetta zeppa di documenti, non è mai pervenuto. La Commissione pur avendo coscienza piena della realtà e i piedi ben piantati a terra si sarebbe aspettato un  maggior contributo, magari semplicemente di proposte, oltre che da rappresentanti istituzionali, da rappresentanti di organizzazioni ed associazioni impegnate sul terreno dell’antimafia e della legalità, alcune delle quali, in tal senso, sollecitate.

    L’auspicio che formuliamo è che questo modesto contributo che ora portiamo a conoscenza della Città insieme agli atti, quelli divulgabili, dei lavori della Commissione possano essere da stimolo per un dibattito e un approfondimento.

    Naturalmente, c’è da dire che le considerazioni, un po’ amare sopra esposte, assegnano maggior valore al gesto di quei cittadini, dei rappresentanti di Enti e del Sociale che, mossi da legittimi interessi personali o collettivi, hanno interloquito con noi presentando esposti, proponendo problemi, offrendoci chiavi di lettura e prospettando soluzioni. Sono state tante le persone che ci hanno avvicinato e un buon numero, considerato il contesto, che ci ha trasmesso denunce circostanziate, mettendoci la faccia e assumendosi la responsabilità. Altri ci hanno aiutato anche se non hanno avuto il coraggio di uscire allo scoperto, ma questo è umanamente comprensibile.

     

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     LA CITTA’ ROSSO MATTONE E L’ILLEGALITA’ LEGALIZZATA

    Per comprendere le dimensioni del “sacco” urbanistico della Città bisognerebbe ripercorrere a ritroso gli avvenimenti amministrativi e sociali che ne hanno caratterizzato la storia, almeno dopo il 1970, con l’incapacità di capire e la non volontà di governare il processo di urbanizzazione travolgente  e disordinato. A partire, da un Piano Regolatore Generale, da subito, ignorato,violato e calpestato, privo di piani particolareggiati (annunciati ma mai realizzati), necessari e fondamentali per una pianificazione di scala più prossima.  L’abusivismo, di cui qui non è il caso di approfondire le variegate cause, è stato per lungo tempo il connotato delle trasformazioni urbanistiche di Reggio. Imponente per quantità (circa 1.400.000 mc abusivi tra il ‘71 e l’’80, addirittura 3.000.000 di mc  tra il 1980 e il 1985) scadente per qualità, oltre a stravolgere il senso dei luoghi, ha forgiato una vera e propria cultura i cui connotati sono ancora oggi fortemente persistenti e di cui le patologie riscontrate sono in gran parte figlie.

    In questi decenni, accanto al fenomeno dell’abusivismo selvaggio e della cosi detta “edificazione spontanea”, o “autocostruzione” si è andata affermando anche una sorta di “illegalità autorizzata”. Non è certo raro il caso di mostruosità edilizie consentite ed “assentite”, spesso sotto il mantello protettivo degli “escamotage”, individuati nel dedalo della legge e delle norme( tra varianti, condoni e deroghe).

    Questa riflessione, crediamo, sia importante, per comprendere la storia e la “cultura” del territorio e della legalità – illegalità che abbiamo alle spalle e che, inevitabilmente, continua a pesare.

    In molte denunce si fa riferimento a costruzioni lungo la costa o presso il letto delle fiumare, in aree che dovrebbero essere di vincolo e in contrasto con norme elementari di pianificazione, a partire da quelle sismiche, che pure hanno pareri autorizzativi da parte degli Enti preposti alla tutela dell’ambiente , del territorio e del paesaggio. Con relazioni redatte e sottoscritte da tanti professionisti (ingegneri, architetti, geologi, geometri) e concessioni dell’Ente comunale.

    Ci sono, certo, poi, tanti altri casi in cui edificazioni che “ad occhio” sembrerebbero “inconcepibili”, in realtà poi si dimostrano, carte alla mano, realizzate in piena regola e in totale sicurezza grazie alla disposizione di misure di contenimento.

    In tanti di questi aspetti, fatta eccezione per alcuni casi, la Commissione non avendo gli strumenti tecnici non ha potuto, oltre un certo punto, addentrarsi.

    Tra le denunce presentate alla Commissione ce n’è, ad esempio, una che si collega a tante altre inviate in precedenza agli indirizzi istituzionali più vari, compresa Regione e Autorità di Bacino e che riguarda due grandi e vistosi complessi edilizi ( fabbricati a sette piani f.t. più seminterrato e villette a due piani più seminterrato) sorti all’ingresso di uno dei centri collinari più importanti del nostro territorio. In particolare  sotto accusa era, insieme all’impatto paesaggistico, l’ubicazione “in un’area di vincolo idrogeologico su un terreno soggetto ad evidentissimo movimento franoso, con inclinazione intorno a cinque gradi”. Come accertato, dalla documentazione acquisita, effettivamente l’area su cui sorge il complesso edilizio è sottoposta a numerosi vincoli tra cui quello paesaggistico – ambientale e P.A.I. (Rischio frane-aree di rispetto):

    Vi sono, però, agli atti i permessi rilasciati dagli Enti interessati e, per quanto riguarda i rischi franosi e sismici, uno studio redatto da un professionista geologo regolarmente abilitato. E’ stato anche accertato, attraverso sopralluogo congiunto della sezione vigilanza di urbanistica e i carabinieri, che hanno avviato indagini in merito, che i lavori realizzati risultano conformi al progetto assentito, che ha avuto autorizzata anche una macrovariante.

    Stesso discorso per altri due vistosi complessi realizzati nell’area a mare a Pentimele, zona motorizzazione, e alla foce dell’Annunziata, accanto all’area del Lido, a pochissima a distanza dal mare. Oppure la casa dello studente, realizzata dall’Università, che ci impartisce giornalmente lezioni di “buona edilizia”, nell’alveo della fiumara. Oppure per l’enorme Centro Commerciale sorto di recente in una popolosa frazione della periferia sud della Città, istituzionalmente segnalato alla Commissione, che ha accertato esser stato autorizzato attraverso la conferenza dei servizi presso lo Sportello Unico per l’Imprenditoria (settore politiche comunitarie) che ha trattato la pratica. Una conferenza dei servizi in cui forse non sono stati sufficientemente tenuti in conto le norme di sicurezza nè gli impatti paesaggistici e quelli urbanistici relativi soprattutto alla viabilità circostante, e allo sconvolgimento di un contesto abitativo( rilievi posti in prima battuta dal rappresentante del Comune). In casi come questi, i dubbi legittimamente restano, ma, formalmente, è tutto a posto.

    Se per quella realtà che si colloca sul confine della legge, dove è difficile stabilire con certezza assoluta se “la palla sia uscita”, la Commissione non sempre ha potuto trarre conclusioni definite, ha, però, scrupolosamente selezionato, dentro il magma di questo preoccupante fenomeno dell’ “incertezza”, casi emblematici, che nel corso dei lavori emergevano, utili ad approfondirne la genesi e le dinamiche prevalenti. Riteniamo, a questo proposito, che i preziosi documenti e supporti informatici che, al servizio del PSC sono stati prodotti, con il contributo di esperti dell’Università, appena disponibili, renderanno possibile una ricognizione severa e puntuale delle varie “abnormità” e, rendere incontestabile la lettura del “fuori campo”, per il passato ma, soprattutto, per il futuro.

    In tale contesto abbiamo, ad esempio, potuto osservare che lo stesso utilizzo delle scappatoie delle norme tecniche di attuazione( di cui è un esempio quello su cui si approfondirà più avanti, cioè l’utilizzo disinvolto dell’articolo 22), abbia contribuito in molti casi a cambiare le carte in tavola, come in modo puntuale viene documentato in questa relazione. Lo stesso dicasi delle deroghe o del perimetro ristretto assegnato alla zona A nel Centro Storico che ha consentito e consente di abbattere e ricostruire con il 20% in più.

    Tornando ad un ragionamento generale, si è costruito dappertutto, si sono realizzate superfetazioni e chiusure terrazzi al centro, sopraelevati  piani, realizzati edifici in zone franose. Ci sono in questo responsabilità della politica per il cattivo, o forse più propriamente mancato, governo del territorio. Però anche i tecnici privati e i funzionari comunali e degli altri Enti , hanno dato il loro contributo. Per non parlare di quelle imprese improvvisate, moltiplicatesi per un processo di atomizzazione selvaggia, a scapito della qualità, della professionalità, della sicurezza dei cantieri e del rispetto dei diritti dei lavoratori.

    Il sistema autorizzativo e di controllo del Comune come della Soprintendenza , del Genio Civile o di altri Enti ha mostrato insufficienze e cedimenti. Non è affatto semplice ora venirne fuori.

     

    LA FOGLIA DI FICO

    Ad offrire uno spaccato dell’approssimazione e dell’inaffidabilità con cui molto spesso vengono fatte le cose, ha contribuito quanto emerso dall’audizione dell’Ordine dei Geologi, completata da una successiva relazione che è agli atti. Un vero e proprio “j’accuse” che, nei giorni del dopo-terremoto in Abruzzo, è ancora più giusto evidenziare.

    In premessa i professionisti  hanno richiamato il DPR 328/01, articolo 41, una corposa giurisprudenza pregressa rappresentata da Sentenze del Consiglio di Stato e vari pareri ministeriali che affermano, in maniera inequivocabile,  che soltanto i geologi iscritti all’Albo professionale hanno la competenza esclusiva ad eseguire, timbrare e firmare relazioni geologiche. Invece, nei fatti, avviene di tutto. Si va dall’utilizzo di perizie geologiche redatte in precedenza per altri siti, alla presentazione di vecchie relazioni riferite magari all’area limitrofa, con leggi differenti e con opere differenti, fino alla presentazione di perizie geologiche firmate da professionisti non aventi titolo o addirittura contraffatte.

    Questo accade anche in un territorio, come il nostro, dichiarato zona sismica ad elevata intensità (prima categoria) dalle varie leggi e interamente soggetta alle Nuove Norme Tecniche per le Costruzioni (decreto Min. Infrastrutture 14 gennaio 2008) dalle quali è considerato ad altissimo rischio sismico, con obbligo, per ogni progetto, di partire da una caratterizzazione e modellazione geologica del sito. Inoltre la giurisprudenza ha considerato la relazione geologica come “parte integrante degli atti progettuali”.

    C’è da dire a scanso di equivoci che il problema del controllo qui non riguarda tanto il Comune quanto il Genio Civile dove le perizie devono essere depositate.

    Fino al 1998 il Genio Civile competente, dietro istruttoria ed esame del progetto provvedeva al rilascio del “nulla osta”.

    Dal 1998, in seguito alla Legge Regionale n° 7, l’Ufficio del Genio Civile, nel frattempo passato di competenza regionale, provvedeva semplicemente ad accettare i progetti, disponendone il deposito, salvo controllo a campione di una modesta percentuale di pratiche. Peraltro la Commissione interna addetta ai controlli non prevedeva , tra i professionisti – ed è un fatto senza dubbio singolare – la specifica figura del geologo.

    Questa procedura ha consentito ai professionisti poco seri, di omettere o raggirare l’obbligatorietà e la correttezza dello studio e delle indagini geologiche, sfuggendo alle maglie delle verifiche.

    A supporto delle pesanti affermazioni,  l’Ordine dei Geologi ha richiamato numerosi procedimenti giudiziari (alcuni dei quali già conclusi) che hanno interessato numerose procure calabresi ed anche quella reggina.

    C’è da dire che  negli ultimi mesi, anche in seguito al cambio del dirigente nel settore edilizia antisismica regionale e del dirigente del Genio Civile di Reggio Calabria, pur permanendo il regime di deposito, i funzionari preposti hanno messo più attenzione nell’accettare i progetti. Ne consegue che, mentre prima il deposito era solo una mera applicazione di bolli, oggi quantomeno i funzionari aprono il progetto e, nei limiti delle proprie competenze, verificano la presenza o meno degli elaborati ed in qualche caso, seppur superficialmente, ne verificano l’aderenza alle norme.

    La conferma è data dai progetti respinti al Genio Civile che ,negli ultimi mesi, cominciano ad arrivare, anche se riguardano  soprattutto opere di modesta entità (sostituzione tetti, sopraelevazioni in sanatoria). In ogni caso, al di là di variazioni sul tema:”pesci piccoli, pesci grossi” sono interventi di cui prima non c’era traccia.

    Qualcosa sembra finalmente, faticosamente cambiare. Proprio in questi giorni si annuncia dall’assessorato regionale LL.PP un nuovo regolamento che prevede, tra l’altro, il deposito del progetto per via telematica e la compilazione completa di un “questionario” in cui sono riportati anche i dati geologici e di tutti i professionisti intervenuti nel corso della progettazione. Se il “questionario” è compilato in maniera corretta il progetto va a deposito. Con sorteggio pubblico si sceglie il 3 % dei progetti depositati in un mese. Se il questionario è compilato male, o incompleto, automaticamente, il progetto passa a verifica. Un dato importante di novità: tutte le  opere in classe d’uso III^ e IV^ (opere d’interesse strategico, opere che prevedono grandi affollamenti come edifici pubblici, scuole, centri commerciali, cinema, ecc.) vanno a verifica, prima dell’eventuale rilascio dell’autorizzazione.

    Una  adempienza interessante, da introdurre nell’iter procedurale, secondo l’Ordine dei Geologi, dovrebbe essere la redazione di una relazione geologico – tecnica ad opere ultimate, nella quale siano esposte e dettagliatamente rendicontate le conferme o le variazioni degli studi eseguiti in fase di progettazione. Questa prassi è già attuata in altre regioni d’Italia e, particolarmente, nella vicina Sicilia.

    Un altro aspetto emerso dalla interlocuzione con l’Ordine dei Geologi e che, questa volta riguarda direttamente la nostra Amministrazione, si riferisce ad una sorta di discriminazione in atto di questa figura professionale. Non solo viene denunciata  l’esclusione sistematica dei geologi dagli avvisi pubblici per le opere relative al piano triennale ma, addirittura, ci sarebbe, da parte degli uffici tecnici comunali, il ricorso dell’affidamento della prestazione geologica per mezzo di subappalto, per il tramite del cosiddetto progettista. Ciò è tassativamente vietato dalla legge.

    Infine, a conferma di come anche la nostra struttura comunale considererebbe la relazione geologica una sorta di “optional” viene richiamato il ricorso, per quasi tutti i progetti pubblici, ad uno dei due geologi in servizio al Comune ( ora da poche settimane in pensione). In merito alla questione, l’ingegnere Crucitti, dirigente del Settore Programmazione e Progettazione ha, però, spiegato che il settore Lavori Pubblici ha utilizzato la professionalità del Geologo interno, in considerazione che il costo di una parcella, riferita ad un Geologo esterno, è sempre sproporzionata rispetto alla effettiva prestazione fornita. La stessa costituzione dei gruppi di lavoro sarebbe  improntata all’insegna di una economia dei costi.

    L’Ordine, a distanza, ha replicato che lo stesso criterio non vale per le altre professionalità, selezionate in gran parte all’esterno. Non solo: ha affondato il bisturi riportando qualche vicenda clamorosa.

    E’ il caso – solo accennato e dichiarato “in via di verifica” da parte degli stessi Geologi – di un progetto di opera pubblica del Comune, di cui sarebbe già stato approvato il definitivo,senza relazione geologica, che, poi, si sarebbe tentato di far passare dal Genio Civile con una relazione geologica redatta per un progetto realizzato su un suolo vicino a quello effettivamente interessato, 30 anni fa. Non accettato dal Genio Civile, il RUP starebbe affidando ad un geologo non una nuova, seria perizia, ma, semplicemente, “l’adeguamento dello studio vecchio alla normativa vigente”. Se questo fatto fosse vero, varrebbe più di cento tomi.

    La Commissione ritiene, comunque, tutta la partita geologica meritevole di approfondimento non solo sul piano tecnico-procedurale ma anche politico- amministrativo e meritevole di decisioni conseguenti.

     

    FOTOGRAFIA DELL’ ALTRA CITTA’

    Una fotografia allucinante della vastità e caratteristica della violenza al territorio è impressa dalla recentissima cartografia aereo fotogrammetrica,  redatte dall’Ufficio Speciale di Piano, funzionale  alla  realizzazione della “Carta dello stato di fatto”. In 34 tavole -che la Commissione di Indagine ha voluto esaminare in anteprima – sono rappresentati i tessuti edilizi costruiti abusivamente. Zona per zona, edificio per edificio, particella per particella, balza in evidenza  tutta la volumetria realizzata fuori dal Piano. Viene fuori una città ufficialmente “inesistente”, una “città sovrapposta” “una città nella città”. Il colore “rosso mattone” che la distingue è -in alcune zone, da Pellaro ad Arangea, da Catona a Gallina, le aree di costa come i centri collinari -il colore dominante. Visivamente si coglie come l’abusivismo sia stato l’anello di saldatura di fasce compattamente edificate. Sono sorti quelli che qualcuno ha chiamato “quartieri senza architettura” o semplicemente “quartieri.senza”.

    A fronte di questo “sacco della Città” vi è stata per un lunghissimo periodo la compiacenza e la resa delle Istituzioni, a partire dall’Amministrazione Comunale del tutto incapace di guidare i processi di espansione urbana e di stroncare gli abusi. Alla quantità abnorme di costruito non ha corrisposto la qualità, in molti casi sono stati inibite definitivamente potenzialità e soluzioni di uno sviluppo moderno ed equilibrato.

     

    LA CITTA’ DEGLI ECOMOSTRI

    In questi giorni è stato consegnato il rapporto conclusivo dell’indagine “Paesaggi e Identità” promosso dall’Assessorato all’Urbanistica della Regione Calabria attraverso il quale sono stati censiti gli ecomostri realizzati lungo la costa calabrese. Come  Commissione abbiamo ufficialmente chiesto di avere in anteprima i risultati, al fine di approfondire i dati relativi al nostro Comune. La sintesi completa è allegata agli atti della Commissione, a disposizione dei Consiglieri. Quando parliamo di ecomostri parliamo di costruzioni abusive o con difficoltà di recupero, per il forte stato di degrado, o, ancora, che presentano un impatto ecologico, urbanistico  e sociale negativo (rispetto all’ecosistema o alla qualità della vita e delle relazioni umane).

    Grazie a tecniche sofisticate e ’ stato, in sostanza, possibile individuare e cartografare tutti i fabbricati e gli oggetti, esterni ai centri urbani, che presentano caratteristiche anomale e che quindi hanno richiesto una successiva e puntuale verifica, effettuata “de visu” dai rilevatori.

    Ecco i risultati che più direttamente ci riguardano: i casi individuati e censiti assommano a 4.191, il che significa che statisticamente ci troviamo di fronte ad una offesa al paesaggio ogni 100/150 metri lineari di costa calabrese. Si tratta di edifici ed oggetti di vario tipo: dai palazzi condominiali alle villette a schiera, dalle ville uni e bifamiliari a piccoli edifici, da camping e villaggi turistici a lidi cementificati, via via fino ad aree demaniali, privatamente appropriate, ed a costruzioni mai terminate, abbandonate, disastrate.

    Un dato significativo è che 758 abusi in senso proprio, e quindi ricadenti nella categoria della illegalità, si collocano in aree protette ed in particolare nell’ambito di Siti di  Importanza Comunitaria (471 casi) e di Zone di Protezione Speciale (165 casi).

    Emerge che il Comune di Reggio Calabria, assai vasto per estensione territoriale, accoglie quasi la metà degli abusi SIC individuati nell’intera costa calabrese e la parte nettamente prevalente su scala provinciale( ben 215 su un totale di 280).

    Anche per quanto riguarda le consistenti “abusive offese edilizie”, collocate nell’ambito di pregiate aree sottoposte a vincolo archeologico, su  72 casi, la quasi totalità sono concentrati nel nostro Comune.

    Nel Rapporto, particolarmente grave – non soltanto dal punto di vista dell’abuso e della offesa al paesaggio, ma anche per il rischio di eventi disastrosi –  è stata ritenuta la presenza, di immobili e strutture, nell’ambito di aree sottoposte al vincolo di rischio idraulico. In generale si tratta di edifici e manufatti che insistono nei pressi di corsi d’acqua o addirittura nelle aree di alveo oppure in siti indicati come rischiosi dal punto di vista idrogeologico. Nel complesso l’indagine ha individuato 550 casi, la cui distribuzione è alquanto diffusa sul territorio ma, ancora una volta emerge, per l’addensamento di casi, il comune di Reggio Calabria (67).

    Altri tipi di vincolo, all’interno dei cui limiti sono stati rilevati casi, riguardano il vincolo stradale, ferroviario, aeroportuale ed il vincolo depuratori. Nel complesso le violazioni assommano a 341 unità, di cui 129 riferite al vincolo stradale e 120 a quello aeroportuale. Anche in questa evenienza si registra il primato negativo del comune di Reggio Calabria, che ingloba la quasi totalità degli abusi relativi al vincolo stradale (115) e la totalità di quelli relativi al vincolo aeroportuale.

    Tra gli ecomostri c’è quello, segnalato dal Comune, delle Sabbie Bianche, area nord, villaggio abusivo attaccato all’Aeroporto oppure  il complesso di circa 40 appartamenti per villeggiatura realizzati da oltre un decennio a Punta Pellaro, a meno di dieci metri dalla battigia, praticamente sul mare, in un tratto di costa di particolare bellezza e in zona di vincolo paesaggistico. Un processo avviato sulla base di un esposto di Legambiente e Lipu aveva portato a una sentenza di condanna in primo grado e al sequestro del villaggio. Proprio però in questi giorni (28 aprile 2009), a conclusione del processo di secondo grado, la Corte d’Appello ha disposto la revoca della confisca dell’area di cantiere e delle opere edilizie. Salvo ulteriori sviluppi clamorosi la demolizione di questo ecomostro non avverrà, con buona pace di quanti pensavano di riconvertire l’area.

     

    LEZIONE DA TRARRE

    Fare una panoramica sulla cartografia della “città fuori dal Piano” oppure scorrere i dati degli ecomostri  produce una forte amarezza. E’ un pugno nello stomaco, un problema enorme con cui la legittima ambizione della Città turistica o Metropolitana deve confrontarsi e che fa del recupero dell’abusivismo, dello sfregio a luoghi di particolare bellezza, del freno al consumo dissennato di suolo e del risanamento, recupero e riqualificazione del patrimonio edilizio e urbano una tavolo su cui prioritariamente, in maniera più organica e decisa, puntare, investendoci mezzi, azioni concrete, programmi e progetti, passando dall’esercitazione verbale dei decenni passati, salvo lodevoli eccezioni, ai fatti concreti che hanno cominciato, con le amministrazioni degli ultimi dieci , quindici anni, seppure tra tante contraddizioni e “timidezze”, a prendere forma.

    Obiettivo primario è vincere la cultura dell’illegalità e dell’abusivismo, l’idea diffusa, fino ad essere connotato culturale, che “si può fare, tanto poi ci sarà modo di regolarizzare”. Va tolto, ecco il punto, soprattutto alibi a chi utilizza la lentezza e inefficienza burocratica, se non addirittura la presunta corruzione, come pezze giustificative del ricorso “al far da sé”. Bisogna infine punire chi agisce fuori dalle regole ed incoraggiare chi si muove nella legalità.

     

     

     

     

    VIAGGIO NEL PIANETA URBANISTICA

    “Quello che il bruco chiama fine del mondo

    il resto del mondo chiama farfalla”

    Lao Tze

     

    Diciamolo subito: dallo screening fatto sul Settore Urbanistica, dai documenti prodotti dall’Ufficio e dalle numerose testimonianze acquisite, tra cui quelle di rappresentanti di Ordini Professionali, emergono punti molto seri di debolezza ma anche molti punti di forza. Va detto subito che il Settore non è certamente quello di vent’anni fa. Sarebbe, pertanto, ingeneroso affrontare il problema delle carenze relative al funzionamento della sua macchina burocratica, senza storicizzarlo e valutarlo nel contesto sopra descritto e in cui inevitabilmente si specchia. Vanno colti e segnalati, certo, i ritardi ma anche l’evoluzione e i miglioramenti, per alcuni aspetti notevoli, che sicuramente ci sono stati in termini di efficienza, trasparenza  e comunicazione

    Anche per quanto riguarda il personale si presenta  un quadro complessivo in cui è possibile individuare  buone e, in molti casi, ottime professionalità, con notevole conoscenza delle leggi e capacità di stare al passo, aggiornarsi, cosa in verità non semplice, rispetto alle continue modifiche ed evoluzioni. Tutto ciò a fronte di carichi di lavoro pesanti e di condizioni di lavoro non invidiabili. Negli allegati, i consiglieri possono trovare i dati dettagliati che confermano questa affermazione.

     

    URBANISTICA: LA SQUADRA

    Le Unità operative più direttamente interessate alla nostra indagine sono quella di secondo livello relativa all’edilizia privata (otto funzionari oltre il responsabile dottor Giuseppe Melchini, dal 10.05.2001) e l’unità di terzo livello commissione edilizia- vincoli aeroportuali con un unico funzionario. Le attività di edilizia Privata e Pubblica comprendono tutte le pratiche edilizie dalla presentazione al rilascio del permesso di costruire.

    Solo per dare alcuni dati di riferimento: nel 2007 sono state presentate 774 pratiche mentre per l’anno 2008, 587 (dato parziale); 147 sono state le richieste di variante per l’anno 2007, n.134 per l’anno 2008; i permessi di costruire rilasciati nel 2007 sono stati 261, 217 per l’anno 2008; i dinieghi n.132 per il 2007, 132 per il 2008; accertamenti e sopralluoghi per conformità lavori n.121 per l’anno 2007, e n.62 per l’anno 2008.

    Per quanto riguarda l’Unità di II° livello Vigilanza Edilizia, vi sono nove unità, oltre la responsabile, Architetto Gioffrè Florio Giuliana Le attività svolte riguardano l’istruzione pratiche di vigilanza che sono state 266 per il 2007 e 263 per il 2008; sopralluoghi derivanti da denunzie e segnalazioni di abusi: n. 190 per l’anno 2007 e 192 per l’anno 2008 effettuati congiuntamente per la metà circa con personale del Comando Polizia Municipale; emissione di ordinanze di demolizioni/ sanzioni per manufatti abusivi che sono state 202 per il 2007 e 218 per il 2008; sopralluoghi per l’inottemperanza all’ordinanza di demolizione: n.120 per il 2007 e 50 per il 2008; perizie tecniche e sopralluoghi per la Procura della Repubblica: n.40 per il 2007 e n.45 per il 2008. A queste attività si sono aggiunte quelle di supporto alle demolizioni coatte (30 manufatti), per 70 pratiche di contenzioso per il 2007 e 30 per il 2008 e riscontro alle istanze di ditte ed Enti (600 tra 2007 e 2008). L’Unità Operativa di III° livello Condono Edilizio si avvale di tre funzionari oltre il responsabile (dal 08.07.99) geometra Calì. Si occupa tra l’altro della gestione ordinaria delle pratiche relative alle leggi 47/85, 724/94 e 326/03. Rilascia copie conformi e attestazioni di vario genere: n. 2500 per il 2007 e 2600 per il 2008; verifica i motivi ostativi al completamento delle opere abusive avanzato ai sensi della 47/85 (690 nel 2007 e 750 nel 2008); esegue accertamenti di conformità delle opere abusive avanzate dall’Autorità Giudiziaria o da privati cittadini(300 per il 2007 e 350 per il 2008. L’Unità Operativa ( terzo livello), Asseverazioni ed Autorizzazioni, di cui è responsabile, dal 20.07.99, il geometra Zema, si avvale di quattro funzionari. L’attività riguarda tutte le richieste soggette alla comunicazione di inizio attività: dalla manutenzione ordinaria a quella straordinaria di restauro e risanamento conservativo e di ristrutturazione di fabbricati esistenti; installazione antenne di telefonia cellulare, installazione di pannelli fotovoltaici, realizzazione di muri di sostegno e recinzioni varie. 1400 richieste in tutto per l’anno 2007, 1000 per il 2008. Della Prevenzione, Sicurezza e Pubblica Incolumità, dal 2000, si occupa il responsabile Panzera Santo insieme ad un funzionario: 500 pratiche acquisite di cui 285 espletate nel 2007 e 180 per l’anno 2008; 70 sopralluoghi per il 2007 e 85 per il 2008. Dell’unità di terzo livello beni ambientali e vincoli inibitori è responsabile dal 1999 il geometra Scardino Antonino che si avvale di due funzionari. L’attività riguarda richieste di certificati di destinazione urbanistica: 450 per il 2007 e 1010 per il 2008. Ne sono stati rilasciati 450 per il 2007 e 990 per il 2008. A fronte poi di una richiesta di certificati di vincoli inibitori( 1450 nel 2007 e 1150 per il 2008) ne sono stati rilasciati 1420 per il 2007 e 1150 per il 2008. Vi sono poi gli atti relativi alla Regione Calabria (500 nel 2007 e 285 nel 2008) e quelli relativi alla Procura( 92 nel 2007 e 98 nel 2008).L’U.O. di III° livello che si occupa di lottizzazioni, di cui è responsabile il geometra Comi Domenico dal 1999, si avvale di un altro funzionario e si occupa dell’iter istruttoria con acquisizione atti e richieste di vari uffici e di vari enti per ogni piano di lottizzazione presentato. I piani di lottizzazione presentati sono stati 9 per il 2007 e 13 per il 2008. Le lottizzazioni istruite trasmesse alla Regione sono state 6 per il 2007 e 6 per il 2008. Alla Prima Commissione del Consiglio Comunale ne sono state trasmesse 8 per il 2007 e 5 per il 2008. I dinieghi di autorizzazione a lottizzare sono stati 3 per il 2007 e 1 per il 2008.

    Gli altri uffici dell’Urbanistica sono, oltre le Segreterie di Assessore e Dirigente, l’unità operativa di terzo livello addetta al servizio accettazione e ai rapporti con il pubblico; l’U.O. che si occupa di cartografia con un unico funzionario responsabile; l’Unità Operativa che si occupa di Gestione del Piano Regolatore(II livello), U.O. di terzo livello denominata: Ufficio Speciale della Variante al Piano Regolatore Generale, l’U.O. Programmazione e Progettazione Urbana e Programmazione Restauro Ambiti, la Segreteria Amministrativa Generale, l’U.O. Abitabilità e Agibilità; C’è poi un’unità contabile e un funzionario addetto all’Ufficio Staff del Sindaco.

     

     

    LA COMPLESSITA’

    Nella relazione presentata alla Commissione, nell’audizione e nei numerosi colloqui, il Dirigente di Urbanistica e altri funzionari hanno avuto modo di spiegare la posizione estremamente delicata in cui inevitabilmente è posto il Settore Urbanistica soprattutto per quel che riguarda il sistema autorizzativo, di controllo e sanzionatorio. Dall’ufficio passa fondamentalmente tutta l’attività edilizia di una città che ha nel comparto la seconda voce, dopo la Pubblica Amministrazione, per risorse umane impegnate e, complessivamente,  ma questo lo abbiamo già evidenziato, la principale voce dell’economia cittadina.

    “Ciò significa- ci ha spiegato il Dirigente- che inevitabilmente l’azione amministrativa degli Uffici determina aspettative di diverso impatto emotivo nella moltitudine di utenti che intercetta l’azione stessa, precisando che gli utenti interessati sono sia diretti, relativi ai provvedimenti emessi, sia indiretti, relativi alla salvaguardia dei così detti diritti di terzi

    Spesso esistono dei pregiudizi, motivati da esperienze pregresse o da semplice dicerie, che inducono a conclusioni frettolose e non sempre giuste. Solo per fare un esempio, l’avvicendamento delle responsabilità, per quanto riguarda i nulla osta ambientali, dal Comune alla Provincia e poi alla Regione, ha creato un notevole disagio al cittadino,  il quale, in molti casi a torto, ritiene responsabile del blocco delle pratiche e dei ritardi soltanto il settore Urbanistica del Comune”. Da qui anche la costruzione di supposizioni dietrologiche o di fantasiose “trame di film” che, spesso, determinati atteggiamenti dei funzionari con cui ci si relaziona, dovuti magari a stress o a componenti caratteriali, contribuiscono a legittimare. Più avanti in questa Relazione riferiremo di casi, uno in particolare, che sembrano confermare questo assunto.

    Per stare ancora sul filo del ragionamento circa la complessità, si accennava prima alle difficoltà di star dietro ai mutamenti, e in molti casi alla aumentata complessità del quadro normativo. Gli aspetti innovativi delle norme determinano problemi ricettivi e interpretativi tra gli stessi addetti ai lavori. Un esempio, per tutti, forse il più significativo è dato dall’entrata in vigore della Legge Urbanistica Regionale, che segna in ogni caso un passaggio storico, lungamente atteso. Le continue modifiche ed integrazioni emanate sulla scorta di esigenze diffuse – dalle linee guida al regime vincolistico in continua evoluzione – pone la materia in una sfera giuridica estremamente complessa.

     

    CARNE DA MACELLO

    Se tutto questo è vero è innegabile però anche che il settore urbanistica resta, e non da ora, tra i settori più “chiacchierati” della struttura comunale, un settore su cui si concentrano i più diffusi pregiudizi. In larghi strati dell’opinione pubblica l’idea che lì esista un meccanismo di abuso, di discriminazione e di corruzione, è ancora fortemente radicato, seppure in calo. Ce lo hanno confermato, in questi mesi di lavoro della Commissione, anche se nella maggior parte dei casi in modo generico, cittadini appartenenti a strati sociali e livelli culturali variegati.

    Lo stesso Dirigente di Urbanistica, sul punto, ha fatto riferimento all’esistenza di “un’ ampia casistica di calunnie poste a carico del personale dipendente” e ha invitato tutti, noi della Commissione per primi, alla “prudenza nel giudicare e prima di generalizzare”.

    Per rappresentare una condizione e uno stato d’animo suo e del personale del settore, egli ha fatto ricorso ad un’espressione amara e colorita che ci ha colpito: “noi di urbanistica – questa è la verità ( ha detto) – siamo carne da macello”. Metafora che qualcuno potrebbe ritenere un po’ vittimistica, ma, invece, credibilmente motivata e, comunque, forte ed efficace.

    C’è da dire però che sull’altro piatto della bilancia ci sono i tanti cittadini che dal contatto con gli uffici traggono e attestano, anche attraverso le risposte ai questionari, un giudizio di soddisfazione per l’efficienza e la professionalità.

     

    ANONIMO REGGINO

    Annualmente sono centinaia le denunce riguardanti abusi edilizi: La maggior parte di esse sono in forma anonima o con firma di fantasia o di comodo( “un gruppo di cittadini” “cittadini sfiduciati”, ecc). Quelle regolarmente sottoscritte con firma autografa si riferiscono, nella stragrande maggioranza dei casi, a presunte lesioni di diritti di terzi anche in relazione ad opere regolarmente autorizzate e soggette a arbitrarie modifiche in corso d’opera. Raramente -se si eccettuano quelle, per la verità neanche molto numerose, di talune associazioni di impegno sociale – esse riguardano l’aggressione al territorio come bene pubblico. Inoltre, le denunce si riferiscono, prevalentemente, ad abusi di livello medio – piccolo anche se sono consistenti, soprattutto nelle denunce collettive, quelle che si riferiscono a grandi abusi. Nella maggior parte dei casi, le denunce vengono inviate oltre che al Sindaco e all’Ufficio Urbanistica, alla Procura della Repubblica , ai Carabinieri o alla Capitaneria di Porto e a indirizzi “standardizzati”.

    La Commissione di Indagine, attraverso il lavoro di un sottogruppo, ha operato uno screening su un numero indicativo di denunce pervenute all’Ufficio Urbanistica e trattate dalla sezione vigilanza edilizia. Ne riportiamo la scheda riassuntiva da cui è possibile trarre un orientamento di carattere più generale anche relativamente alla tipologia.

     

     

    IL SISTEMA CHE (FORSE) NON C’E’

    Un sistema collaudato e impermeabile composto da dirigente compiacente, funzionari che fanno il bello e cattivo tempo tenendo in sospeso o  rimandando continuamente la decisione, finchè non scatta “la parolina magica”.

    Testimonianze di cittadini vessati, “traccheggiati“ o ricattati, costretti a passare sotto le forche caudine della mazzetta. Soprattutto molte dicerie, chiacchiere, difficili da provare, con i “i professionisti delle lettere anonime” che imperversano e la fanno da padroni.

    In una lettera anonima di cui il Presidente del Consiglio ha parlato, quale esempio illuminante, nella conferenza dei capigruppo del 21 maggio 2008, viene portata all’attenzione “del Procuratore della Repubblica e di altre 30 persone” la descrizione di un vero e proprio sistema che da tempo impererebbe nel Settore Urbanistica.

    Si parte dal racconto degli ostacoli frapposti, in modo ricattatorio, all’anonimo cittadino in relazione alla richiesta di un condono “impossibile”di un fabbricato abusivo, sfociato nella pretesa da parte di due funzionati, “per sciogliere il dilemma” e operare la forzatura , di 40 mila euro. Senza sconto.

     La somma stando alle parole, che l’anonimo denunciante attribuisce ai due funzionari corrotti, di cui fa nome e cognome, doveva servire per “accontentare un po’ di persone, a partire dal dirigente (addirittura 50%), fino alla segretaria(10%) e all’usciere(5%). Per completezza del quadro si chiamava in causa anche, rispettivamente, il dirigente, a cui l’attuale è succeduto, e un responsabile presente anche nella gestione amministrativa precedente che avrebbero applicato, in altri tempi e in altre circostanze, lo stesso metodo.

    Ora, lettere così non è infrequente che arrivino a Palazzo San Giorgio o alla Magistratura. A volte esse possono dire cose vere o delineare scenari verosimili, il più delle volte però sono uno strumento di attacco ignominioso  alla dignità delle persone e alla credibilità delle strutture istituzionali

     

     

    IL PRINCIPIO DI CAUTELA

    Dinanzi alle lettere anonime, come Commissione, abbiamo scelto di andarci molto cauti. Anche perchè si rischia di prendere per buone vere e proprie “bufale”. E’ facile, stando nell’ombra, diffamare e calunniare, gettare fango.

    Ad esempio, in una di queste lettere , più recente, viene denunciato un analogo sistema di malaffare esistente e consolidato presso gli Uffici Urbanistica secondo cui “vengono rilasciati immediatamente tutti i permessi necessari per costruire legalmente tutto ciò che è illegale.”  La condizione necessaria sarebbe quella di rivolgersi ad un architetto ben preciso (di cui nella lettera si danno le complete generalità) in quanto “parente stretto del Dirigente con il quale divide i compensi”.

    A segnalare questa seconda lettera alla Commissione è stato lo stesso Dirigente, architetto Putortì, il quale aveva già avuto modo di dimostrare la totale infondatezza di quanto teorizzato dall’anonimo personaggio. Non solo non esisteva nessuna sua parentela, seppur lontana, con l’architetto chiamato in causa, ma lo stesso presunto “collettore” di pratiche, negli anni, aveva presentato agli uffici soltanto sei progetti, a fronte di una attività complessiva dei professionisti che si rivolgono all’urbanistica di circa 1600 permessi di costruire e 3000 denunce di inizio attività. Poca roba.

     

    MELE MARCE E MICRO-ORGANIZZAZIONI DI MALAFFARE.

    La Commissione di Indagine dalla meticolosa analisi dei documenti, dall’esame delle denunce,  dalle audizioni non è entrata in possesso di elementi di una consistenza tale da poter affermare, o solo ipotizzare, l’esistenza di un sistema di malaffare centrato su Urbanistica con interconnessioni esterne e raccordi con l’Amministrazione o con altre espressioni del Potere.

     Del resto sarebbe stato velleitario porsi l’obiettivo, con i nostri scarsi mezzi, i tempi relativamente ristretti e la mancanza di adeguate competenze e accessi investigativi, di  approdare a questo risultato, indipendentemente dal fatto che esso esistesse o meno.

    Va ricordato, peraltro, che più volte la Magistratura, in passato, è intervenuta, certo partendo da indizi più consistenti e da strumenti  molto più adeguati, per accertare a verificare se, oltre i provvedimenti che hanno interessato (come interessano) singoli funzionari di Urbanistica, vi fosse l’esistenza di questo organico sistema. L’ultimo esempio, in questa direzione, l’inchiesta aperta nel 1998 dalla Procura di Reggio Calabria, precisamente dal pubblico ministero Stefano Billet su una serie di concessioni edilizie e pratiche di condono istruite dalla sezione urbanistica del comune negli anni precedenti. Furono emessi cinquanta avvisi di garanzia ad altrettanti funzionari di Urbanistica, praticamente tutti. compreso il Dirigente del tempo. L’accusa era quella di aver operato la sistematica falsificazione di alcuni documenti nonché di verbali di sopralluoghi ed altri atti istruttori previsti dalla legge. I reati ipotizzati erano falso in atto d’ufficio aggravato dall’ingiusto vantaggio patrimoniale. falso ideologico, falso materiale

    Fu messo in subbuglio l’intero ufficio che protestò, in quanto si sentiva toccato nella dignità e perchè si faceva “di tutta l’erba un fascio”.A sentirsi giustamente turbati furono soprattutto quegli impiegati onesti, la maggioranza, che venivano aggregati “d’ufficio” a quelli , pochi, che onesti magari non erano e, forse, gridavano di più. Alla fine il tutto si concluse con una puntuale archiviazione.

    Quando si parla di sistema, si parla di una rete ampia strutturata e organizzata di persone connesse, in un intreccio di relazioni sodali, a vari livelli di responsabilità, al fine di perseguire obiettivi deviati, legati al lucro o a interessi di consorterie varie, non esclusa quella mafiosa.

    La Commissione, lo ribadiamo, è portata ad escludere – anche se non può ovviamente farlo in assoluto- l’esistenza di questo sistema strutturato e generalizzato di corruzione che coinvolge tutti e tutto.

    Non esclude, non può escludere, però, che vi siano, dentro e fuori l’ufficio urbanistica, sacche di malaffare legate all’attività istruttoria delle pratiche di edilizia.

    Nel corso dei nostri lavori, sono, anzi, emersi diversi elementi che riconducono a possibili responsabilità individuali a vari livelli di singoli funzionari o di gruppi di interesse organizzati. Essi, all’interno della struttura, sembra abbiano trovato modo di consolidare nicchie di potere e mettere in atto meccanismi di condizionamento finalizzati non certo a perseguire il bene comune ma “all’ingiusto vantaggio patrimoniale personale”. Insomma, un’attività deviata o parallela attraverso cui integrare il proprio stipendio o servire i propri referenti.

     Lo stesso Dirigente Putortì, nel corso della sua audizione pur escludendo la possibile esistenza di un sistema (soprattutto per “la trasparenza delle procedure messe in campo” e da lui orgogliosamente rivendicate), non si è sentito di escludere, con molta sincerità, la possibile presenza di una organizzazione di malaffare all’interno dei suoi uffici. Ne limita però il raggio d’azione a quelle pratiche “irregolari”,tese ad ottenere qualcosa di non dovuto, oppure “in più”, che attraverso procedure normali, sarebbe impossibile far arrivare in porto. E’ soprattutto in questi casi che si possono saldare i contatti tra un determinato tecnico a cui l’utente viene, allo scopo, indirizzato e il funzionario comunale disponibile, presumibilmente in cambio della “mazzetta”, a fare da sponda e a emettere un provvedimento non fondato.

    Per quanto riguarda  l’ipotizzato “giro” legato alle mazzette, le più incriminate sono alcune pratiche di condono. In particolare, come ha spiegato il Dirigente, a volte è stata rilevata qualche “stranezza” nel rapporto tra condono edilizio e unità dei beni ambientali, a partire da una tempistica dilatata che non trovava giustificazione nella realtà delle cose. Non è da escludere, dunque, che a monte o a valle di questa procedura dilatata, venisse preteso un gesto di oliatura per far passare pratiche che non erano a posto e , senza i “trucchi del mestiere”, non potevano passare.

     E’ più facile – aggiungiamo un altro elemento tratto dall’interlocuzione con il Dirigente – che meccanismi torbidi riguardino progetti di piccoli fabbricati unifamiliari. Più difficile  che grossi costruttori si abbandonino a procedure che non siano “al riparo” o si affidino a professionisti poco seri.

    Questo naturalmente non vuol dire  pensare che il costruttore sia un’”animella” indenne o negare possibili processi degenerativi legati a grosse operazioni speculative o a quella che viene chiamata la “mafia del mattone”. Le cronache giudiziarie e i rapporti istituzionali, densi di dati, ci dicono, purtroppo, che non è fantasia parlare di esponenti dei clan che diventano mediatori di investimenti nell’edilizia all’interno di un sistema, questo si sistema, legato al ciclo del cemento, in cui il punto di passaggio diventa la falsificazione delle relazioni tecniche, a partire da quella legate ai vincoli, fino agli atti notarili forzati e non adeguatamente verificati o l’accaparramento, attraverso banche o finanziarie amiche o mediante altri interventi di condizionamento, di terreni che, con qualche adattamento autorizzativo, si pensa possano diventare pronti all’uso edificabile. Questo fenomeno è certamente ancora presente, anche se in misura notevolmente ridotta rispetto al passato, nella nostra città, in cui l’edilizia ancora conta. Esso, dove c’è e quando c’è, richiede però un livello di mediazione e di accordi che certamente non è quello dell’impiegato all’urbanistica o del vigile urbano. Va detto, inoltre, che  il sistema di controllo istituzionale, compreso quello nostro, comunale, oggi è senza dubbio più attrezzato e più capace di tutelarsi. Nella stessa classe politica, come alcune recenti decisioni dimostrano, comincia a farsi largo, attraverso gli atti, una linea istituzionale di controllo, di contrasto e di resistenza.

    Tornando alla possibile sussistenza di “mazzette”, va registrato come dagli Ordini Professionali non sia venuta una conferma in questa direzione. Non solo tutte le delegazioni hanno escluso l’esistenza della “regola non scritta”, ma si sono premurati ad affermare di non aver mai avuto segnalazioni di comportamenti anomali di loro iscritti o di particolari difficoltà nel rapporto con gli uffici di urbanistica. Qualche voce, dicerie, ma niente di concreto. Il problema sarebbe piuttosto – come ha efficacemente sottolineato la delegazione dell’Ordine degli Architetti – “soprattutto culturale. Del peso, cioè, che ha il sistema delle imprese, di quanto conta l’apparato burocratico nell’attività, i prezzi che paga il territorio, in quanto, a Reggio Calabria si può costruire, ovunque, legalmente, e il permesso viene dato a tutti. Ne consegue che non vi è crisi del mercato edilizio, bensì vi è crisi di qualità”.

    Per quanto concerne i pareri paesaggistico -ambientale va rilevato che ormai da qualche anno la delega per le autorizzazioni è in capo ad altri (all’ Amministrazione Provinciale, prima, alla Regione, ora). E’ un grosso peso in meno, in tutti i sensi, per la nostra Urbanistica, anche se  i tempi non si sono certo accorciati,

     

     

     

    STORIE DI CASI

    “Non chiedere: “Qual è il problema?”Chiedi: “Qual è la storia?”.Solo così scoprirai qual è per davvero il problema”.

    John Forester

     

    Si accennava prima ai diversi  elementi che emersi  nel corso dei nostri lavori che riconducono a responsabilità di singoli funzionari o di gruppi di interesse organizzati che si annidano anche dentro l’Urbanistica. La Commissione ha voluto selezionarne alcuni, particolarmente significativi, scandagliando nella mole di documenti acquisiti. Questi casi rappresentano il segno tangibile che, nonostante gli sforzi, una quota di marcio esiste e più di qualcosa continua a non funzionare.

     

    REGISTRI MANOMESSI

    La Procura della Repubblica nel luglio 2008 chiede all’Ufficio Urbanistica notizie in merito ad una pratica edilizia riferita ad un permesso a costruire del 2003 intestata a due persone. La risposta è: non esiste e non è stato mai rilasciato, a nome dei due, il permesso; nemmeno negli anni precedenti il 2003. Tant’è che non si è trovata traccia negli archivi.

    Il responsabile del provvedimento, nonché responsabile dell’edilizia, dichiara che, invece, una pratica intestata al secondo soggetto è stata realmente trattata ed evasa sino all’emissione del parere favorevole; ma non è andata oltre tale stadio. Quindi niente presentazione del progetto strutturale al Genio Civile, niente pagamento degli oneri concessori, niente parere igienico – sanitario, ecc.

    Ma ecco il colpo di scena: nel Registro delle Concessioni edilizie, oggi Permessi di Costruire, nell’anno 2003, mese di novembre, vi è “regolarmente”( ovviamente tra virgolette) registrato il permesso di costruire. Non solo. Nella terza colonna, destinata alla specificazione della ditta, oltre al nome del richiedente della pratica non andata, per vie ufficiali, avanti, c’è un secondo nome, “sovrapposto ad uno strato di bianchetto”.

    Il registro all’epoca era conservato negli armadi della stanza degli istruttori. “ Si ritiene – deduce il Dirigente di Urbanistica, rispondendo alla Procura- che sia stato manomesso”. Da ignoti, ovviamente. Il procedimento giudiziario è in corso.

     

     IL “TRADIMENTO” INFORMATICO

    In data 23 gennaio 2008, in una zona limitrofa al perimetro del centro urbano, la Polizia Municipale sequestra un  costruenda struttura a due piani fuori terra più seminterrato. Tale costruzione sarebbe stata destinata a fabbricato rurale e realizzato su suolo agricolo, in un lotto di terreno inferiore ai 10.000 mq. Apparentemente, stando alle carte, il progetto sarebbe stato assentito, con permesso di costruire dell’Ufficio Urbanistica, datato luglio 2007. E’ quanto sostengono il titolare e il progettista, i quali esibiscono non solo il permesso a costruire ma anche l’estratto di elenco pubblicato su internet, nel sito www.comune.reggio-calabria.it (link Urbanistica), in cui si evidenziava il parere:favorevole alla proposta progettuale. C’è un aspetto, in particolare, che subito insospettisce: dopo l’entrata in vigore della legge urbanistica regionale (20.12.2006) è, infatti, impossibile autorizzare l’edificazione in zona agricola in lotti di terreno inferiori a 10000 mq.

    Si viene a scoprire che il permesso a costruire del 2007, con cui è stato assentito, apparentemente in piena regola, in realtà è falso. Addirittura, già nel novembre 2006,  il progetto aveva avuto parere contrario dall’Urbanistica. Dalla verifica emerge che l’estratto dell’elenco internet è originale mentre il titolo che da il via libera alla costruzione e’ frutto di un fotomontaggio, nonostante abbia la marca da bollo in originale e anche i timbri tondi dell’Ufficio Urbanistica. Ugualmente falsi i nulla osta dei vari Enti, sia il computo degli oneri concessori. Peraltro, il progetto tecnico, con i calcoli di stabilità, non era mai stato presentato presso il Genio Civile.

    Ma il dato che certamente più inquieta e fa riflettere è quello che emerge, abbastanza clamorosamente, dall’indagine interna relativa alla pratica, immediatamente  avviata dal dirigente del Settore: il permesso è stato costruito digitalmente con il computer in uso alla segreteria dello stesso Dirigente.

    Ancora in fase di accertamento e di controllo l’attività professionale dei due architetti associati, coinvolti nella vicenda, con una verifica relativa agli altri progetti da loro firmati per accertarsi se il caso sia isolato o il “vizietto” si è manifestato in altre circostanze. E’ superfluo dire come, sulla vicenda sia in corso un’indagine della Procura della Repubblica. L’oggetto: “permesso a costruire falso in concorso con persona ignota dell’Urbanistica che ha formato l’atto con timbri originari”.

     

    LA FIRMA FOTOCOPIATA

    Il Dirigente ha fatto appena in tempo a inviare gli approfondimenti sul caso, venuto alla luce e sopra descritto, alla Procura della Repubblica, che deve rimettersi al computer per scrivere nuovamente al Quarto piano del Cedir. Stavolta l’imput gli viene offerto da una denuncia, cruda, a carico di ignoti del responsabile dell’unità organizzativa “Edilizia Pubblica e Privata” per falsificazione di atto pubblico.

    Il documento falsificato è, manco a dirlo, un permesso di costruire, nello specifico una variante ad un progetto per un fabbricato regolarmente assentito. Doveva servire a realizzare un piano interrato e alcune variazioni interne. Ma, stavolta, viene, in qualche modo, intercettato.

    La firma in calce appare fotocopiata, la dicitura “Il Dirigente del Settore” non allineata, la firma dello stesso riportata per esteso, piuttosto che per sigla, come al tempo usava fare. E’ un chiaro esempio di fotomontaggio. Fatto da chi e dove non si sa. Stavolta “non è stato rilevato che il documento possa essere stato confezionato presso un computer interno dell’Ufficio”. Anche se questo non viene escluso.

    E intanto ritorna il dubbio insieme alla domanda: casi isolati , come saremmo portati a credere, o spia di una prassi più diffusa per aggirare la norma e fare porcherie? 

     

    I “VASI COMUNICANTI”

    Molte insistenti voci, raccolte dalla Commissione, hanno prospettato l’esistenza di  un sistema di “vasi comunicanti” tra determinati dipendenti di Urbanistica e taluni studi professionali privati che farebbero da prestanome, firmando i progetti, sarebbero privilegiati nell’ iter autorizzativo e verso cui, in alcuni casi, verrebbero indirizzati gli utenti. Lo stesso Presidente del Consiglio, nel corso della Conferenza dei Capigruppo del 21.5.2008 ha fatto riferimento a questa possibilità. Purtroppo, le denunce in tal senso spesso sono rimaste ad un livello generico, mai confermate per iscritto.

    Dalla documentazione acquisita e dalle audizioni svolte, pur non negando questa possibilità, non è stato possibile accertare la consistenza di questo fenomeno.

    In particolare gli ordini professionali hanno negato in modo assoluta la conoscenza di collegamenti poco trasparenti tra gli studi professionali e i dipendenti della Pubblica Amministrazione, del settore urbanistica in particolare. Ci sarebbero, come ci ha detto una rappresentante dell’Ordine degli Ingegneri, solo diffuse dicerie tra i privati.

    Tuttavia alcuni casi balzati, dalla documentazione trasmessa dall’Ufficio Urbanistica, dall’Ufficio Legale e dalla Polizia Municipale, segnano alcune tracce visibili che è doveroso riportare e sottolineare.

     

    IL GEOMETRA CON L’ASCENDENTE

    C’è, in particolare da evidenziare, un caso emblematico, che emerge da un procedimento giudiziario, tuttora in corso, riguardante la ristrutturazione irregolare di un piano terra e sopraelevazione di un piano-fabbricato fuori terra, in un’area del perimetro del centro cittadino. Questo procedimento vede coinvolti, oltre a due proprietari e committenti dei lavori, due tecnici, di cui uno è funzionario comunale con un lungo e chiacchierato trascorso nell’Ufficio Urbanistica.

    Dalle indagini è emerso che le strutture in cemento armato erano state realizzate senza un progetto esecutivo, senza l’obbligatoria denuncia dei lavori e l’altrettanto necessario deposito degli atti al Genio Civile nonostante si trattasse di zona sismica, e senza la direzione dei lavori di un tecnico competente

    E’ stato accertato presso gli archivi di Urbanistica che, in verità, una pratica edilizia in testa alla ditta interessata esiste e risale al 2003, anche se, nel registro non ne  risulta indicato il numero. E’ emerso, però, che il progetto allegato era stato redatto sulla scorta di planimetrie false e ingannevoli, (che non rappresentavano, cioè, fedelmente,come avrebbero dovuto, lo stato di fatto dei luoghi).

    Dalle dichiarazioni rese agli inquirenti dei coniugi committenti dei lavori e dagli altri accertamenti, è emerso il ruolo preminente del dipendente comunale, il quale era di fatto l’autore del progetto, relativo al fabbricato, e seguiva in prima persona tutti gli aspetti della pratica. A firmare, però, era  un professionista – prestanome, che lavorava per suo conto , presso lo studio e, con molta probabilità, aveva sottoscritto  tanti  progetti similari. Il funzionario comunale – secondo quanto contenuto nel rigetto da parte del G.I.P. della richiesta di archiviazione ( marzo 2007) – sarebbe non solo parte del disegno criminoso ma  proprietario reale dello studio privato, collettore dei progetti trattati, nonché “vero e proprio “dominus”( è questo il termine che usa il Magistrato) di tutta questa operazione”.

    Da informazioni attinte dalla Commissione, a partire dalle audizioni formali ed informali, è emersa la possibilità che lo stesso dipendente comunale, in forza di un “ascendente” -anche dopo il trasferimento dal settore urbanistica in altro settore- avesse negli uffici, benevola, se non interessata, tolleranza  di altri impiegati. Insomma, una sorta di “pass” privilegiato che gli avrebbe permesso di  occuparsi tranquillamente e per lunghi anni  della gestione privatistica delle “sue” pratiche.

    C’è da precisare, soprattutto a garanzia della presunzione d’innocenza dell’interessato, che tuteliamo anche attraverso l’anonimato più rigoroso, che il trasferimento ad altro settore non risulta assolutamente di carattere punitivo. Non è stato assunto in questi anni alcun provvedimento disciplinare a suo carico, anche se correttamente – alla luce del procedimento penale sopra illustrato –  la dirigente dell’u.o. affari legali aveva chiesto al Segretario Generale (ottobre 2007) di valutare se ricorressero gli estremi per il procedimento disciplinare. Evidentemente non ricorrevano.

    E’ soprattutto ovvio- e va sottolineato a tripla linea – che finora si tratta soltanto di ipotesi di colpevolezza e non vanno da parte di chicchessia pronunciati giudizi di condanna fino alla sentenza definitiva. Che però ancora non arriva.

     

     

     

    IL SISTEMA FRAGILE

    Quello che viene fuori da questi “racconti” è un sistema che, indubbiamente, ha “antenne” per captare che prima non aveva ma è ancora troppo fragile, facilmente perforabile e perforato. Nonostante i notevoli passi avanti ,compiuti ultimamente, ancora nelle sue maglie e nei suoi interstizi è possibile trovino spazio consistenti scorie tossiche di un vecchio “modus operandi”, posto al servizio del circuito della clientela o dell’illegalità. Occorre ricambiare le acque, rafforzare la struttura della diga, blindare le procedure e i controlli, fare uno sforzo ulteriore, ancora più deciso e coerente, sul terreno della trasparenza, rendendo normale quello che ancora appare come sperimentale o eccezionale. E’ soprattutto importante premiare chi bene agisce e punire chi non fa il proprio dovere.

     

    CHI SBAGLIA PAGA ?

    Sono diversi i procedimenti penali a carico di dirigenti e funzionari dell’Ufficio Urbanistica. La Commissione non è in grado di conoscerne il numero né la tipologia. Avevamo chiesto per via ufficiale la trasmissione di un dato statistico alla Dirigente dell’unità organizzativa Affari Legali, ma questa ha risposto “di non poter fornire le informazioni richieste”. Le motivazioni di questo diniego: “i dati custoditi dall’ufficio sono dati riservati ma anche perchè di fatto l’ufficio non detiene atti e documenti amministrativi sui quali il Consiglio possa esercitare la propria attività ispettiva”. Non esiste dunque una banca dati al Comune dove far confluire tutti i dati relativi ai procedimenti penali che coinvolgono i dirigenti e i dipendenti né è possibile avere un semplice dato statistico relativo al numero, alla tipologia e all’esito di tali procedimenti. Lo stesso Ufficio Legale  ha spiegato che in realtà viene a conoscenza di indagini penali a carico di Amministratori, Dirigenti, Dipendenti, di solito, attraverso la  trasmissione, da parte degli stessi, di una copia dell’avviso di garanzia notificato e l’indicazione del nome del difensore designato. Ciò è finalizzato all’esercizio del diritto ad ottenere il rimborso delle spese legali in caso di assoluzione con formula piena, sulla base della trasmissione di copia della sentenza.

    Attualmente al T.A.R vi sono 67 cause pendenti avverso provvedimenti adottati dal Settore Urbanistica, anche se non è stato possibile, come avremmo voluto, per motivi tecnici comprensibili, avere un’analisi per categoria.

    Sul fronte amministrativo interno, la Commissione Speciale ha potuto accertare, attraverso la documentazione acquisita presso la Segreteria Generale, che, dall’anno 2001 ad oggi, nessun procedimento disciplinare -nei confronti di personale di servizio presso le unità operative Pianificazione territoriale, lavori pubblici, manutenzione – si è concluso con applicazione di sanzioni. Ripetiamo: nessun procedimento disciplinare.

     

    LA VOCE DEI “PATUTI”

    Nella nostra attività abbiamo dato spazio e attenzione particolare a tutti i casi di anomalie e di torti, segnalati da cittadini, che hanno vissuto e tuttora vivono esperienze di questo tipo sulla loro pelle. I “patuti”,appunto. Riporteremo di seguito casi che  non solo ci sono sembrati, in sé, più interessanti, ma che nello stesso tempo, a nostro giudizio, propongono elementi esemplari, di valore più generale.

     

    LA PRATICA IN PROCURA

    Una delle audizioni più impegnative e più coinvolgenti, anche dal punto di vista emotivo, è stata quella (in data 7 ottobre 2008) di un anziano signore che si era rivolto, per primo, già in estate, alla Commissione, lamentando torti e rivendicando giustizia. Nell’occasione dell’audizione erano presenti, oltre ai componenti della Commissione, altri consiglieri comunali, che certamente lo ricorderanno.

    La storia narrata dal pensionato, già definita per grandi linee nell’esposto inviato, presenta aspetti gravi e sconcertanti: un concentrato di angherie, abuso della buonafede, estorsione di denaro, problemi di salute provocati, ricatti verbali, truffe. Una vicenda che vede come protagonisti funzionari comunali dalla condotta immorale, professionisti privati che fungono da prestanome, funzionari pubblici compiacenti, versamento di soldi, dovuti, di cui c’è tanto di ricevuta, e non dovuti. Il tutto con riferimenti precisi: nomi, cognomi, cifre,circostanze.

    La storia raccontata alla Commissione, con piglio deciso ma con la voce rotta dall’emozione e dalla rabbia, ha inizio quando l’anziano decide di ampliare il capannone di cui è proprietario in un’area della IV^ circoscrizione, costruito abusivamente, addirittura negli anni sessanta, ma per il quale, successivamente, aveva già ottenuto la concessione in sanatoria. L’obiettivo è di elevare l’altezza di circa due metri, aumentando la volumetria al fine di avere una maggiore funzionalità ed efficienza per la sua officina( doccia, spogliatoio, mensa, stanzetta per ufficio) in modo da dare un’ occupazione stabile ai nipoti, che non riescono ad inserirsi nel mondo del lavoro. Vuol fare le cose secondo regola. Ne parla ad un  suo amico, ex dipendente del Genio Civile, il quale gli consiglia un tecnico di sua conoscenza che gli potrebbe risolvere agevolmente il problema. Il contatto avviene: dopo il sopralluogo, c’è l’assicurazione che l’ampliamento può essere autorizzato. Ci si accorda sulla somma occorrente per portare a termine la pratica: duemila euro, di cui mille subito, gli altri mille dopo il collaudo. “A posto. Vi avviserò io”. Passa un anno e non avendo notizie del geometra incaricato, né sapendo dove avesse lo studio, lo cerca attraverso l’amico. Il tecnico, rintracciato, gli assicura che tutto è, quasi, fatto e che, anzi, avrebbe potuto cominciare ad ordinare il “materiale”. Successivamente gli porta la documentazione (“tenetela nel capannone e datela a chi ve la dovesse  chiedere”). Gli consegna anche una tabella, che riempie personalmente e che andrà esposta nel cantiere. Quindi, incassa la restante somma pattuita e gli dice che può iniziare i lavori.

    Il pensionato e la moglie hanno un brusco richiamo alla realtà quando arrivano i carabinieri e sequestrano il cantiere, fermando tutto: la documentazione esibita è fasulla, la tabella attesta il falso. L’autorizzazione necessaria non è stata mai concessa dall’Ufficio Urbanistica.

    La vicenda continua. Dopo l’immancabile litigio, si cerca di metterci una pezza e di trovare il modo di venirne fuori. Altre tribolazioni, altri “palliamenti”, tra cui quelli di alcuni ( anche qui nomi e cognomi) responsabili di Urbanistica, altri soldi ma lo stesso il pensionato rimane nel pantano.

    A dare “pepe” a questa storia contribuiscono tanti elementi. Uno in particolare, gravissimo: la scoperta, a un anno dell’incarico, da parte del pensionato, che il tecnico in questione, in realtà, è un funzionario di urbanistica che, non potendo esercitare ufficialmente la professione all’esterno, si serve come prestanome, per la firma, di un architetto che ha uno studio privato. Quest’ultimo ha un parente stretto al Genio Civile che ad un certo punto, quando le cose si ingarbugliano, l’avverte in merito alla “bomba che sta per scoppiare” e alle cose che vanno fatte per “ tirarsi fuori dalla m…, insomma, dai guai”. Il pensionato, nascosto nel capannone, ascolta, non visto, i loro discorsi. Intanto, ogni volta che si reca al Cedir, per avere notizie deve pagare al dipendente di urbanistica delle piccole somme, per i motivi più svariati, dalle marche da bollo a versamenti vari. L’appuntamento è fuori, nel piazzale. Per il pensionato e la moglie diventa una malattia fino al punto di finire più volte in ospedale. Poi la decisione di affidarsi alla Commissione d’Indagine.

    Fin qui il racconto del pensionato, che è smaccatamente di parte, ma con molti riscontri precisi.

    Veniamo alle verifiche.

    Dalle notizie attinte presso l’Ufficio Urbanistica e dall’approfondimento dei documenti, la Commissione ha accertato che esiste per il primo abuso agli atti una concessione in sanatoria del dicembre 2001,  riferita a quel capannone industriale. Anche per  il successivo ampliamento  volumetrico vi è un’istanza in sanatoria all’Ufficio Urbanistico, però mai definita.  In seguito all’intervento dei carabinieri, è  scattata l’ordinanza di demolizione (2005) impugnata davanti al TAR e ancora in fase di definizione( non risultando ancora emessa alcuna sentenza). Intanto il Responsabile Unico del Procedimento si è espresso negativamente rispetto alla proposta di sanatoria e la pratica è stata archiviata. Le generalità del tecnico a cui il presentatore delle istanze si sarebbe rivolto corrispondono effettivamente a un dipendente del Settore Urbanistica, responsabile di unità operativa.

    La Commissione ha già trasmesso la documentazione relativa alla vicenda, comprensiva del verbale della seduta e della trascrizione integrale dell’audizione del denunciante, alla Procura della Repubblica, per i profili penali gravi che la vicenda prospetta.

     

    CEMENTO IN DEROGA

    Un’altra audizione assai interessante ha riguardato una vicenda complessa e ancora non definita giocata su tavoli non soltanto amministrativi ma della Procura della Repubblica e del TAR. In essa si intrecciano una serie di presunti atti illegittimi ed illegali e violazioni alle norme nonché comportamenti vessatori, atteggiamenti arroganti ad ostruzionismi, posti in essere nei confronti suoi e di altri cittadini da parte di Dirigente e funzionari dell’Ufficio Urbanistica. Se questi fossero realmente veri lascerebbero perplessi, non foss’altro perchè tenuti  nei confronti di chi si sarebbe limitato soltanto a pretendere che venissero rispettati i diritti propri e di un gruppo di cittadini di cui era portavoce.

    Il racconto del protagonista di questa vicenda passa dalle vicissitudini affrontate a seguito delle sue richieste  di  chiarimenti e di  accesso agli atti, alle “vessazioni continue” subite da due funzionari ben individuati, fino agli appuntamenti prima negati dal Dirigente, poi fissati in date “impossibili” (13 agosto), poi, conosciuto il tema, revocati, infine decisamente rifiutati. E ancora: permessi di cui prima viene negata l’esistenza, che, poi, “non si trovano”, poi miracolosamente, andando dall’uno all’altro funzionario, appaiono, in un andirivieni e “palliamento” continui. Vi è poi la percezione precisa di protezioni e sponsorizzazioni di persone “adeguate” che spingono autorizzazioni improponibili. E, ancora, un  notaio che sottoscrive un atto fasullo, attribuendo a  privati una proprietà pubblica. Partiamo dai fatti.

    Una  Società ha realizzato un grande fabbricato in una via centralissima della città ottenendo un permesso a costruire nel 2004.

     A seguito di denuncia al Tar e alla Procura della Repubblica dei vicini, aventi interessi reali, il fabbricato viene posto sotto sequestro giudiziario. Motivazione: difformità, per quanto concerne l’altezza del fabbricato, alle Norme previste dal Testo Unico dell’Edilizia e alle stesse Norme tecniche di Attuazione del Piano Regolatore nonché al DPR 380/01. Per quanto riguarda la violazioni delle norme sismiche,come abbiamo visto, la competenza è del Genio Civile. Il TAR di Reggio Calabria ha respinto, a seguito di una specifica CTU, il ricorso dei cittadini confinanti, non rilevando violazioni delle normative.

    Invece la Procura della Repubblica, a seguito di apposito CTU, ritiene che l’Ufficio abbia rilasciato il Permesso di costruire in difformità alle normative vigenti.

    Soprattutto non convincono i Magistrati le deroghe alle NTA concesse dall’Ufficio Urbanistico, per cui lo stesso Dirigente è stato rinviato a giudizio insieme al responsabile del procedimento oltre, naturalmente, la ditta.

    La variante al Permesso di costruire concessa dall’Ufficio Urbanistica  ha consentito il dissequestro del fabbricato ( ottobre 2007) in quanto vi era un adeguamento del progetto secondo quanto prescritto dal CTU. In sostanza si era prescritto la demolizione di un corpo aggiunto prospiciente la via parallela al Corso e l’adeguamento dell’altezza massima dell’edificio e delle distanza del corpo scala rispetto al relativo confine. Quindi, una volta accertata l’ottemperanza di tale demolizione è stato rilasciato il permesso di costruire in variante ( giugno 2008), secondo il Dirigente di Urbanistica con il “recepimento delle indicazioni del CTU del Tribunale e cioè l’eliminazione degli elementi contestati dall’Autorità Giudiziaria”. E’ stata constatata, anche, attraverso sopralluogo, la conformità dei lavori rispetto  al progetto assentito. Per i cittadini ricorrenti, invece, il parere del CTU non sarebbe stato rispettato né i lavori sarebbero conformi.

    L’Ufficio Urbanistica sostiene che quelle che sono state definite “deroghe allo strumento urbanistico” dal CTU della Procura, consentite solo per opere pubbliche o d’interesse pubblico, non sono altro che “ semplici applicazioni dell’articolo 19 delle NTA che prevede la variazione fino al 20% di alcuni indici. Solo oltre tale percentuale scatterebbe la deroga di cui in ogni caso non potrebbero beneficiare i privati.

    L’Assessore del tempo, dottor Adornato, sentito in Commissione, ha confermato di essersi interessato approfonditamente della vicenda, non solo perchè sollecitato a turno sia dai cittadini  ricorrenti sia dalla ditta, ma anche per il fatto che “la vicenda del sequestro preventivo del fabbricato da parte della Procura, era diventata anche una questione politica”. Ne aveva ricavato, alla fine, il convincimento che il Dirigente e il RUP “si erano mantenuti all’interno delle norme tecniche e, quindi, dello strumento urbanistico”. Del resto, l’ex Assessore ha sottolineato come lo stesso Tribunale del Riesame, nel dare ragione alla Ditta, aveva osservato come nella stessa zona vi fossero fabbricati della stessa altezza o di altezza addirittura superiore.

    Se è, come sembrerebbe, in via di positiva definizione la vicenda relativa alle così dette deroghe per l’altezza non altrettanto si può dire delle violazioni alle norme sismiche, specificamente riferibile a un corpo scala che non rispetta le distanze. La non ottemperanza a quanto previsto dalla normativa antisismica, trasfusa nel Testo Unico dell’Edilizia, consegue addirittura come ha ricordato lo stesso Adornato, la confisca del fabbricato.

    Infine, l’Ufficio Urbanistica, in merito all’effettiva proprietà, contestata alla  ditta,  di una striscia di terreno pertinente al progetto, evita di entrare in merito, data la natura privatistica della questione, non potendo, peraltro, mettere in discussione un “regolare” atto notarile. La Commissione, invece, non manca di evidenziare come, ancora una volta, emerga la superficialità del comportamento di professionisti privati che attestano cose inattestabili. Si tratterà certamente di una parte minoritaria, ma c’è  ed è doveroso segnalarlo.

    Rispetto a questa complessa vicenda che vede coinvolti Uffici del Comune,del Genio Civile, tecnici, giuristi ed esperti professionisti del Tribunale e del TAR, la Commissione non ha azzardato di tirare una propria conclusione, oltre la narrazione dei fatti, anche perché c’è ancora un procedimento giudiziario in atto il cui corso va rispettato.

    L’unica osservazione possibile si collega al ragionamento relativo ai limiti delle norme tecniche di attuazione riguardanti il Centro Storico e la sua“non tutela”. L’imponente fabbricato in questione è in zona B, al confine della zona A (che inizia dal marciapiede successivo). Se anche alla fine tutto risulterà regolare per norma, resterà l’amarezza data da questi grandi giganti edilizi che alterano il degradare armonico della scala urbana – dalle zone alte al mare – e ostruiscono la vista del paesaggio da chi abita vicino. Una conferma alla necessità di trovare risposte entro quelle misure di salvaguardia che più avanti saranno specificate.

     

    LA LETTERA DI ADORNATO

    Il cittadino, – autore della circostanziata denuncia di cui abbiamo riferito sopra – nel corso dell’audizione formale presso la Commissione, ha riportato tra l’altro  i particolari di un suo incontro con l’Assessore alla Pianificazione territoriale del tempo, dottor Adornato, con argomento lo stato della pratica. La delicatezza del contenuto delle dichiarazioni ci ha convinto a fare un approfondimento a parte.

    Questo lo stralcio dell’audizione:

    “ Mi sono rivolto all’Assessore Adornato  il quale mi ha detto: “io capisco ma ho le mani legate non posso farci nulla perché non sono in grado di contare, non vengo ascoltato”( ndr il riferimento è a dirigente e funzionari di Urbanistica) . E  mi ha letto  una lettera che aveva  scritto e intendeva consegnare al Sindaco in cui denunciava  di non riuscire ad avere alcun potere in merito e che”fanno tutto al di fuori della mia volontà per questo penso di rinunciare all’incarico”. Una confidenza che “io non gli chiesi e che gentilmente mi diede”.

     Questa, infine, la conclusione della testimonianza: “Per fare capire, io mi sono rivolto a tutti prima, in maniera adeguata  e per segnalare un problema che c’era. Per dire a tutti: prima di dare queste concessioni edilizie sappiate che ci sono interessi di terzi che vanno rispettati. Quindi ho chiesto il parere anche all’Assessore. Quando ho visto il muro da tutte le parti mi sono rivolto alla Procura della Repubblica”

    Alla luce di queste gravi dichiarazioni, la Commissione ha fatto un approfondimento, a partire dalla verifica se la lettera di cui trattasi, nell’eventualità che fosse mai esistita, sia stata effettivamente trasmessa e per acquisirne eventuale copia.

     Sul punto, il sindaco Scopelliti ci ha dichiarato di non aver trovato traccia di questa lettera tra gli atti del Suo ufficio. C’è stata, forse, ricorda  una lettera scritta di pugno dall’Assessore, non protocollata, una sorta di sfogo dovuto al rapporto conflittuale con il Dirigente motivato ad una diversa visione strategica del funzionamento degli uffici. Niente, però, di particolare, a sua memoria. Stando a quanto dichiarato dal primo cittadino, la stessa rinuncia di Adornato ad entrare nel nuovo Esecutivo fu determinata, , da una scelta personale di quest’ultimo per motivi legati alla propria carriera di Magistrato. Da parte sua l’ex Assessore, sentito dalla Commissione, pur dichiarando di non potere ricordare, essendo passati tanti anni, i contenuti esatti del colloquio avuto con il professionista con il quale aveva, peraltro, un rapporto di conoscenza diretta,  desume che il colloquio sia stato uno sfogo confidenziale ed è coinciso con un momento in cui era in atto un contrasto con il dirigente e con altri responsabili di settore dell’assessorato. Il motivo va ricercato però “nella tensione molto alta derivante dallo sforzo di entrambi a raggiungere i risultati che ci eravamo posti, seppure ognuno dei due premeva l’acceleratore su pedali diversi”. L’ex Assessore non esclude che al momento dell’incontro potesse avere con sé in borsa una delle tante lettere che in quel periodo scriveva al Sindaco, per richiamare l’attenzione su tante cose che a suo parere non andavano. Esclude però di poterla aver letta per intero all’amico professionista.

    E’ stato anche categoricamente escluso dai protagonisti (Sindaco, dottor Adornato)  e alla Commissione la spiegazione è apparsa credibile che il motivo della mancata inclusione del Magistrato, nell’esecutivo post elezioni fosse dipeso da ragioni  di “rottura”.

     

    TERRENI PUBBLICI “RES NULLIUS”

    Tra le vicende di presunta “mala amministrazione” segnalate alla  Commissione  – e a conoscenza di alcuni componenti della stessa, anche per esperienza amministrativa passata – ve ne è una, emblematica della spregiudicatezza di taluni individui, della superficialità e probabile complicità di Uffici Pubblici e Studi Professionali privati (geometri, architetti, notai,ecc).

    Essa fa riferimento ad un terreno di proprietà comunale, frutto di donazione vincolata, sito nella zona sud della città. che non solo sarebbe occupato abusivamente da privati ma sul quale sarebbero stati realizzati diversi manufatti in cemento armato di grosse dimensioni aventi le caratteristiche di ville. Addirittura, stando alle denunce ricevute, i fabbricati realizzati da privati su suolo comunale avrebbero beneficiato della “regolare” concessione edilizia rilasciata dall’Ufficio Urbanistica.

    Abbiamo ritenuto giusto fare un approfondimento particolare su questa vicenda perché, al di là della gravità in sé, può rendere palpabile l’esempio di tanti altri casi di appropriazione indebita di proprietà pubblica da parte dei privati, un fenomeno che allorché si avranno le tavole informatiche preparate dall’università per il PSC, si potrà scoprire in tutta la sua dimensione.

    Il filo di ricerca – utilizzato, nell’occasione, dalla Commissione (e che alla fine si è rivelato utile a dipanare la matassa) – si è snodato fin nei cunicoli del contenzioso, insorto da una decina d’anni, fra il Comune di Reggio Calabria ed alcuni privati, rispetto alla proprietà del un terreno il cui valore con riferimento all’anno 1990 veniva stimato in lire 3.093.000.000.

    Infatti, il nostro Ente ( in data 31/12/1998 e 4/01/1999) ha proceduto in giudizio, innanzi al Tribunale di Reggio Calabria, chiedendo la nullità del rogito stipulato in assenza della esibizione del titolo di proprietà, in data 13/10/1997, tra un privato venditore ed alcuni compratori, nonché la condanna, degli autori di tale atto illecito, al rilascio del terreno, indicato nella citazione, in quanto di proprietà del Comune di Reggio Calabria, in seguito alla donazione all’ente dei terreni dei Ricoveri Riuniti. Oltretutto, dunque, con una destinazione precisa e, persino moralmente, vincolante.

    Il terreno in questione, dell’estensione di circa 35 mila m.q., con altri atti di vendita, è stato ulteriormente frazionato e ceduto, con bella faccia tosta, ad altre persone. E’ a questo punto, che l’azione dell’Amministrazione Comunale diventa incisiva. Il sindaco pro tempore, Italo Falcomatà,  in data 7/07/1999, presenta denuncia penale contro le persone coinvolte nell’affare.

    E’ l’inizio di una lunga serie di procedimenti in sede penale, civile ed amministrativa, che, andranno a connotare l’intrigata vicenda negli anni successivi. Tali procedimenti, seppure con pronunce non definitive, vedranno sempre soccombenti i privati nei confronti dell’Ente. Infatti, uno di loro, il venditore originario senza titolo, con sentenza del Tribunale di Reggio Calabria del maggio 2005, è stato condannato a mesi due di reclusione ed a duecento euro di multa per violazione degli art. 632 e 639 del c.p. (Modificazione dello stato dei luoghi e Deturpamento di cosa altrui). In sostanza: per avere recintato, abusivamente, con paletti di legno ed una rete metallica, una proprietà comunale al fine di trarne profitto. Proprio nel corso di tale dibattimento, l’allora dirigente del settore comunale del Patrimonio terriero, dott.ssa Pace, aveva sostenuto, carte alla mano, che il terreno sul quale il soggetto inquisito vantava il diritto di proprietà era, invece, di proprietà del Comune di Reggio Calabria. Ne era conferma anche il fatto che “ogni anno una quota del raccolto del bergamotto (precisamente il 28 per cento) veniva data dal Comune al soggetto in causa, in virtù di un contratto di colonia per il terreno in questione, mentre il resto veniva conferito al locale consorzio del bergamotto”. Inoltre, la stessa dott.ssa Pace aveva dimostrato che “nell’anno 1986 il colono aveva avanzato all’Ente istanza di conversione della colonia in rapporto di fitto”. Attestazione questa che da sola sarebbe bastata a sgombrare ogni dubbio. Nel corso degli anni, si sono ,poi, avute ulteriori pronunce, univoche e inequivocabili, dell’Autorità Giudiziaria, amministrativa e penale, puntualmente e dettagliatamente elencati nella vasta documentazione agli atti della Commissione. Tutti questi pronunciamenti hanno affermato e confermato la indiscutibile proprietà del Comune di Reggio Calabria sul terreno in questione e hanno ordinato “il reintegro dello stesso nel possesso dell’appezzamento di terreno” oggetto del contenzioso;

    Ai fini della nostra indagine, tesa ad approfondire le violazioni urbanistiche, ci sembra opportuno citare, tra le sentenze, quella con la quale il TAR ha respinto l’istanza di uno dei sedicenti proprietari ( quello che si era accaparrato la fetta più grande della torta), avverso il rifiuto da parte dell’Ufficio Urbanistica del Comune del rilascio del progetto in sanatoria, relativo ad un fabbricato in legno, realizzato all’interno del terreno in questione. E’ illuminante citare la motivazione con la quale il dirigente del settore Urbanistica ha negato l’autorizzazione in sanatoria: “Le opere abusivamente realizzate insistono su un’area di proprietà comunale, per come concluso nella sentenza del TAR Calabria, sez. staccata di Reggio Calabria, n. 13/03 e confermato nell’ordinanza del medesimo Tribunale n. 705/03, il cui appello è stato respinto con ordinanza n. 5446/03 della sez. IV del Consiglio di Stato in sede giurisdizionale”.

    Ciò indurrebbe a pensare che l’Ente comunale, anche sulla scorta delle pronunce fino ad oggi adottate dall’A.G. e delle dichiarazioni che i suoi dirigenti ed impiegati hanno rilasciato in sede dibattimentale, abbia più che ragionevoli possibilità di rientrare nel pieno possesso del bene oggetto del contenzioso in tempi brevi. Invece va registrato come, in questi ultimi anni, e precisamente tra il 2003 ed il 2007, si sono verificati dei fatti che evidenziano comportamenti a dir poco contraddittori che rischiano di rallentare, se non inficiare, quanto l’Ufficio Legale è riuscito a concretizzare fino ad oggi.

    Infatti, sul terreno in questione, la Commissione ha accertato, anche con l’ausilio della Polizia Municipale, che in tempi diversi sono state rilasciate, a due diversi soggetti, altrettanti distinti permessi a costruire: il primo, con autorizzazione n. 343 dell’11/12/2003 a cura del Dipartimento Programmazione del settore Urbanistica, con il quale è stata consentita la costruzione di un edificio in cemento armato (tre piani fuori terra ed un seminterrato); il secondo, con autorizzazione n. 61 del 3/5/2007 rilasciato dagli Uffici comunali della struttura unica per le attività produttive della città di Reggio Calabria, che ha consentito la realizzazione di un fabbricato in cemento armato (quattro piani fuori terra ed un seminterrato).

    E’ bene evidenziare che gli uffici che hanno rilasciato le suddette licenze edilizie hanno adempiuto, secondo normale prassi, all’iter istruttorio nella trattazione delle pratiche, valutando i necessari nulla osta ed acquisendo i titoli di proprietà, risultanti da atti notarili allegati alle richieste. Pertanto, il formale rispetto dell’istruttoria che ha portato al rilascio delle autorizzazioni sembrerebbe escludere qualsiasi tipo di responsabilità penale e/o amministrativa in capo ai funzionari che hanno istruito le pratiche ed ai dirigenti che hanno firmato le autorizzazioni. Questi, da quanto emerge dagli atti in possesso della Commissione di indagine, fino all’anno 2005, sembra non abbiano ricevuto alcuna informazione dell’esistenza del contenzioso tra il Comune e la controparte in precedenza citata. Si sono limitati a svolgere il loro compito, rifacendosi all’esame dei soli atti presenti presso gli uffici Urbanistica del Comune di Reggio Calabria.

    Certamente, però, l’Ufficio Urbanistica ha smesso di “non sapere” da quando il suo dirigente  ha ricevuto la nota, datata 1/6/2005, da parte dell’avv. De Tommasi, legale del Comune di Reggio Calabria, che comunicava l’esistenza del contenzioso tra il privato più… “ingombrante” ( lo definiamo così, per far capire) e l’Ente.  Infatti  è probabilmente in seguito a tale nota che il dirigente dell’ufficio Urbanistica ha giustamente rigettato ( provvedimento dell’8/6/2005), la domanda tendente all’ottenimento del permesso a costruire in sanatoria presentata dal predetto signore, relativo al già citato fabbricato in legno insistente sul terreno oggetto del contenzioso.

    Lascia invece molto perplessi l’inerzia manifestata nell’occasione da parte dello stesso ufficio Urbanistica che non ha reputato opportuno attivare una qualche iniziativa di tutela rispetto ad una precedente autorizzazione di costruzione di un edificio in cemento armato, rilasciata in data 11/12/2003 in favore dello stesso soggetto. Eppure questo ricade sulla stessa porzione di terreno che –  come si legge nella motivazione del provvedimento di rigetto del 5/6/2005 – il dirigente dell’urbanistica, col conforto di una serie di pronunce dell’A.G., definisce “di proprietà comunale”.

    Al di là di ogni altra valutazione, i comportamenti incoerenti e contraddittori, obiettivamente pregiudizievoli nei confronti dell’ente, che la vicenda mette in luce, fanno emergere una cronica e grave situazione di disordine organizzativo e di assenza di comunicazione tra gli uffici dell’ente, che soprattutto dopo la loro pubblicizzata  informatizzazione, lascia ancora più perplessi. Sono queste le maglie larghe di cui approfitta chi vuole perseguire azioni illecite.

    E’, certo, assai singolare che fino all’1/6/2005  nessuno avesse allertato gli uffici dell’Urbanistica dell’esistenza di un contenzioso tra l’ente ed alcuni privati per la proprietà del terreno in questione, la cui vastità (35 mila m.q.) avrebbe dovuto fare ragionevolmente pensare a tentativi speculativi sullo stesso. Questa invece è la conclusione che la Commissione trae dall’esame degli atti forniti  dall’Ufficio Contenzioso e da quello Urbanistica. Né l’Ufficio del Patrimonio terriero, né l’Ufficio Contenzioso, né il Corpo di Polizia Municipale, sembrerebbe abbiano informato l’Urbanistica della vicenda che, sin dal 1998, vedeva il Comune parte in un contenzioso relativo alla spoliazione di un bene di sua proprietà.

    Tutto ciò fa intravedere modalità operative del tutto inadeguate rispetto all’importanza dei fatti segnalati, colpevoli disattenzioni, pericolose sottovalutazioni ed omissioni, che hanno portato ad una situazione surreale da cui emerge la debolezza organizzativa dell’ente. Il Comune – questo è il punto di criticità –  piuttosto che operare con una precisa strategia di indirizzo, spesso si muove attraverso azioni episodiche slegate l’una dall’altra. Non si spiega altrimenti come sia possibile, in riferimento allo stesso appezzamento di terreno ed in situazioni analoghe, ora respingere un’istanza di licenza in sanatoria perché, di fatto, il richiedente non è, secondo l’ente, in possesso di valido titolo di proprietà, ora rilasciare almeno due licenze di edificazione per costruzioni in cemento armato a più elevazioni.

    Concludendo, sono da evidenziare ulteriori fatti che, da un lato, dimostrano l’inadeguatezza dell’azione amministrativa e, dall’altro, la protervia di alcuni cittadini che hanno e continuano ad operare ignorando il comune senso civico che imporrebbe loro la saggia moratoria di ogni attività sul terreno in questione, in attesa della definizione giudiziaria del caso.

    Al contrario, ed a dimostrazione di quanto detto, in questi ultimi anni, mentre le istituzioni procedevano con lentezza, disattenzione e disorganizzazione, nel suolo in questione  non solo sono stati realizzati i beni immobili sopra citati, per i quali (sic!) sono state rilasciate negli anni 2003 e 2007 licenze edificatorie da parte dell’ente comunale, ma si è effettuato il frazionamento totale dell’originario cespite, grazie ad una serie di compravendite che hanno letteralmente ignorato la circostanza che, nell’atto originario di vendita, risalente al 13/10/1997, il notaio rogante non avesse effettuato alcun controllo, rispetto alle dichiarazioni di proprietà del bene, da parte del venditore, che, come emerge dalla lettura dell’atto, non ha presentato in sede di stipula nessuna prova della sua titolarità sullo stesso.

    A seguito di tali atti di compravendita, risultano già rilasciate licenze edificatorie ed altre richieste sono state depositate all’ufficio Urbanistica per il rilascio di ulteriori autorizzazioni edificatorie, essendo il terreno in questione individuato dall’art. 21 della N.T.A. come zona omogenea D.

    A questo punto, l’ente dovrà pur chiarire le contraddizioni che hanno caratterizzato il suo comportamento, adottando una linea univoca nei confronti del contenzioso in oggetto.

    Da questa vicenda – piuttosto kafkiana-  emerge ancora più la necessità e l’urgenza – al fine di superare la “disorganizzazione a comparti stagno” che ha prodotto incomunicabilità non solo tra uffici distinti, ma anche fra branche dello stesso ufficio (come, ad esempio, fra quello della Vigilanza edilizia e gli altri settori ) – di mettere presto in rete tutte le informazioni in possesso dei singoli uffici, affinché vi sia un patrimonio comune di tutti gli atti.

    L’adozione del “Protocollo operativo tra Polizia municipale e U.O. Pianificazione territoriale per la vigilanza sulle attività edilizie”( approvato con delibera di G.C. n. 13 del 26/1/2009), se pure utile, come primo passo, non può certo, anche per la sua parzialità, bastare a porre rimedio all’attuale mancanza di attività sinergica tra gli uffici dell’ente, caratterizzati – come emerso da questa vicenda –  da uno schema a comparti stagno. Più avanti, in questa Relazione, illustreremo proposte utili a rafforzare la sinergia e il dialogo tra uffici e settori.

     

    IL VICOLO “CIECO”

    C’è un’altra denuncia relativa all’appropriazione di un suolo pubblico da parte di privati, che ci pare meritevole di segnalazione.. E’ quella inoltrata alla Commissione da numerosi cittadini residenti in fabbricati ubicati in  un vico nel centro città. Questi facevano riferimento allo “scippo”, alla collettività, dell’ importante segmento viario che da una via sbocca su una  scalinata.

    L’occupazione e la definitiva privatizzazione di parte di quel suolo, inequivocabilmente pubblico, sarebbero avvenute ad opera di un’impresa, a vantaggio della proprietà condominiale di due fabbricati costruiti dalla stessa nell’area menzionata.

    Andava presa in particolare considerazione, nel contesto della documentazione trasmessa dai cittadini, l’affermazione secondo cui sulla vicenda vi sarebbe stato “il silenzio degli organi di vigilanza del Comune che, pur informati dettagliatamente delle gravi violazioni di legge, non hanno inteso dar corso ad alcuna iniziativa a tutela del pubblico interesse”. Stando alle dichiarazioni spontanee rese al coordinatore della Commissione dal rappresentante dei cittadini denuncianti, ad oggi perdurerebbe sulla vicenda del vico l ”assordante silenzio” delle Istituzioni, a cominciare dal Comune e dal suo Ufficio Urbanistica.

    Abbiamo chiesto conto, di questa vicenda e di questo presunto silenzio, agli uffici interessati, anche per verificare eventuali complicità.

    Siamo risaliti a una Concessione edilizia (addirittura del 1990 con successiva macro-variante dell’ottobre del 1995 ) ad una Società ( successivamente fallita) per la costruzione di due corpi di fabbrica, in una via contigua, che, però, non prevedeva l’occupazione del vico.

     Da un sopralluogo tecnico effettuato ( 01.12.2005) a seguito di una (precedente) denuncia dei cittadini, l’Ufficio Vigilanza Urbanistica ha constatato che effettivamente sul Vico, la cui proprietà comunale è certificata da foglio di mappa catastale , insisteva un muro, due cancelli (di cui uno con tanto di citofoni) che impedivano il pubblico transito,. L’area pubblica risultava inoltre pavimentata e vi era la presenza di cartelli con la scritta “proprietà privata”.

    Venne ,dunque, emessa una prima ordinanza di demolizione (in questo caso,appena sei giorni dopo il sopralluogo), e, a seguito di contestazioni di carattere formale, una seconda con lo stesso contenuto cinque mesi dopo ( 19.05.2006). A questo punto l’Amministratore del condominio beneficiario del presunto “scippo” promuove ricorso al TAR a cui il Comune risponde  facendo pesare le giuste ragioni dell’Ente e della collettività. Niente da fare: il TAR , sorprendentemente, concede la sospensiva all’ordinanza di demolizione. Tutto si blocca e l’eliminazione dei cancelli e il ripristino dello stato dei luoghi, ammesso che ce ne fosse voglia, non potrebbero essere eseguiti. Così, nell’attesa, i residenti del vico continuano a brontolare e a fare “il giro largo”.

    Certo non si può dire che, in questo caso, l’ufficio urbanistica sia stato, in ultimo, “completamente latitante”. Resta però il fatto che se si fosse intervenuto prima – ma soprattutto subito , quattordici anni fa – a questo punto non si sarebbe arrivati.

    Una precisazione:poiché di questa vicenda è stata interessata la Magistratura, provvederemo a trasmettere i numerosi atti acquisiti, qualora, da parte di questa, vi fosse interesse.

     

    IL FIORE ALL’OCCHIELLO

    In una circostanziata denuncia  pervenuta alla Commissione di indagine ( protocollata in entrata al n.° 73 del 13.01.09) si contestano, tra l’altro, la legalità e la legittimità della costruzione, da parte della Reggina Calcio, dei fabbricati in cemento armato del noto Centro Sant’Agata che sorge presso la foce dell’omonimo torrente, poco distante dalla pista 15/33 dell’ Aeroporto dello Stretto.

    Accanto alle presunte violazioni relative alla acquisizione dei terreni demaniali, alla sicurezza degli aerei e all’incolumità delle persone, al prelievo di acqua da pozzi abusivi, agli scarichi inquinanti, agli allacci anomali alla rete elettrica e dell’acquedotto, nella lettera vengono evidenziate presunte concessioni edilizie fasulle rilasciate dal Comune di Reggio Calabria nonché alterazione della documentazione – da parte o con la complicità del settore urbanistico e di altri Enti-  finalizzata ad eludere ingannevolmente leggi e norme a partire da quelle urbanistiche. Addirittura, nell’ambito di un intreccio più articolato di corruzione e complicità,  sarebbero stati  posti a supporto del condono edilizio, relativo alle realizzazioni del Centro, particelle catastali di terreni privati distanti dal luogo interessato. Per non parlare del ponte di collegamento ai campi sportivi, un’opera pubblica che in realtà sarebbe di servizio, esclusivamente privato, alla società Reggina Calcio.

    Si trattava di accuse gravissime e dalle ripercussioni, in caso di conferma anche parziale, clamorose e  per, alcuni comprensibili aspetti,imbarazzanti.

    C’è da sottolineare che la Commissione non era in possesso di dati utili ad identificare, per un più dettagliato contributo, la persona del denunciante, non avendo oltre alla firma, che potrebbe anche essere fittizia, altri riferimenti . Va evidenziato, però, che l’invio della lettera era stata preannunciata a fine novembre o inizio dicembre  nel corso di una lunga telefonata effettuata da un cittadino, apparso tecnicamente informato sui fatti e che si è regolarmente qualificato, dopo un  primo contatto  attivato mediante un ufficio comunale.

    La Commissione ha disposto gli accertamenti utilizzando la collaborazione della Polizia Municipale a cui ha chiesto di verificare – in relazione alle strutture in oggetto e alle trasformazioni urbanistiche effettuate – l’esistenza o meno di regolari atti amministrativi e autorizzativi. Era questa la premessa per una conseguente verifica della  coerenza e legittimità delle opere realizzate rispetto alle destinazioni di piano, ai vincoli, alle proprietà.

    Nello stesso tempo la Commissione ha reperito atti e documenti per la ricostruzione “storica” della vicenda.

    E’ stato così possibile accertare che la concessione demaniale  da parte dell’Intendenza di Finanza  – per l’utilizzazione del relitto fluviale in sponda sinistra  del torrente S. Agata a favore della società Reggina Calcio s.p.a. per uso campi di calcio –  risale ad aprile del 1989. Il contratto prevedeva una durata iniziale di anni tre per un canone annuo di 5.700.00 delle vecchie lire.

    Invece la concessione edilizia iniziale alla Società Reggina Calcio da parte del Comune per la realizzazione di cinque campi di calcio risale all’anno 1992 (03.12.1992) Erano previste solo  “strutture prefabbricate e quindi smontabili”per il locale di servizi, per lo spogliatoio e la realizzazione dell’impianto per lo smaltimento delle acque reflue.

    Nel febbraio 1993 l’Intendenza di Finanza trasmetteva all’ufficio tecnico erariale la richiesta della Reggina Calcio di sdemanializzazione dell’area in questione ai fini della successiva vendita.  Nella stessa missiva veniva però contestata, alla Società, in indirizzo, la costruzione di una ampia struttura in cemento armato destinata a sede sociale e spogliatoio. Se ne ordinava la demolizione in quanto realizzata in violazione del contratto di concessione. Veniva anche chiesto al Commissario Straordinario del comune di Reggio Calabria una verifica della sussistenza di eventuali infrazioni di carattere urbanistico ai sensi della legge 47/85 e al Comando della Circoscrizione Aeroportuale, per l’eventuale violazione del vincolo aeroportuale. Non accadeva, però, nulla di sostanziale.

    Veniamo all’attualità. A seguito del sopralluogo congiunto, su nostro imput, di una squadra mista ( Vigilanza Edilizia di Urbanistica e Polizia Municipale), è stata acquisita la documentazione relativa alle numerose strutture del Centro S. Agata, oggetto di istanza di condono edilizio. Inoltre è stato accertato che in data 22 marzo 2006 era  stata inoltrata richiesta di Permesso di costruire in sanatoria (ai sensi dell’art. 36 del DPR 380/01), per la costruzione di altri due fabbricati a un piano f.t.

    Le pratiche non hanno avuto ancora i Permessi in quanto l’area ricade in una zona sottoposta a vincolo idrogeologico (P.A.I R4) e sono sospese negli uffici dell’Autorità di Bacino. La situazione si potrà sbloccare in seguito ad una riclassificazione dell’area. A questo si potrà arrivare, però, solo in seguito alla realizzazione, da parte del Comune, di opere capaci di  garantire il completo e sicuro convogliamento delle portate entro la sezione iniziale del canale ubicato in corrispondenza della superstrada ionica. Queste opere scongiurerebbero possibili inondazioni delle aree golenari ubicate a valle.

    Il progetto relativo alla”riqualificazione del quartiere Ravagnese con collegamento viario sulle golene del torrente S.Agata” , che è ormai alla fase esecutiva, potrebbe chiudere definitivamente la vicenda.

    Va evidenziato che, attualmente la struttura del S. Agata è , a livello potenziale, soggetta, a rischio alluvione insistendo su un’ area torrentizia fortemente esposta.

    Per quanto riguarda la passerella d’ingresso, nell’anno 1993, vi è stato un procedimento giudiziario (n. 7755/93) da parte della Procura della Repubblica: Ne è uscita la conferma che la passerella in realtà è un ponticello carrabile  autorizzato dal Genio Civile e realizzato in ottemperanza ( quale obbligatorio accesso carraio per i mezzi di soccorso).

    La Commissione non à stata  nelle condizioni di accertare se per la richiesta di concessione edilizia in sanatoria siano stati artatamente esibite planimetrie relative a terreni ubicati in luogo diverso. Da parte dell’Ufficio urbanistica tuttavia è stato fatto rilevare che questa “operazione-hard” sarebbe stata del tutto inutile, in quanto non necessaria ai fini del condono. Sarebbe dunque un’accusa stravagante.

    In merito alla realizzazione del pozzo, in data 11.02.1999 la Pretura Circondariale di Reggio Calabria ha emesso sentenza di assoluzione n. 33/99 in data 11.02.1999.

    Per quanto concerne, infine, l’ipotizzato scarico di materiali inquinanti, è stato accertato che le strutture destinate a spogliatoi e foresteria sono dotati di impianto fognario. Purtroppo questo  sembrerebbe scaricare nel torrente. Ma questa è un’altra storia.

     

    TORINO E REGGIO, L’ ALTRA FACCIA DELLA DIFFERENZA

    Alla Commissione si è rivolto anche un cittadino reggino che vive a Torino. Egli, alla luce di una sua vicenda personale, si interroga e ci interroga –  in una lettera agli atti e nel corso di colloqui telefonici – circa la possibilità che, a differenza di Torino, dove le cose funzionerebbero normalmente bene, a Reggio Calabria vengano utilizzati nel settore urbanistica “meccanismi particolari”.

     Riassumiamo la storia. Questo signore, proprietario di una piccola abitazione  in una frazione della zona nord della nostra città, ha proceduto ad un ampliamento abusivo di una stanza – bagno. Presenta, quindi, nel 2005, una domanda di condono edilizio al Comune di Reggio Calabria e la documentazione per ottenere il nulla osta paesaggistico ambientale, in quanto l’area su cui è ubicato il fabbricato è sottoposta al vincolo. Nel 2006, con la modifica della normativa, le competenze,  per il nulla osta dei beni ambientali, passa alla Provincia. Il tecnico dell’interessato, essendo la pratica di un periodo precedente (2005), non ritiene di dover presentare altra documentazione. Nel 2008 il titolare della pratica che, legittimamente, credeva fosse tutto a posto, si è visto arrivare ( a distanza di tre anni dalla presentazione) una lettera. La busta reca l’intestazione “Comune di Reggio Calabria” ma il contenuto non è esattamente quello che si sarebbe aspettato  Vi è l’invito ad andare a ritirarsi la documentazione. Naturalmente ci rimane male, comincia a insospettirsi e a dubitare anche del suo tecnico. Decide di scrivere per protestare all’Ufficio Urbanistica. rivendicando il fatto che la domanda era stata presentata un anno prima della data in cui è cambiata la normativa. Chiede inoltre conto del perché non sia stato informato per tempo, del perché la richiesta di nullaosta non venga trasmessa per via amministrativa,  e del destino dei soldi già versati. A rispondergli, stranamente, non è il Dirigente dell’Ufficio, che dovrebbe in esclusiva, curare i rapporti con l’esterno, ma un singolo  funzionario, quello del condono, mentre il responsabile del Servizio nulla osta pareri Beni Paesaggistici ed Ambientali, tace.

     Il tecnico ascoltato da noi in formale audizione, quale rappresentante delegato del titolare della domanda di condono, ha ripercorso la vicenda, affondando il bisturi sulle incongruenze procedurali e le carenze amministrative dell’ Ufficio Urbanistica, escludendo, però, che vi possano essere stati, sottotraccia, “giochini” finalizzati a richiesta di mazzette o ad oliare i meccanismi e giurando sulla linearità dei rapporti soprattutto con il Dirigente. Ha concluso, sottolineato amaramente, come, a distanza di tanti anni, la definizione della pratica sia ancora pendente e la conseguente istruttoria da parte dell’ufficio preposto, la Regione, non è stata nemmeno avviata,  mancando la richiesta in ordine al rilascio del summenzionato nulla osta.

    La Commissione, nell’approfondire il caso, ha effettivamente verificato che , a partire dell’entrata in vigore della legge regionale n.14 del 24.11.2006 le competenze per il rilascio delle autorizzazioni paesaggistiche sono diventate esclusiva delle Province. Da qui, da parte del Comune, la sospensione della trattazione delle suddette pratiche e l’invito, a tutti i richiedenti il nulla osta, affinché  le andassero a ritirare per poi trasmetterle al competente ufficio provinciale (insieme al certificato dei Vincoli Inibitori rimasto di competenza del Comune). Trasmetterle direttamente, d’ufficio, non avrebbe avuto senso in quanto la procedura della Provincia prevede esplicitamente la trasmissione da parte dei  diretti intestatari. Forse tutto questo, almeno il tecnico, avrebbe dovuto saperlo. In merito a i soldi già versati, è previsto il parziale rimborso.

    Non sembrano esserci, invece, risposte adeguate, in relazione al grande ritardo con cui è stata data la comunicazione al cittadino.  L’ Ufficio Urbanistica lo motiva con il numero di pratiche di condono edilizio interessate all’acquisizione del nulla osta BB.AA. pendenti presso il Comune.

    Se, però, non si fosse aspettato tre anni per inviare la comunicazione si sarebbe regolarizzato tutto prima, evitando disagi ma anche  sospetti e retro-pensieri. E’ un problema condiviso con tanti che attendono da anni il nulla osta beni ambientali e la concessione in sanatoria. Anche il tecnico ha sottolineato la singolarità che a scrivere non sia stato il Dirigente e ha lamentato l’insensatezza che sia il cittadino a dover portare la pratica, per la quale ha versato regolarmente soldi e ha prodotto documentazione, da un Ente all’altro, mentre tutto ciò potrebbe avvenire per via d’ufficio. Anch’egli ha auspicato l’attivazione di uno sportello unico anche per i privati  e ha auspicato un modus operandi in cui si prediliga il rapporto cartaceo, per cui basterebbe un semplice modellino standard, rispetto alle lunghe file in orari impossibili e rispetto al contatto diretto. Ciò renderebbe anche impersonale il rapporto tra la burocrazia e l’utente. Sono proposte da tenere presente.

    Restano infine aperte e legittime, a margine della vicenda, le valutazioni sulle presunte differenze del funzionamento della macchina amministrativa tra Torino e Reggio Calabria. A fronte del rilievo mosso, il Dirigente d’Urbanistica in una lettera inviata all’interessato e alla Commissione d’Indagine e al Sindaco, per conoscenza, ha sottolineato la singolarità che a fare paragoni” azzardati” sia proprio uno di quei nostri concittadini che costruendo abusivamente spesso in aree non edificabili ha contribuito a deturpare la nostra città, mentre a Torino si registra tutt’al più “qualche piccola chiusura di balconi oppure qualche cambio di destinazione d’immobili regolarmente autorizzati e costruiti”. Punti di vista.

     

    IL CONSIGLIERE CHE VEDE “MANI SULLA CITTA”

    Con una lettera inviata il 18 novembre 2008, il presidente del Consiglio, avv. Chizzoniti, ha sottoposto all’attenzione della Commissione e della Procura della Repubblica, un articolo del consigliere comunale, dottor Demetrio Martino, componente anche della Commissione di Indagine, pubblicato sugli organi di informazione, sabato 15 novembre 2008.

    Nello scritto il consigliere – riprendendo le argomentazioni sviluppate nel suo intervento, nel corso della seduta del Consiglio Comunale del 12 novembre 2008,  aveva denunciato “il saccheggio del territorio cittadino attraverso l’approvazione in quella sede, con voto del centrodestra, di una delibera di variante parziale al PRG”. Questa aveva consentito la trasformazione di un’area destinata a verde pubblico in un’area utilizzabile per l’edificazione di strutture private recettive( alberghi,ristoranti, sala-convegno, ecc;). Una decisione – aveva commentato Martino- deplorevole, che “ ricorda un film di Pietro Germi (ndr:in realtà il film è di Francesco Rosi) “Le mani sulla città”, dove “veniva rappresentata una società di furbi e prepotenti, appoggiati da politici che governano in base al proprio ritorno elettorale e non all’interesse della collettività”

    Il presidente Chizzoniti, nel segnalare la presa di posizione di Martino alla Commissione (nell’incertezza se questi l’avesse già fatto di sua stessa iniziativa) sottolinea come la forte denuncia, poiché richiama l’attività istruttoria del settore urbanistica, rientri a pieno titolo nel “modello tecnico di “episodio concreto” che la Commissione ha indicato quale fonte genetica e condizione di procedibilità per avviare l’attività di verifica e di investigazione politica”.

     Peraltro, a parere di Chizzoniti, i riferimenti del consigliere Martino, in altra parte della sua nota stampa, alla” premialità dell’agire furbesco ed arrogante che avrebbe legittimato il saccheggio del territorio, al punto di evocare “le mani sulla città” (anche il presidente attribuisce il film a Pietro Germi) introdurrebbero “una canonica “notizia criminis”. Da qui il dovere di coinvolgere la Magistratura.

    Ricevuta la segnalazione del Presidente Chizzoniti, la Commissione ha sentito il dovere di ascoltare formalmente il consigliere Martino, il quale in verità ha aderito senza indugio alcuno.

    Nel corso dell’audizione ( verbale n. 25 del 25/11/2008), rispondendo alle precise domande dei colleghi, il consigliere ha chiarito che le sue asserzioni si ponevano esclusivamente su un piano di valutazione politico-amministrativa, nel convincimento che l’intervento deliberato non corrispondesse all’utilità pubblica e andasse, altresì, ad incrementare processi di aggressione e di cattiva gestione del territorio. Un’opinione, condivisa, aveva aggiunto, negli interventi in commissione, in aula e nel voto, da tutto il centrosinistra. Il consigliere Martino ha ricordato, a tal proposito, anche le richieste, sue e di qualche altro collega, per una moratoria alle varianti al PRG, in attesa del nuovo strumento urbanistico(PSC). Ha negato, però, di essere in possesso di elementi riferiti a concrete illegittimità e illegalità, amministrative o penali, riguardo alla pratica discussa in Consiglio. In tal caso, egli ha detto, si sarebbe già rivolto alla Magistratura.

     In merito, infine, ad un passaggio della sua nota stampa in cui faceva riferimento ad un presunto stato d’animo di imbarazzo di molti esponenti del centrodestra in aula a fronte di una “inopportuna forzatura del loro libero convincimento” il consigliere Martino ha spiegato come, dagli atteggiamenti e dagli scambi informali d’opinione, in Commissione, e dalle stesse assenze, avesse tratto il convincimento che molti consiglieri nutrissero forti riserve e fossero riluttanti a dare voto favorevole all’approvazione della Variante in questione. Al di là della sensazione e della successiva sorpresa, al momento dei pronunciamenti di voto, non era però a conoscenza di forzature o imposizioni.

    Alla luce dell’audizione del Consigliere Martino, ritenuta esauriente per la parte di competenza della Commissione, si è valutato che non ricorressero le condizioni per investire della vicenda la Magistratura.

    Avendo appreso che – sulla scorta della segnalazione del Presidente del Consiglio del 18.11.2008 – la Procura della Repubblica ha avviato un’inchiesta sulla vicenda, sarà premura mettere a disposizione degli inquirenti il verbale e tutti gli atti ritenuti utili, (alcuni  già richiesti  dai carabinieri della sezione polizia giudiziaria, a cui sono state delegate le indagini, allo stesso Presidente Chizzoniti).

     

     

     

    PROBLEMI APERTI: L’ART. 22 DELLE N.T.A. E LA SUA APPLICAZIONE PRATICA.

    In apertura di questa parte della relazione sembra opportuno fare una breve premessa sull’art. 22 delle norme tecniche di attuazione, esaminandone la natura tecnica e l’applicazione pratica che, negli anni, se ne è fatta.

    Le norme tecniche di attuazione del Piano regolatore generale disciplinano “l’organizzazione e il controllo delle attività modificatrici del territorio municipale in armonica connessione con le prescrizioni di cui è portatore il regolamento edilizio, nonché delle disposizioni legislative e regolamentari che disciplinano la materia.” (art. 1, N.T.A.).

    In tale ottica le norme in questione esprimono il potere dell’Ente di autodisciplinare l’assetto urbanistico ed edilizio della Città.

    Seguendo il criterio della “zonizzazione” il nostro strumento urbanistico attribuisce destinazioni diverse al territorio della Città, indicando se e quali attività edilizie siano ammesse nelle zone omogenee di riferimento.

    Nel gergo urbanistico “articolo 22” viene comunemente intesa una procedura finalizzata all’ottenimento al permesso di edificare zona agricola (zona omogenea E), mediante il ricorso al voto favorevole del Consiglio comunale.

    E’ appena il caso di notare che in realtà l’art. 22 definisce e disciplina la zona omogenea E, non le sue eccezioni; è solo ai commi successivi della stessa norma che si prevede la possibilità che in quelle zone, previo parere favorevole del Consiglio comunale, sia consentito edificare “industrie estrattive e cave, attrezzature sportive, turistiche, ricreative pubbliche e private, impianti tecnologici o servizi di interesse pubblico che richiedono localizzazioni isolate”.

    Sicché, probabilmente anche a causa dell’uso eccessivo che se ne è fatto ultimi anni, nel linguaggio comune si è capovolto finanche il rapporto regola-eccezione tra le attività consentite e quelle che lo sono solo in casi particolari.

    In questi termini è del tutto evidente che il ricorso a questo peculiare strumento di pianificazione urbanistica sia da considerarsi del tutto straordinario. Ciò che rileva è l’eccezionalità dello strumento che può essere applicato esclusivamente in presenza di un interesse pubblico, sebbene latamente inteso essendo contemplate anche le iniziative private avente valenza pubblica, nei casi in cui questo prevalga rispetto all’interesse, solitamente preminente, all’ordinato svolgimento dell’attività edilizia cittadina.

    Nella sua applicazione pratica riteniamo che il ricorso alla procedura dell’art. 22 possa aver dato luogo ad abusi. I dati a nostra disposizione indicano che negli anni passati, nell’ambito delle attività svolte dalla I Commissione consiliare “Assetto del Territorio”, competente in sede consultiva sulle procedure in questione, molto lavoro sia stato dedicato all’esame di pratiche che prevedevano il ricorso a tale procedura. Già negli anni passati, invero, mediante l’uso dell’art. 22 NTA si sono consumati  strappi al tessuto cittadino, prova ne sia che sono sorti fabbricati originariamente presentati come strutture recettive o turistico alberghiere, ma di fatto destinate a civili abitazioni.

    Non riteniamo di andare lontano dal vero nel sostenere che si è affermata nel cittadino di Reggio Calabria la convinzione che l’edificazione in zona agricola sia sempre consentita, vi è l’opinione diffusa secondo cui il Consiglio Comunale possa (o peggio, debba) in ogni caso derogare alla regola.

     

    CASUS BELLI: IL PRESIDENTE, I FRATELLI, IL MESSO E LA PISCINA

    Nella richiesta di istituzione della Commissione di Indagine, un peso, enorme come un macigno, ha avuto la denuncia, fatta nel corso della Conferenza dei Capigruppo del 21. 5. 2008, dal Presidente del Consiglio. Questi aveva, con toni piuttosto accesi, raccontato una vicenda verificatesi nella precedente consiliatura, che pareva adombrare una richiesta di mazzette.

    Questa la versione dei fatti ricostruita anche attraverso la corrispondenza, tempestivamente inviata nell’immediatezza del fatto da Chizzoniti, a Sindaco, Assessore e dirigente di Urbanistica e  al Responsabile Concessioni Edilizie.

    In un giorno di agosto del 2003 (la data verificata è il 21)  aveva raccolto le rimostranze di un imprenditore reggino presentatosi a lui accompagnato da un messo comunale che, in precedenza, insieme a un collega, aveva fissato l’appuntamento.

    L’imprenditore, a nome dei suoi fratelli, chiedeva conto del perchè non fosse stata inserita, all’ordine del giorno del Consiglio Comunale, la sua pratica relativa ad un progetto di agriturismo. Tale progetto, a detta dell’imprenditore, sarebbe stato giacente – sulla base di quanto da lui appreso “da personale operante presso gli uffici dell’urbanistica” – presso la Presidenza del Consiglio “a causa degli ostacoli frapposti, appunto,dall’ avvocato Chizzoniti”.

    Una verifica successiva, effettuata dal Presidente, aveva permesso di accertare come in realtà la pratica – trasmessa in un primo tempo irritualmente da un consigliere comunale alla Presidenza e restituita tempestivamente- si trovasse invece presso gli uffici dell’assessorato all’urbanistica. La conferma era venuta dallo stesso Dirigente architetto Putortì che, nell’occasione, si impegnò ad effettuare un’indagine interna per individuare, se mai ci fossero stati, i dipendenti autori di quelle voci di ingiusta colpevolizzazione del Presidente del Consiglio.

    Un rappresentante della famiglia, ascoltato formalmente in Commissione, ha negato decisamente di aver lamentato i tempi dilatati dell’ iter dell’approvazione della pratica. Neanche ora, a distanza di tanto tempo, “nessuna lamentela” da fare :“ogni pratica vuole il suo tempo, giustamente- ha detto- noi abbiamo voluto il nostro tempo”. Se la famiglia ha subito vessazioni? L’impressione che la pratica si fermasse oltre i tempi leciti, perchè, magari c’era bisogno di ungere qualche meccanismo? Meno che mai: “non abbiamo subito niente, perchè, grazie a Dio, pian piano, è andata avanti, l’hanno promossa”.

    Tra le vessazioni che la ditta avrebbe subito secondo quanto scritto dal Presidente in una lettera inviata al Sindaco, all’assessore all’urbanistica, Adornato, al Dirigente di Urbanistica e al Responsabile Concessioni Edilizie, vi sarebbe stata anche il “suggerimento” (parola riportata proprio tra virgolette), di “una piscina, attorno alla cui costruzione si sarebbe alimentato un ritardo di 36 mesi”. Anche su questo i titolari della ditta, attraverso il loro fratello negano decisamente, affermando di sentire parlare in quella sede di piscina per la prima volta. Più cauto il tecnico che si limita a dire di non ricordare.

    Per la verità, dall’esposizione dei fatti, da parte del rappresentante della famiglia in questione, la Commissione ha tratto l’impressione, al di là dei contenuti, di un atteggiamento teso a minimizzare anche ciò che non era oggettivamente minimizzabile.

    E’ stata raccolta anche, per completezza d’informazione, la testimonianza dell’ex messo comunale chiamato in causa. Egli ci ha confermato di aver effettivamente aderito alla richiesta di una famiglia di sua conoscenza che gli aveva chiesto di fissare un incontro con il presidente del Consiglio, avv. Chizzoniti, per discutere di una pratica edilizia che ”non andava avanti”. Ha testimoniato anche che l’incontro effettivamente è avvenuto a Palazzo San Giorgio, dove aveva personalmente accompagnato un rappresentante della famiglia. Ha escluso, però, a differenza di quanto sostenuto dal Presidente, di esserne stato testimone, in quanto, conclusa la fase delle presentazioni e dei convenevoli, aveva ritenuto esaurito il suo ruolo ed era uscito, per discrezione, intrattenendosi nella stanza attigua a parlare con la segretaria.

    Veniamo ai dati di sintesi di questa pratica:

     

    I DATI IN SINTESI

    Si comincia con un progetto presentato nel novembre  2003 per la realizzazione di un complesso turistico in una zona agricola in un quartiere del suburbio, istruita ai sensi dell’art. 22 delle N.T.A ed approvato con delibera n 5 del 24.05.2005. dal Consiglio Comunale. Poi è arrivato il permesso a costruire “relativamente ad una parte del complesso progettato ed approvato.Nel marzo 2008 a seguito di un sopralluogo dei Carabinieri coadiuvati dalla Vigilanza Edilizia è emerso che la costruzione in fase di realizzazione presentava difformità rispetto al progetto approvato e pertanto si procedeva al sequestro. Da qui la successiva ordinanza di sgombero (10.04.2008) delle parti realizzate abusivamente.

    Naturalmente alla demolizione non si arriva, in quanto la ditta presenta nell’aprile scorso un progetto in sanatoria per sanare le difformità.

    A questo punto si procede all’eliminazione di tutto ciò che è agricolo, tramonta l’idea di effettuare l’allevamento del bestiame, soprattutto, in una logica di agriturismo si sostituisce la stalla con il campo da tennis, tanto per riempire quell’area e giustificare il ricorso all’art.22. Insomma il solito schema già visto.

     

    ARTICOLO 22: DALLA DISCUSSIONE ALLE PROPOSTE

    Anche alla luce del caso ripreso dunque, appare opportuno considerare come il ricorso a tale strumento ( art. 22 N.T.A.), di eccezionale previsione nel quadro della regolamentazione urbanistica, debba essere accompagnato da una attenta attività istruttoria ed assoggettato ad una valutazione politica che tenga in debito conto la specificità dello strumento normato.

    Al fine di tramutare in proposte concrete gli obiettivi individuati, la Commissione di Indagine ha ritenuto opportuno riprendere le indicazioni emersi dai lavori della 1^ commissione consiliare, avviati in questa consiliatura, partendo dagli stessi presupposti, ed orientati proprio ad un approfondimento sull’attualità di tali strumenti urbanistici e sull’impatto che essi determinano sul territorio.

    In questa direzione un impulso deciso era venuto anche dal quesito, sollevato dalla Presidenza del Consiglio dopo l’approvazione del documento preliminare al nuovo Piano strutturale comunale (PSC), che aveva posto come interrogativo proprio quello della compatibilità di pratiche concessorie, istruite anche ai sensi dell’art. 22, rispetto alla nuova regolamentazione urbanistica in itinere.

    Per tale quesito, che investe nella sua tematica gran parte dell’attività che dalla U.O. Urbanistica passa dalla competenza del Consiglio comunale, è stato acquisito un carteggio intercorso tra la stessa presidenza del Consiglio, il dirigente del settore e la segreteria generale; i contenuti di tale corrispondenza sono stati oggetto di discussione ed approfondimento anche  in 1^ commissione.

    In tale sede, da una parte, è stato affermato come non sia efficace alcuna normativa che stabilisca, in questa fase di elaborazione del PSC, un principio di incompatibilità tra l’attività concessoria attuale e la redazione del nuovo strumento di regolamentazione.

    Dall’altra si è colta l’importanza politica della questione, sebbene non accompagnata da dettati amministrativi di pregiudiziale, ravvisando la necessità di un approfondimento accurato sulle diverse tipologie di progettualità, oggetto di valutazione da parte del Consiglio comunale, e ribadendo come sia necessario che, in ordine alla loro proposizione, si ravvisino quegli elementi e quelle finalità che ne giustificano l’adozione.

    Su tali determinazioni si è cercato di elaborare e proporre indicazioni utili anche al fine di consentire la realizzazione di progetti sul territorio, scartando l’idea di una moratoria indiscriminata, ma chiarendo la natura dei diversi interventi.

    In particolare sui progetti istruiti ai sensi dell’art. 22 si è inteso suddividerne l’esame anche per tipologia, in considerazione del fatto che per gli impianti sportivi-ricreativi e produttivi, l’aspetto della eccezionalità dell’intervento e della sua caratterizzazione sia definito già dalla stessa tipologia di struttura che, nella gran parte dei casi, non prevede la realizzazione di volumetrie significative o che possano alterare la stessa natura del comprensorio.

    Per i progetti che riguardano strutture ricettive, turistico alberghiere,  considerato che per tali tipologie si possa autorizzare la costruzione di fabbricati importanti, la  1^ Commissione, con voto unanime, anche sulla scorta di un confronto con il dirigente e l’assessore al ramo, ha inteso articolare una direttiva secondo la quale si vuole garantire una coerenza tra gli obiettivi di sviluppo, riconosciuti come interesse di pubblico rilievo, e la finalità propria del progetto. Si punta ad offrire, in tal modo, dei parametri per considerare appropriatamente, lo spirito della concessione in“deroga” autorizzata per volontà del Consiglio Comunale.

     

    Dunque una valutazione dell’art.22 vista non tanto come un problema ed un accavallarsi di tecnicismi, ma anche sotto il profilo dell’impatto socio – economico e territoriale, collegati all’iniziativa sì del privato ma di comprovata utilità collettiva e, dunque, a questa rapportata, quale principio guida che consente di derogare al piano regolatore.

    Peraltro, queste considerazioni  fanno riferimento ad una linea guida già ribadita, cioè la valutazione dello sviluppo turistico data come priorità strategica; principio questo che, nello stesso studio preliminare del PSC, è stato ribadito come vocazione territoriale nel segno della Città turistica.

    Quindi, non è sufficiente vagliare gli art. 22, specie quelli per strutture turistico alberghiere, solo sul piano tecnico ma sarebbe opportuno, da una parte, prevedere degli incentivi, proprio per stimolare l’iniziativa in questo settore, dall’altra accompagnare la valutazione dei progetti con ulteriori criteri, quale appendice rispetto a quelli già previsti, da considerare nella istruzione delle pratiche.

    A tal fine è stata indicato:

    la redazione di un Business Plan dove si evidenzia anche l’impatto occupazionale del progetto;

    a iscrizione alla Camera di commercio, attivazione di partita IVA;

    una valutazione del contesto territoriale ove la struttura andrebbe a ricadere e della relativa compatibilità.

    Contestualmente a queste previsioni si potrebbe prevedere, quale vantaggio ed incentivo per l’impresa, una esenzione dei tributi comunali come l’ICI e la TARSU.

    Naturalmente la concessione di tali esenzioni andrebbe collegata ad un controllo dell’avvio dell’attività imprenditoriale, sotto il profilo della operatività e degli adempimenti fiscali connessi ( ad es. bilanci). In questo modo attiveremmo anche una forma di controllo ex post rispetto alla concessione urbanistica, aspetto questo in linea con quanto più volte discusso ed avanzato dagli stessi consiglieri.

    Fin qui l’elaborazione della prima commissione che aveva concluso i lavori dando mandato al dirigente al settore Urbanistica affinchè predisponesse, in tempi solleciti, i conseguenti atti di proposta deliberativa da sottoporre al vaglio del Consiglio o comunque le procedure amministrative per rendere operative tali indicazioni.

    Come Commissione Speciale d’Indagine, condividendo il percorso avviato, non possiamo che rilanciare l’impegno e l’auspicio che venga portato a termine in tempi rapidi. Siamo, peraltro, convinti, per quanto riguarda gli aspetti specifici di cui siamo stati chiamati ad occuparci, che criteri certi e adeguati aiutano l’imprenditorialità seria e favoriscono anche la trasparenza e il controllo, riducendo la possibilità di usi distorti della normativa di Piano.

     

    2. IL CONDONO INFINITO

    “Prima si chiude questa vicenda del condono meglio è”: è questo il desiderio accorato che è ritornato spesso nel corso delle audizioni con ordini professionali, tecnici, associazioni, assessori ed ex assessori e soprattutto nei colloqui con tanti cittadini “che son come color che stan sospesi”. Una matassa ingarbugliata. Ma anche un’accusa pesante a cui ha dato voce sommessamente e amaramente il presidente dell’Ordine degli Architetti. Essa riguarda prevalentemente il passato ma tocca anche noi amministratori di oggi: “una verità è che a Reggio la politica ha deciso di condonare tutto, senza fare scelte di tipo urbanistico, rispetto all’eredità dell’abusivismo ma di tipo semplicemente edilizio. Tocca alla politica scegliere che fare non alla burocrazia”

    Dai dati ufficiali forniti dal Settore Urbanistica e Pianificazione territoriale, le pratiche di condono edilizio sono 33.854  di cui 21.229 avanzate ai sensi della legge 724 del lontano ’85, 10.740 con la legge 724 del 1994, 1885 con la legge 326/06. Concessioni edilizie rilasciate dal 1985 al 1998: 6337. L’Amministrazione nel 2003 aveva lanciato un “Progetto Obiettivo che avrebbe dovuto comportare l’istruttoria di tutte le pratiche e l’emanazione dei provvedimenti conclusivi di sanatoria entro un anno con un introito previsto per le casse comunali di circa settanta miliardi delle vecchie lire (Dichiarazioni di Adornato,” in Città”)

    Allo stato attuale la situazione verificata dalla Commissione, sulla base dei dati forniti dal Settore Urbanistica, è la seguente: risultano definite  solo circa il 25% delle pratiche di condono, relative alle prime due leggi, mentre per la terza legge tutte le pratiche risultano istruite con richieste di integrazioni alle varie ditte.

    Il rimanente 75% di pratiche, non definite con rilascio di provvedimento, fa riferimento a pratiche per le quali la notifica dell’integrazione di documentazione non è andata a buon fine per i più svariati motivi:perchè non si è trovato l’interessato, perchè non è stata trasmessa o è stata trasmessa solo parzialmente la documentazione richiesta, perchè aveva bisogno dei pareri di altri Enti (Soprintendenza, Capitaneria di Porto, Forestale,ecc), essendo interessate da regimi vincolistici.

     Il numero delle pratiche giunte a definizione per silenzio-assenso è complessivamente di 10. Il numero delle pratiche oggetto di diniego: 100 .

    Al di là di quanto si è costruito, c’è il problema di dove e come si è costruito, della delicatezza e difficoltà della verifica, della complicatezza delle pratiche. Dagli Ordini Professionali è venuta la forte riserva in ordine alla statica di fabbricati realizzati abusivamente e in tutta fretta, senza alcun approfondimento tecnico. Anche se c’è da dire che i professionisti non sono esattamente innocenti. Molte  perplessità riguardano in generale la definizione delle pratiche di Condono Edilizio, esaminate come ha detto il Presidente degli Architetti “ora per allora”.

     Un altro professionista ha sottolineato in audizione, come “l’esame delle pratiche non risponda a un criterio coordinato,    posto che non si esamina il fabbricato nel suo insieme, ma si valuta la singola pratica, riferita alla singola unità immobiliare, al singolo appartamento realizzato abusivamente”.

     Il Comune aveva  affidato l’istruttoria a tecnici esterni, che interloquivano con i funzionari per le indicazioni, che, però,  ognuno interpretava a modo suo. “Si verificavano anche situazioni anomale”, ci ha detto lo stesso professionista. ” Per  esempio, un fabbricato di dieci appartamenti veniva dato uno ad un gruppo, uno ad un altro gruppo, così, sparpagliati. Solo se il cittadino, aveva più appartamenti  e lo chiedeva le pratiche venivano raccolte. Anche per il nulla osta ai beni ambientali, che attiene all’edificio nella sua interezza, non si fa una pratica che valuti il gusto e la qualità estetica nell’insieme. No: ognuno, magari in un appartamento a dieci piani, deve fare il proprio nulla osta ai beni ambientali, una pratica allucinante”

     

    3, LA LOTTA CONTRO L’ABUSIVISMO

    Non vi è alcun dubbio che la lotta contro l’abusivismo edilizio e per l’affermazione della legalità debba rientrare tra gli obiettivi primari dell’Amministrazione.

    La Commissione ritiene fondamentale potenziare al massimo l’attività di prevenzione e la capacità di stroncarlo sul nascere prima di dover entrare, a posteriori, nel dedalo delle misure di contrasto. Queste sono, infatti, lunghe, onerose, farraginose e dai risultati niente affatto scontati, che finiscono per far risultare le stesse, canzonatorie”.piuttosto che sanzonatorie”. Intervenire prima è meglio.

    Per questo la vigilanza sul territorio deve essere radicalmente ripensata e strutturalmente potenziata e organizzata, fino a farla diventare un punto di forza e di orgoglio dell’Amministrazione e di riferimento credibile per la comunità.

     

    LA VIGILANZA DELLA POLIZIA MUNICIPALE CON L’OCCHIO IN PERIFERIA

    L’attività di vigilanza edilizia della Polizia Municipale, se è vero, come è  stato accertato dai dati forniti alla Commissione, che registra un percorso quantitativo in crescita, negli ultimi quattro anni, con un incremento dei risultati senza confronto con il passato, è anche vero che è lontana dai target accettabili.

    Un trend, richiamato dal Dirigente dottor Priolo e confermato dai numeri, è dato dal fatto che l’attività di repressione del fenomeno dell’abusivismo è aumentata in periferia mentre è diminuita sia in termini di quantità che di qualità nel centro cittadino. C’è il rischio, dunque, in qualche misura, di “spogliare la chiesa e vestire la sacrestia”.

    Per le funzioni di polizia edilizia sono assegnate sette agenti ed un ufficiale e poi, nelle periferie, i nuclei di Archi, Gallina, Catona e Pellaro, che son composti da quattro agenti e un ufficiale, quindi non hanno una rilevanza numerica significativa. Dai numeri, percentualmente, emerge una divisione tra centro e periferia quasi eguale.”In questa maggiore attenzione per le periferie – ha sottolineato il Comandante – c’è comunque una discontinuità, un dato in controtendenza rispetto alla storia del comando, in cui c’era il nucleo di vigilanza edilizia in centro, e le periferie venivano, trascurate anche per attività di vigilanza banale”.

    Tra l’altro, l’apertura dei comandi dei nuclei nelle periferie, ha contribuito ad “accorciare” il rapporto dei cittadini con i vigili urbani e la stessa  città. In periferia ancora capita che si fa il sequestro importante del piano.

    C’è una netta disparità tra la mole degli abusi e i sequestri effettuati che son 60 all’anno ( più o meno coincidono negli ultimi due anni), e il numero di denunce penali fatte.

    L’attività è innescata quasi esclusivamente da segnalazioni, esposti o denunce. Interventi di iniziativa propria vengono fatti in modo residuale. Il Comandante della Polizia Municipale ha spiegato alla Commissione come questo comporta che un piccolo abuso, che ha una minore rilevanza in termini di impatto ambientale (vedi la chiusura di un balcone), però segnalato come capita spesso, da un vicino, viene sanzionato e arriva a volte al sequestro dei lavori. Al contrario un piano in più, se non un intero edificio, realizzato in una zona periferica che però non da fastidio a nessuno (o, se lo da, non viene segnalato) viene edificato senza che nessuno intervenga.

    Gli interventi di iniziativa  sono fatti solo in modo residuale. Magari, per stare sull’esempio, quando la squadra dei vigili, intervenuta per la chiusura di un balcone di un condominio, ne trova poi  nello stesso condominio altri già ultimati, e, per evitare un trattamento discriminatorio,  intervene anche per quelli.

    C’è bisogno di potenziare, in termini numerici ma anche di specializzazione, un numero più consistente di Vigili e, quindi l’auspicio che la Commissione d’Indagine formula è che ci possa essere un investimento in questo settore della vigilanza, con l’assunzione, attraverso procedure rigorose, di nuovo personale, che andrà poi opportunamente specializzato.

    .Per dare un’idea dell’importanza delle indagini a campione e dei risultati rilevanti che da queste possono scaturire, la Commissione si rifà ad una esperienza vissuta direttamente,di cui è stata in qualche modo artefice.

    Un cittadino, autore di un piccolo abuso in un’area della IV^ circoscrizione, pesantemente sanzionato con il sequestro del cantiere e rimasto coinvolto in vicissitudini varie, aveva lamentato come il comportamento adottato dal Comune e dai Carabinieri, in relazione alla sopraelevazione del suo capannone, contrastasse con l’immobilismo e la “chiusura degli occhi” rispetto a costruzioni di ville e palazzi, spuntati come funghi nella stessa zona, sempre su destinazione a verde. Abbiamo voluto fare una prova. Sono bastati due “blitz”, concordati, della Polizia Municipale, per individuare altri abusi consistenti nella zona, ed eseguire ulteriori sequestri, tra cui uno relativo alla realizzazione di due fabbricati a tre piani f.t., per il quale vi era stata, prima, la revoca del permesso di costruire, da parte del Comune, successivamente l’ordinanza di revoca dell’ordinanza di demolizione da parte del TAR, infine il giudizio di inammissibilità dell’istanza di revoca da parte del Consiglio di Stato. Da qui, a seguito del sopralluogo, l’invio alla Procura della Repubblica. Un altro sequestro si è reso necessario, sempre in zona, per opere edili in difformità al permesso di costruire, un’altro per realizzazione, in corso, di terrazzamenti. Inoltre nell’area indicata era stato accertato uno sbancamento e un livellamento di terreno non autorizzato ,sequestro di un’area di 6000 metri quadri utilizzata come discarica abusiva, un manufatto a un piano f.t. il cui fascicolo non veniva trovato all’ Ufficio. Non è difficile dedurre che in tante altre zone della città un’indagine a campione potrebbe portare a risultati analoghi se non maggiori, senza dover aspettare improbabili imbeccate.

     

    IL COLABRODO DELLA VIGILANZA EDILIZIA

    Dalle relazioni, dalle denunce, dalle audizioni, oltre che dalla conoscenza della città e dei fenomeni del territorio, la Commissione ha tratto il convincimento che la Vigilanza, sugli interventi edilizi e di controllo del territorio, in fase preventiva e repressiva, rappresenta l’anello più debole della catena del Settore Urbanistica.

    Un contenitore che perde da tutte le parti, di cui solo una parte della colpa va data alla responsabile e agli addetti.

    Questa unità operativa, a fronte di un gravoso carico di lavoro riguardante l’abusivismo edilizio su tutto il territorio comunale e le implicazioni relative all’istruttoria penale delle pratiche, non è oggi, come non è stata nel passato, nelle condizioni per raccogliere la sfida dei “virtuosi del mattone illegale”

    C’è innanzitutto, anche qui – soprattutto qui – una questione di mancanza di uomini e mezzi. Nonostante un potenziamento che ha portato il servizio a nove unità, e nonostante risulti l’unità più nutrita, ancora il numero è lontano dall’essere adeguato alla gravosità dell’impegno.

    Non è, naturalmente, però, solo una questione di personale. C’è un problema di efficienza complessiva e di motivazioni, costretti come si è, nell’ufficio, sempre a lavorare in affanno e ad inseguire le cose, invece che programmarle.

    La verità è che al servizio di Vigilanza Edilizia nessuno vuole andare: oltre ad essere l’unità operativa più a rischio in una città a rischio è , per una varietà di ragioni, priva di gratificazioni e di incentivazioni.

    Attraverso una testimonianza, disarmata e disarmante, la responsabile di tale unità  ha spiegato in Commissione come il personale ed i mezzi, a disposizione del suo ufficio, siano in numero minimo indispensabile per l’istruttoria delle sole urgenze. All’attività di competenza dell’Ufficio – che si svolge, anche qui, prevalentemente su segnalazioni o denunce che provengono da parte di cittadini- si sovrappone la richiesta di intervento, da parte di altre categorie appartenenti alle forze che hanno competenza nella repressione di illeciti edilizi(dalla polizia municipale ai carabinieri, ecc). Questi, senza la presenza dei tecnici comunali e senza il loro ausilio, non  effettuano alcun intervento definito. I tecnici devono inoltre redigere perizie indispensabili per il processo penale e sono test in Pretura nei processi per abusivismo edilizio. I dati sono riportati in altra parte di questa relazione.

    L’esiguità del personale, a fronte di una mole di lavoro enorme e complessa, non consente praticamente altre iniziative come la programmazione di verifiche “a campione” ( ci risiamo!) o interventi successivi al primo sopralluogo per verificare se quanto disposto venga effettivamente eseguito e se il risultato finale sia conforme alle prescrizioni date dall’ Urbanistica. La conseguenza : si interviene sul territorio esclusivamente per dare seguito alle denunzie, tralasciando l’attività programmatoria che , a lungo termine, potrebbe assicurate i maggiori risultati nella repressione dell’abusivismo edilizio. Insomma, prendendo in prestito le parole di un magistrato, “si lotta a mani nude contro i carrarmati”. In questo caso, le betoniere.

     

    URBANISTICA E VIGILANZA MUNICIPALE IL DIALOGO CHE NON C’E’

    A complicare tutto vi è il problema, gravissimo, della mancanza di “comunicabilità” e di sinergia tra l’ufficio urbanistica e la polizia municipale.

    Un esempio illuminante, scelto tra la generalità dei casi, è testimoniato da uno scambio di missive tra i dirigenti dei due settori dell’ottobre 2007. E’avvenuto a seguito dell’interruzione da parte della vigilanza edilizia di un intervento abusivo di ristrutturazione di un immobile storico, di particolare pregio, sul centralissimo Corso Garibaldi vincolato dalla Soprintendenza BAP della Calabria.

    Il dirigente architetto Putortì chiedeva conto dei mancati controlli  al Dirigente della Polizia Municipale. In particolare interrogava su come fosse stato possibile che un immobile oggetto per lungo tempo di lavorazioni, nel cuore della città, senza alcun cartello che ne evidenziasse le autorizzazioni, non avesse suscitato l’interesse, la “curiosità”, dei vigili urbani addetti al controllo edilizio. Lapidaria (e piuttosto piccata) la risposta del dirigente  della Polizia Municipale, Alfredo Priolo: “…allo scopo di prevenire e controllare situazioni analoghe a quelle segnalate è sufficiente che codesta U.O., immediatamente dopo l’avvenuta notifica ai destinatari, trasmetta a questo Comando , i provvedimenti di sospensione dei lavori o di rigetto delle Denunce di Inizio Attività”. Insomma, non posso intervenire se non so. Fine del discorso e nemmeno… “distinti saluti”.

    Tra parentesi, va rilevato come, nel frattempo, questo “difetto di comunicazione” abbia comportato, nel caso indicato, “l’impacchettamento” architettonico e la mutazione estetica, se non “genetica”, di uno di quei gioielli che contraddistinguono( anche se sempre meno), il centro storico della città.

    A prescindere da questo episodio, sono molti i dati raccolti che avallano la percezione che i due settori sostanzialmente si siano mossi finora, in molte occasioni, come “separati in casa”.

    Il fatto più macroscopico è proprio la mancata trasmissione dei dati, in tempo reale, dell’Attività Urbanistica alla Polizia Municipale. Storicamente è sempre stato così e ciò ha determinato un’oggettiva complicazione delle cose. Solo per fare un esempio, è difficile, salvo in qualche zona molto periferica, trovare una costruzione in atto senza alcun titolo: quasi sempre l’intervento  per il quale servirebbe il permesso a costruire è mascherato da un cartello, oppure, nel caso più frequente, da una semplice dia (dichiarazione d’inizio lavori), relativa magari alla sistemazione di un vano tecnico o a piccole ristrutturazioni. Si parte da lì per  realizzare due tre stanze in più e un piccolo attico. I vigili non avendo carte in mano( o nel loro computer) non si sognano nemmeno, salvo rari casi, d’intervenire. Peraltro, non ne hanno nemmeno lo stimolo, “l’abitudine” culturale ( perchè andare, senza nessun pretesto, a rompere le scatole?)

     

    I DISTURBI SULLA LINEA

    Dicevamo, dialogo che in genere  non c’è. Non solo:quando c’è, esso risulta piuttosto “disturbato”.

    Lo conferma, tra l’altro, un rilievo forte venuto dalla Polizia Municipale, riguardante i ritardi riscontrati nella trattazione dei fascicoli da parte dell’U.O. Pianificazione Territoriale. Spesso si va avanti per mesi tra rinvii e solleciti. A conferma di questa patologia, in un fulminante rapporto trasmesso alla Commissione vengono riportati tra l’altro 33 casi recenti (anno 2008) che evidenziano, a livello puramente  indicativo, questa sorta di “tempo sospeso e immobile”. Si va dai  4 mesi ai nove, dodici, ventitré,venticinque mesi tra la richiesta di sopralluogo e il sequestro, o tra la richiesta di sopralluogo e le notizie d reato alla Procura. E’ uno spaccato attuale di una faglia più vasta che risale anche agli anni o ai decenni precedenti.  E’ importante capire come funziona il meccanismo: nel corso dell’attività di polizia edilizia, sia d’iniziativa sia a seguito di denuncia o delega dell’A. G, va accertato se i lavori in via di realizzazione segnalati abbiano o no i titoli autorizzativi.

    E’ del tutto evidente che in questi casi l’apporto dei tecnici di Urbanistica, per le specifiche competenze che hanno, è insostituibile al fine di identificare l’abuso, la gravità effettiva dell’illecito sul piano amministrativo o penale, e gli eventuali provvedimenti da assumere.

    Se le relazioni richieste arrivano dopo un lasso di tempo eccessivamente elevato e dopo ripetute sollecitazioni scritte e un andirivieni dall’ufficio urbanistica –  come rimarcato dall’unità operativa territoriale della Polizia Municipale – si verifica un intasamento del lavoro e un accumulo dei fascicoli. Presso la U. O. ve ne sono alcuni in giacenza che hanno addirittura, come prima richiesta di sopralluogo, l’anno 2005-2006.

    Ma l’aspetto più grave, che i ritardi di presentazione degli esiti del sopralluogo tecnico comportano, è un altro. Il tempo dilazionato, che intercorre tra la data di sopralluogo e quella di effettiva trasmissione, favorisce “ attività di sanatoria o richieste di varianti in corso d’opera. Addirittura, qualora sia necessario procedere a sequestro di polizia giudiziaria, il personale accerta uno stato delle opere sostanzialmente differente da quello indicato nel verbale di sopralluogo.”

    La Commissione è portata  ad imputare questa mancanza di collaborazione soprattutto al sovraccarico di lavoro e all’esiguità di personale ( di cui ci occupiamo in altra parte della Relazione) ma  ci sono certamente anche problemi organizzativi, incrostazioni, comportamenti “mediativi” al ribasso e retaggi culturali duri a morire. Per questo va intrapresa una decisa azione di “spariglio” che favorisca un cambio di scenario.

    C’è il rischio infatti che questo “clima” possa diventare un comodo alibi per chi, all’interno della struttura d urbanistica o degli stessi vigili urbani, fosse interessato,  eventualmente a “tenere il sacco” a quei privati che, in mancanza dell’intervento tempestivo sui cantieri, hanno gioco facile a completare le opere abusive o in difformità evitando il sequestro per affidarsi poi alle varianti o alle richieste di sanatoria del caso, mettendo tutti, cioè, davanti al fatto compiuto.

    Dal rapporto dell’ ufficio territoriale della Polizia Municipale è possibile estrapolare anche il caso di alcuni tecnici, ben individuati, che, quasi sistematicamente si rifiutano di fare il sopralluogo congiunto, nonostante precise disposizioni e senza alcun valido motivo.

    C’è da dire, però, che, dallo stessa interlocuzione con la Polizia Municipale, emerge anche il riconoscimento per quei  dipendenti di urbanistica che si distinguono per serietà, quantità e qualità del lavoro, affidabilità. C’è ne è uno, in particolare, sul cui valore convergono anche i giudizi più variegati ( dai vigili all’ex assessore Adornato, ai colleghi, agli attuali responsabili dell’Assessorato). Ci piace segnalarlo.

     

    PROVE TECNICHE PER UN DIALOGO

     Di recente, con delibera  n.13 del 26.01 2009, la Giunta Municipale ha approvato un protocollo operativo tra polizia municipale e unità operativa pianificazione territoriale per la vigilanza sulle attività di edilizia privata. Esso disciplina i tempi e le modalità d’intervento della Polizia Municipale e dell’Urbanistica.

    Al di là delle valutazioni nel merito delle misure adottate, il protocollo certamente si muove in direzione del superamento in positivo di una situazione davvero insostenibile. Esso prevede, pur nella parzialità, precise regole comportamentali, a partire  dalla disciplina dei tempi delle procedure, finalizzate allo scambio tempestivo delle informazioni anche via posta elettronica sullo stato dei procedimenti di competenza ( dai permessi a costruire rilasciati alle DIA, siano esse in regola o sospese), fino alle ordinanze di demolizione. Da qui la possibilità dei Vigili ad effettuare i controlli e dare riscontro ai cittadini. Ma non solo: sarà anche possibile, sulla base dei dati e compatibilmente con le forze disponibili, programmarsi un’ attività a campione, anche se l’obiettivo ideale sarebbe poterla fare per tutte.

    Avere i dati è importante per una verifica attenta. E’ questo un percorso che, a parere della Commissione, dopo una fase di sperimentazione, dovrà essere ulteriormente delineato, per realizzare davvero un moderno sistema di scambio dei dati tra Settori aventi funzioni convergenti, seppure specifiche e peculiari. Gli Uffici dell’Amministrazione Urbanistica cittadina riceveranno da ciò sostanziale sollievo, supporto e tutela nel lavoro quotidiano e nella gestione e controllo del territorio comunale. Nello stesso tempo troverà giovamento il forte bisogno di trasparenza che viene da una parte consistente di cittadinanza.

    Come punto di partenza è augurabile che il protocollo,  il cui varo ci fa piacere pensare che questa Commissione abbia, se non provocato, sicuramente incoraggiato e “affrettato” – non rimanga “appeso alle nuvole” ma venga effettivamente rispettato. Se così sarà, una volta “punzonato”potrà rappresentare uno strumento importante nella lotta contro l’abusivismo, per la legalità, per il rispetto di una corretta pianificazione territoriale e la salvaguardia della risorsa città.

    L’esperienza positiva, anche se a un livello più elementare, e i primi risultati dell’accordo di collaborazione tra i settori della Polizia Municipale e del Settore Attività Produttive e Commercio invitano ad essere cautamente ottimisti.

    L’obiettivo più ambizioso da porsi – e che non è difficile realizzare – è quello che  deve puntare, al di là del protocollo, all’ integrazione degli Atti urbanistici con tutti gli Atti delle diverse Vigilanze Urbanistiche (Urbanistica, Vigilanza, Polizia Urbana, Lavori Pubblici, Forze dell’Ordine, Attività produttive, Reges, ecc;)

    La Città di Reggio Calabria potrà avere in tempi brevi una Coordinata Amministrazione Urbanistica – adeguata e all’altezza delle sue aspirazioni alla modernità e all’ ambizione di diventare punto di riferimento di altre città, meridionali e non solo – attuando un semplice sistema computerizzato. Uno strumento efficace definibile “Monitor Unificato”, che possa restare sempre acceso, nel quale far convergere e far ricevere gli Atti dei diversi protagonisti del Governo del Territorio: Uffici Urbanistici Vigilanze varie ( urbanistica, polizia urbana, forze dell’ordine). In sostanza, tutti i dati si integrerebbero, andando a localizzarsi, in tempo reale, in automatico sugli immobili interessati rappresentati su carte e foto disponibili.

     

    LE DEMOLIZIONI VIRTUALI E LA LOTTA IMPARI

    Le pratiche di abusivismo che aspettano, avendone i requisiti, di chiudersi con le demolizioni  sono tantissime. Dai tabulati trasmessi alla Commissione dall’Ufficio Urbanistica, le ordinanze di demolizione esecutive  risultano essere un numero elevato:194 nel 2006, 201 nel 2007, 171 (parziale) nel 2008: dentro c’è di tutto: da abusi consistenti a una miriade di microillegalità che, nell’insieme, definiscono un quadro non certo bello da guardare. L’attività di repressione, molto carente, ha, negli anni, privilegiato il contrasto degli abusi edilizi su suolo pubblico. Ha spiegato la responsabile della Vigilanza Urbanistica, Architetto Gioffrè Florio, che questo si è verificato: “sia perché ci si rapportava a manufatti di modesta entità (gazebo, baracche, piccole strutture in muratura e/o lamiera) e sia perché in quel caso, il responsabile dell’abuso, viene contrastato da un fronte compatto(Amministrazione Comunale/Provincia/ Enti/Capitaneria di Porto/Regione etc)”.

    Nell’anno 2008 è stata conclusa la demolizione coatta  di manufatti abusivi che era stata deliberata dalla Giunta Comunale nel 2005, con relativa approvazione del progetto”  ( G.M. n. 172 del 06/04/2005 ) Successivamente con determina n. 33/2007 vi era stata l’aggiudicazione definitiva dei lavori all’impresa Di Fiore.

    Tutti i fondi stanziati sono stati spesi ma si  è trattato principalmente di demolizione di manufatti abusivi insistenti  su suolo pubblico e su tratti di spiaggia, che ha complessivamente riguardato un numero esiguo di manufatti: trenta in tutto, per un importo di 500.000,00 euro. Le altre somme investite sono state sempre di piccola entità.

    Diverso è per l’abuso edilizio eseguito su suolo privato; in questo caso, infatti, come ha spiegato ancora l’architetto Gioffrè, “si innesca una procedura sanzionatoria che trova l’Amministrazione sola a fronte delle richieste di sanatoria dell’abuso (ulteriore lavoro per l’ufficio), di ricorsi al TAR ed al Consiglio di Stato, nonchè una serie di diffide di legali che, adducendo motivazioni spesso non sostanziali e richieste di risarcimento nel caso venga effettuata la demolizione, tendono a  frenare l’ attuazione dell’attività di repressione. E’ proprio per quest’ultimo aspetto che sarebbe indispensabile l’attività di prevenzione e l’immediatezza dell’intervento di repressione”. Che invece non c’è.

    Relativamente ai ricorsi al TAR avverso gli ordine di demolizione (ricorsi che vengono definiti nel merito non prima di cinque/dieci anni) si dovrebbe  secondo la responsabile dell’ unità operativa di Vigilanza Edilizia,” intervenire per garantire una trattazione più celere quantomeno per i manufatti di maggiore incidenza urbanistica (sopraelevazioni, fabbricati, lottizzazioni ) ciò consentirebbe di formare quel “fronte comune di contrasto all’abusivismo” che è stato possibile ritrovare  sporadicamente nel caso di abusi eseguiti su suolo pubblico”.

     

    CHI DEVE FARE LE DEMOLIZIONI

    Le procedure per la demolizione richiedono una serie di atti che, anche laddove ci fosse la volontà politica di agire, richiedono tempi  tecnici e burocratici già in partenza lunghi e spesso dilatati.

    Occorre infatti l’individuazione e la deliberazione di somme da impegnare, lo svolgimento della gara d’appalto, l’aggiudicazione della gara, la formalizzazione del contratto fino ad arrivare alla effettiva demolizione. Questi tempi lunghi, quand’anche venissero rispettati, danno all’opinione pubblica l’impressione di una incertezza o mancanza di volontà amministrativa 

    Una proposta, più volte avanzata all’Amministrazione dal Dirigente di Urbanistica e ripresa  opportunamente nella relazione della responsabile vigilanza, è che sarebbe auspicabile coinvolgere il personale della società Multiservizi” per la rimozione e/o demolizione, pressocchè immediata, dei piccoli manufatti abusivi (quelli che possono essere smontati e/o demoliti con modesti mezzi di cantiere) ed impegnare le gare con ditte specializzate solo per la demolizione dei manufatti di notevole incidenza urbanistica.

    Per il recupero dai privati, responsabili dell’abuso, delle somme anticipate dall’Amministrazione per le demolizioni stesse, si potrà investire la Società esternalizzata Reges.

    Questa proposta, in sé ragionevole, deve naturalmente tenere conto della querelle aperta tra Amministrazione Comunale e Multiservizi in relazione alla titolarità sulla manutenzione straordinaria, di cui ci occupiamo in altra parte della Relazione. In mancanza di chiarezza vi sarebbe un’assegnazione”abusiva” dei lavori di abbattimento dei manufatti abusivi.

    C’è da dire che il coinvolgimento della Prefettura potrebbe portare ad uno snellimento e accelerazione, evitare tra l’altro, il fenomeno, molto frequente, delle gare deserte.

     

    IMPEGNARE RISORSE PER LE DEMOLIZIONI

    Se, come è risultato dall’indagine della Commissione, la demolizione delle costruzioni abusive, non ritenute da recuperare ad un uso pubblico, successivamente alla demolizione, non vi è stata (o vi è stata in modo marginale) ciò è dovuto anche al mancato adeguato stanziamento da parte del Comune in tale direzione.

    Negli ultimi anni sono state approvate le Deliberazioni: G.M. n. 179/2002 “ Lavori di demolizione manufatti abusivi ex legge n. 47/85” – G.M. n. 298/2003 “ Criteri di priorità nella trattazione delle pratiche di demolizione e/o. Le somme impegnate sono state molto risicate.

    Da qui la necessità di segnare una svolta, inserendo, con carattere di priorità assoluta, una quota consistente per ogni anno nel bilancio triennale e ricercando tutti gli altri possibili finanziamenti, al fine di un progressiva opera di abbattimento delle costruzioni abusive, in modo da restituire aree alla disponibilità della collettività. Le somme impegnate dovranno essere recuperate dai privati.

     

    LE PRATICHE IN FONDO AI CASSETTI

    Una testimonianza – su una prassi di “sistema” individuato nell’Ufficio Urbanistica a proposito di abusivismo – ci è stata data dal dottor Adornato, riferita al tempo in cui è stato Assessore all’Urbanistica. Si cominciava con qualcuno che istruiva il cittadino autore di un abuso su come comportarsi per eludere intanto l’ordinanza di demolizione. Così, con sospetta puntualità, in ogni pratica vi era la richiesta di concessione in sanatoria. Queste richieste dovevano essere definite, secondo quanto dice la legge, nel termine di 60 giorni per evitare il silenzio-assenso. Tutte le pratiche con richiesta di concessione in sanatoria finivano invece nei cassetti, dentro gli armadi. Non venivano trattate per anni. La maggior parte, per giunta, erano su aree inedificabili. A differenza del condono edilizio, la concessione in sanatoria, prevista dall’art.13 della 47 dell’85, oggi dall’art.36 del T.U. 380 del 2001, è una concessione che può essere rilasciata soltanto nei casi in cui il fabbricato realizzato non è dotato di permesso di costruire ma, ove fosse stata richiesto, ci sarebbero stati i presupposti per il rilascio dello stesso. In sostanza è una concessione che si rilascia quando c’è la conformità urbanistica.

     Invece, nel 90 per cento dei casi, questi abusi erano senza il permesso di costruire e senza la possibilità di ottenere la concessione in sanatoria. Però bastava presentare comunque questa richiesta di concessione in sanatoria per far finire la pratica negli armadi. E, lì, dimenticate.

    L’ex Assessore Adornato, stando al suo racconto, ad un certo punto pretese che gli venissero portate tutte le pratiche sulla scrivania. “Ne arrivarono una montagna”. Esaminandole, una per una, si accorse che  non ce n’ era una regolare. I due responsabili di allora si giustificarono dicendo che nessuno attestava loro che erano ricorsi i 60 giorni.

    Questo ritardo portava intanto al completamento dell’immobile, almeno lo scheletro, per poi restare in attesa del prossimo condono.

    Adornato ha sottolineato come i carichi di lavoro e il dover lavorare in emergenza, spesso, viene posto, da chi si deve occupare della Vigilanza, a copertura delle proprie inerzie ingiustificate che durano da anni. Perfino, ci ha detto di aver dovuto scrivere, di suo pugno, gli ordini di demolizione che erano sbagliati per cui contribuivano a indebolire, di fatto, la posizione del Comune davanti al TAR. Salvo poi, a distanza di un anno e mezzo, venire a scoprire che gli ordini di demolizione venivano fatti esattamente come prima. “Quello che avevo scritto io – ci ha detto Adornato- era stato gettato nel cestino”. A questo punto fece approvare addirittura un vero e proprio regolamento in Giunta per stabilire come l’ufficio doveva procedere per le pratiche. Anche da queste cose- a sentire l’ex assessore-  nacque una certa tensione con il Dirigente, poi rientrata. Purtroppo ancora oggi il regolamento non viene applicato.

     

    MANCATO ACCERTAMENTO SULLE ORDINANZE DI DEMOLIZIONI

    La conseguenza di questa sostanziale, storica, inerzia amministrativa è il rafforzamento della cultura dell’illegalità e dell’impunità, con la convinzione che i reati di costruzione abusiva non vengono, di fatto, puniti. Quando non interviene, perché proprio non può intervenire, il condono di turno, c’è in ogni caso la quasi certezza che alla demolizione non si arriverà mai. Prima o poi una soluzione si trova, grazie anche  alle crepe aperte nella Pubblica Amministrazione. Il fenomeno dell’abusivismo, pur essendo un fenomeno quasi esclusivamente italiano, non può essere certo considerato, è bene dirlo, soltanto reggino. Certamente, però, a Reggio se ne ha una rappresentazione tra le più emblematiche in assoluto.

     L’unità operativa territoriale della Polizia Municipale sottolinea in un suo report, inviato alla Commissione, come le ordinanze di demolizione, da parte del Settore Urbanistica, o non vengono trasmesse o vengono trasmesse a distanza di anni, con la conseguenza che l’accertamento di ottemperanza sulle stesse spesso dà, come esito, la cristallizzazione di opere completate. La rapidità d’intervento è fondamentale per frenare il fenomeno e può essere perseguita solo con il decentramento dell’attività di controllo. Questa esigenza è ben presente nella Dirigente Vigilanza Edilizia dell’Urbanistica, tant’è che ne ha fatto un punto di approfondimento puntuale, illustrandoci anche i tentativi fatti in passato e alcune proposte

     Nel 2002 l’ Amministrazione per garantire “occhi aperti” sul territorio e favorire maggiore reattività, aveva coinvolto le Circoscrizioni con la firma di un “ Protocollo d’intesa”. L’esperienza , salvo pochi casi, è sostanzialmente fallita. La proposta che da questo settore viene è di  organizzare un’attività strutturata con la presenza, presso ciascuna Circoscrizione, di due vigili ed un tecnico. In tal senso, per avere il massimo dei risultati rispetto all’impegno di personale e mezzi, gli stessi, per ciascuna Circoscrizione, dovrebbero essere utilizzati anche per un controllo complessivo del territorio, cioè non solo per contrastare l’abusivismo edilizio ma anche per il controllo dei marciapiedi, delle strade etc.; Essi dovrebbero intervenire con immediatezza e solo in caso di necessità chiedere la collaborazione del personale dell’ U.O. vigilanza edilizia e/o della sezione  edilizia del Comando Polizia Municipale.

    Un altro aspetto importante – sottolineato dalla Responsabile Vigilanza Edilizia di Urbanistica- è quello relativa al necessario controllo dell’attività edilizia autorizzata e la sua corrispondenza al progetto approvato. Attualmente questo non viene fatto o viene fatto sporadicamente. Per questo aspetto  viene suggerito “l’obbligo di presenza dei tecnici comunali in sede di “tracciamento dell’impianto del fabbricato” cioè in particolare: nella delimitazione del lotto d’intervento con messa in opera della recinzione di cantiere e nell’impostazione della sagoma del fabbricato relativamente alle fondazioni. Sarebbe altresì auspicabile una verifica nel corso dei lavori ( anche se come ovvio vi è la figura del direttore dei lavori che per legge ha l’obbligo di garantire la conformità delle opere eseguite al progetto approvato) ed  un’ultima verifica nelle more di scadenza del permesso di costruire. Queste attività auspicabili non vengono effettuate proprio per carenza di personale e di mezzi. Per quanto attiene le opere di ristrutturazione e/o opere di minore incidenza urbanistica ( attività DIA- Denunzia Inizio Attività) viene proposta “una verifica a campione ( ma continua e pressante ) individuata in un controllo di almeno tre pratiche a settimana.

    Analoga attività di controllo dovrebbe essere svolta per la verifica dei certificati di agibilità/abitabilità degli immobili con particolare approfondimento nel caso degli edifici destinati ad uso pubblico”.

    Come è possibile constatare le idee e le proposte non mancano. Solo che, mentre i saggi discutono, Sagunto viene espugnata.

    C’è dunque bisogno, a Reggio Calabria più che altrove, di interrompere questo modello “permissivo” che offende i tanti cittadini che, spesso a costo di grandi sacrifici e di snervanti attese, hanno scelto di muoversi, anche per le licenze edilizie, dentro gli argini della legalità e del rispetto delle norme e della corretta prassi. Una procedura di demolizione tempestiva rappresenterebbe – come annota efficacemente in una lettera lo stesso dirigente di Urbanistica, architetto Putortì –  una condanna palese di “un abietto “modus operandi”( costruire abusivamente) e, nel contempo,“un profondo riscatto morale che consoliderebbe ampiamente il concetto di convivenza civile nel rispetto delle leggi”. Senza considerare, ci permettiamo di aggiungere, l’oltraggio e i danni spesso irrimediabili al territorio di cui abbiamo parlato e che ognuno di noi può constatare, guardandone le ferite insieme agli “scheletri” e alle brutture della città fantasma.

     

    CHI DEVE FARE COSA: IL RIMPALLO DELLE RESPONSABILITA’

    Nell’approfondire la vicenda dell’impasse che si registra a valle dell’abusivismo, la Commissione di Indagine, ha individuato una delle cause che contribuiscono a determinarlo. Essa sta nel rimpallo di responsabilità, per non parlare di un vero e proprio scaricabarile, che vi è tra il Settore Urbanistica- Pianificazione Territoriale e il Settore Contratti- Patrimonio Edilizio in merito alla titolarità della procedura per l’applicazione di quanto previsto dal DPR 380/01. Lo scambio di lettere tra i responsabili dei due settori, alcune delle quali allegate agli atti, per i duri contenuti e i toni accesi usati offrono uno spaccato eloquente di una comunicazione tra sordi, che certamente non giova all’Amministrazione e soprattutto alla Città. Si tratta di un nodo ancora non risolto. Finora neanche il Direttore Generale, al di là di decisioni di superficie, è riuscito a trovare in via definitiva il bandolo dell’intricata matassa. In particolare del tutto contrastante è l’interpretazione dei vari commi dell’articolo 31 del richiamato DPR 380.

    In sostanza, la dirigente del settore patrimonio edilizio, che si è vista, di recente, trasmettere, dall’Ufficio Urbanistica, la documentazione relativa all’avvenuta trascrizione degli immobili, realizzati in violazione delle norme edilizie, rifiuta il fatto che debba essere il suo Settore  a istruire le pratiche. Tale atteggiamento è motivato a suo parere dalla norma e dalla logica. Rispetto alle inadempienze delle ordinanze di demolizione, è il settore Urbanistica che deve acquisire al patrimonio comunale, come previsto dalla normativa vigente, i fabbricati abusivi i cui proprietari non hanno ottemperato all’ordinanza di demolizione.

     L’avvenuta acquisizione, a seguito della trascrizione nei registri immobiliari, comporta che l’Ente comunale debba valutare, se l’immobile, realizzato in assenza di titolo legittimo ed in violazione delle norme, vada in demolizione ad opera dello stesso Ente e con recupero successivo delle spese, oppure vada utilizzato – previa opportuna istruttoria – per fini pubblici.

    Questa seconda eventuale scelta, prevista dalla normativa in casi eccezionali, deve essere adottata con apposita delibera dal Consiglio Comunale, dopo aver accertato per via istruttoria che non sia in contrasto con rilevanti norme urbanistiche e ambientali. E’ questa una verifica che, per specifiche competenze, toccherebbe all’Ufficio Urbanistica  Solo dopo che il Consiglio Comunale avesse già deliberato, la conservazione e la gestione dell’immobile, subentrerebbe la competenza del Patrimonio Edilizio – per i fini previsti dalla normativa e nei termini di rispetto della stessa. In mancanza di un titolo, che consenta l’utilizzazione economica del bene e la gestione amministrativa, non può occuparsene – ecco la conclusione del ragionamento- l’Ufficio Patrimonio ma l’ufficio preposto.

    Di fatto trasmettere la documentazione, come è stato fatto, al Patrimonio Edilizio, a parere della Dirigente di quel settore comporta che il procedimento attivato dal settore urbanistica, venga ad essere interrotto.

     Del tutto diverse le argomentazioni con cui il Dirigente di Urbanistica spiega la decisione di trasmettere , o“liberarsi” nell’interpretazione più maliziosa, delle pratiche. Proprio dalla “sequenza” dei commi 3 e 5 dell’articolo 31 del DPR 380/2001. discenderebbe che  le opere abusive “prima devono essere trascritte nei registri immobiliari( cioè nel patrimonio dell’Ente) e, nelle more della deliberazione del CC, il Comune acquisisce le prerogative giuridiche di proprietario dell’immobile”. Quindi sarebbe compito della Dirigente del Settore Contratti-Patrimonio provvedere a tutte le incombenze relative, compresa la contrattualizzazione degli eventuali inquilini che abitano nei fabbricati acquisiti.

    In realtà se è vero che la legge prevede che sia il Consiglio Comunale a decidere quali siano quei casi eccezionali in cui, invece della demolizione, si decide l’utilizzo dell’opera realizzata, è anche indiscutibilmente vero che va dimostrata “l’esistenza di prevalenti interessi pubblici” e che “l’opera non contrasti con rilevanti interessi urbanistici e ambientali”. E’ chiaro che questa valutazione  di conformità alle normative del Piano e di non contrasto con il disegno di sviluppo della città, debba scaturire dall’istruttoria operata dall’Ufficio Urbanistica, che è, come sottolinea la Dirigente, Titti Siciliano, “competente nella gestione appunto degli strumenti urbanistici e nelle attività inerenti le proposte di piano incidenti sul territorio comunale sul quale, altresì, esercita la vigilanza edilizia”. La stessa acquisizione al patrimonio comunale dopo la constatazione della inottemperanza del privato all’ordinanza di demolizione, sarebbe “esclusivamente preordinato a consentire il subentro in surroga da parte dell’Amministrazione, per una più agevole demolizione del bene illecito”. Conseguentemente, la completa istruzione della pratica fino alla predisposizione della proposta deliberativa per il Consiglio non può che essere fatta dall’Ufficio Urbanistica”. Peraltro, non si deve confondere l’acquisizione “al patrimonio comunale” previsto dalla legge “con “l’acquisizione al settore patrimonio” che non sarebbe riferibile a questa fase interlocutoria.

    Il risultato di questa controversia è davvero avvilente. Tutto resta fermo da anni e per anni. Basta dire che le proprietà immobiliari ,trascritte alla conservatoria dei Registri Immobiliari a favore dell’Amministrazione Comunale sono state complessivamente soltanto 20, però quelle effettivamente mantenute si contano sulle dita di una mano( vedasi l’allegato 2 di urbanistica). Per molte di esse successivamente sono  stati addirittura concessi, grazie a una interpretazione molto discutibile delle norme, i benefici del  “nuovo” condono edilizio o c’è l’istruttoria in corso. In sostanza, fino ad oggi, a fronte di pochissime e irrilevanti demolizioni, gli unici beni abusivi, giunti alla discussione del consiglio comunale in applicazione della legge di repressione dell’abusivismo edilizio, sono stati il fabbricato in cui ha sede la  Caserma dei carabinieri sul viale Calabria ed il fabbricato in cui  ha sede la DIA a Calamizzi. Ciò è stato determinato soltanto dal forte “pressing” istituzionale che ha consentito all’Ufficio Urbanistica  di trovare come ci è stato scritto “ un’unità di intenti tra Prefettura, Procura e TAR”. Al Consiglio non sono giunti nemmeno quelli destinati alla demolizione a seguito di sentenze penali, di cui si doveva sostanzialmente solo  prendere atto.

    Come Commissione ci permettiamo di valutare  l’opportunità di superare il problema di competenze anche attraverso la creazione di un apposita unità mista di lavoro in grado di affrontare in modo sinergico i vari aspetti del problema, mettendo a disposizione del gruppo le competenze specifiche. Ferme restando le rispettive responsabilità d’ufficio che vanno definite senza incertezza.

     

    LA VICENDA DELLA DIA

    L’ utilizzazione del fabbricato a tre piani f.t. utilizzato come sede DIA, sito in località Calamizzi, acquisito al Patrimonio Comunale in forza di un procedimento amministrativo, è stata decisa dal Consiglio Comunale, con deliberazione n. 69 del 17 dicembre 2007. Questo atto ha di fatto chiuso, in qualche modo, una vicenda lunga e controversa anche se ha lasciato sul campo molte riserve e molti pesanti interrogativi.

    Va sottolineato che la Società- che ha realizzato l’immobile abusivo( la stessa che ha realizzato la Caserma dei Carabinieri di Viale Calabria)- si è avvalsa, però, di una concessione edilizia indebitamente e incredibilmente data, all’epoca, dall’Ufficio Urbanistica (n.39 del 18.03.1987). Dunque, un vizio d’origine che comporta responsabilità penali, tant’è che la vicenda è stata oggetto almeno di un procedimento giudiziario. Infatti l’area interessata era destinata nel Piano Regolatore Comunale a Viabilità di piano e aree per le attrezzature sportive e il tempo libero. Inoltre sussistevano numerosi vincoli di fatto come quello aeroportuale, codice della navigazione, rispetto ferroviario e comunicazioni alla S.A.C. Il CTU nominato dal Giudice Fallimentare della Società (che aveva costruito l’immobile) alla richiesta di parere di sanabilità si è giustamente sentito rispondere che l’immobile “non è sanabile” con conseguente emissione del provvedimento di revoca della Concessione Edilizia e ordine di sgombero e demolizione, del giugno 2004. Poi la trafila solita: l’ordinanza non viene rispettata per cui si trascrive l’immobile al patrimonio comunale, nel febbraio 2007, e, successivamente, si porta alla valutazione del Consiglio Comunale la proposta che l’edificio, piuttosto che demolito, venga mantenuto in vita, per via dei prevalenti interessi pubblici, dati dal fatto che è utilizzato dalla D.I.A.

    Senza entrare nei risvolti penali di tutta la vicenda, di cui peraltro non c’è menzione nella narrativa dell’atto deliberativo, va ricordato che generalmente  il “prevalente interesse pubblico” si configura in un’ utilizzazione posta a favore della “collettività indeterminata e senza fini di lucro”. Qualche perplessità si è manifestata nel corso dei lavori della Commissione sulla possibilità che il criterio, applicato nel caso della D.I.A e della Caserma dei Carabinieri, possa essere per il futuro applicato in modo estensivo. Peraltro, nel caso del fabbricato di Calamizzi, l’utilizzazione da parte della D.I.A era precedente alla decisione del Consiglio Comunale. Questo, alla fine, si è trovato quasi a “dover” prendere atto e a “dover” assumere per propria, verrebbe da dire “in sanatoria”, una decisione già determinata a monte e avallare un’ utilizzazione già da molto tempo “predestinata”. Fermo restando che, in ogni caso, di scelta libera del Consiglio si è trattato, nell’esercizio assoluto di sovranità.

    Nel corso della sua audizione l’ex Assessore Adornato, chiamato a esprimersi al riguardo, ha espresso riserve sul fatto che a supporto della delibera si sia fatto riferimento all’art.31 del DPR 380, piuttosto che l’articolo 38 che a suo avviso sarebbe stato più corretto applicare, in quanto com’è scritto già nel titolo, riguarda proprio “Opera realizzata in forza di permesso a costruire annullato” .Nel caso descritto, la Ditta avrebbe fatto affidamento sulla legittimità del proprio operato, ingenerata direttamente dall’autorità amministrativa. Salvo poi rivelarsi sbagliata

    Il 31 invece riguarda “Opera realizzata in assenza di permesso” che è tutta un’altra storia.

    Articoli diversi ma anche sanzioni diverse  Applicando l’articolo 38 l’alternativa secca sarebbe diventata tra demolizione e sanzione pecuniaria pari al valore venale dell’immobile. Nessuna possibilità di utilizzazione. Scegliendo come riferimento l’articolo 31, come si è fatto, l’alternativa è diventata: o demolizione o salvare il fabbricato.

    Insomma, probabilmente  il fabbricato di Calamizzi andava demolito a spese del responsabile. Il Comune lo ha salvato con una delibera. Ne ha tratto, complessivamente, convenienza?

    C’è ancora da aggiungere che per la gestione amministrativa-economica degli immobili, che ospitano la Caserma dei Carabinieri e la DIA, dopo la decisione del Consiglio Comunale, la palla è passata giustamente al Settore Patrimonio e Contratti. Solo che la Dirigente ci ha spiegato che “non è risultato possibile contrattualizzare in locazione il rapporto di occupazione in atto poiché i beni immobili acquisiti risultano sprovvisti delle certificazioni tecniche di agibilità ed abitabilità”.

    Alla fine, per metterci una toppa, l’ Ufficio Patrimonio ha definito con il Ministero dell’Interno, per il tramite della Prefettura, un verbale di conciliazione amministrativa che “tenga luogo del contratto di locazione, nelle more del medesimo”. Per quanto riguarda il rapporto di occupazione extra contrattuale dell’immobile, adibito a caserma dei carabinieri, il corrispettivo per il pregresso  è stato già definito ( euro 336.288,00 dal 1.12 2005 al 31.07.2008). Le somme sono state già incassate dal Comune. Per quanto riguarda il fabbricato che ospita la DIA le relative attività amministrative sono in itinere. Non si chiama affitto anche se “la somma è ragguagliata a un canone di locazione”.

     

    LA STRADA DELLA DELL’ EFFICIENZA E DELLA TRASPARENZA

    Dall’indagine sul settore urbanistica non emergono solo ombre e punti di debolezza ma anche alcuni significativi e incoraggianti punti di forza che la Commissione ritiene doveroso sottolineare.

    A fronte di una situazione insostenibile, nell’ultimo decennio si è cercato di rendere organico lo sforzo precedente di dare ordine al Settore, adottando misure rivolte a una maggiore efficienza e trasparenza. Accanto a tentativi andati clamorosamente a vuoto, di cui l’affidamento a professionisti esterni dell’istruzione delle pratiche di condono, con i suoi esiti fallimentari, è uno degli esempi più emblematici, vi sono stati indubbi, positivi risultati.

    Ad esempio, dai dati, risulta che la quasi totalità delle pratiche ( n° 6337) sono state definite a seguito di istruttoria , mentre quelle giunte a definizione per silenzio- assenso sono state un numero assai ridotto, complessivamente dieci (10).

     Il Dirigente di Pianificazione territoriale ed Urbanistica ha parlato dell’accelerazione impressa all’attività dell’Ufficio da quando si è insediato, rispetto al notevole arretrato esistente (circa 1500 pratiche edilizie vecchie, alcune di decenni) e dello sforzo di rendere l’attività più conforme al rispetto delle varie procedure.

    Ciò, anche, in adesione al DPR 380 del 2001, entrato in vigore proprio nel 2002, che prevede un contingentamento dei tempi preciso (circa 180 giorni per il parere). Un vantaggio, rispetto al passato, derivava dalla possibilità del Dirigente di doversi occupare solo dell’Assessorato all’Urbanistica e Pianificazione territoriale, a differenza della fase amministrativa precedente in cui l’incarico accorpava anche il settore Lavori Pubblici.

     L’esame delle pratiche, a quanto è stato possibile da noi accertare, viene trattata dagli uffici in ordine cronologico, per quanto riguarda l’istruzione, mentre per quanto riguarda il rilascio del provvedimento conclusivo, l’ordine cronologico non viene rispettato. Questo, ci è stato spiegato, è dovuto al grado di complessità della pratica, ai diversi tempi degli Enti terzi per il rilascio dei pareri di loro competenza o alla tempestività o meno delle ditte richiedenti ad integrare quanto richiesto dall’Ufficio. Certo per via di questa elasticità di tempi, restano aperti gli spazi per possibili, ostruzionistiche e ricattatorie “meline”, ma è francamente difficile, visto l’ambito specificamente tecnico, individuarle, se non attraverso un esame comparato e specialistico tra iter di pratiche similari.

    A proposito di provvedimenti finalizzati alla trasparenza, ne vanno evidenziati alcuni a cui ha dato impulso, notevole e lodevole, l’attuale dirigente, architetto Putortì.

    Dal 2004, tutti i provvedimenti emessi e le pratiche esaminate, vengono settimanalmente registrati, nel link attivato all’interno del sito Internet del Comune (www.comune.reggio-calabria.it link urbanistica).

    Nello stesso sito, oltre a poter verificare lo stato delle pratiche, è possibile accedere alle novità in tema di edilizia e pianificazione territoriale, ivi comprese le cartografie generali e tematiche.

    Un’altra iniziativa interessante è l’emissione della prima Guida ai Servizi erogati, che si è avvalsa anche dei suggerimenti scaturiti da questionari , resi in forma anonima agli utenti, che, in questo modo, hanno ispirato modifiche migliorative ai procedimenti adottati dall’Ufficio.

    La Carta dei Servizi, prevista da precise disposizioni legislative (legge 273 dell’11.07.1995) e adottata, opportunamente, dal Comune, può contribuire  man mano che se ne diffonde la conoscenza, a semplificare il rapporto tra l’Ufficio Urbanistica e gli utenti, riducendo in questi ultimi la sensazione di “smarrimento”, nel dedalo di regolamenti, uffici, orari, tempi e modalità procedimentali. La Carta viene ritenuta, da quanto la Commissione ha verificato negli incontri con gli Ordini, anche un valido strumento per i professionisti, in quanto fonte di informazione e di aggiornamento continuo. Un utile, seppur parziale, ausilio al proprio lavoro delicato di “interfaccia” tra uffici e cittadini.

     Certo si è ancora lontani da un modello perfettamente trasparente. I limiti e le contraddizioni, come si è visto, rimangono. Essi vanno “aggrediti” in modo più deciso, più coerente e corale. Però è giusto segnalare uno sforzo, non semplicemente di facciata, che peraltro non tutti i Comuni, pur trattandosi di obbligo di legge, sanno o vogliono produrre.

     

    MANCA UN FILTRO TRA DIRIGENTE E RESPONSABILI PROCEDIMENTO

    L’attuale potere di controllo del Dirigente sulla regolarità dell’istruzione delle pratiche è ancora troppo limitato. Egli firma “tutto quello che dall’Ufficio esce  per l’esterno” . Anche se, come abbiamo visto prima, ogni tanto qualcosa sfugge.

    Al fine di un maggiore controllo sui permessi di costruire, trattati dall’Ufficio Urbanistica, il Dirigente ha di recente disposto che essi vengano firmati in originale, oltre che dal responsabile procedimento, anche dal  tecnico istruttore. Questo non solo per una maggiore assunzione di responsabilità diretta ma anche per poter dare spiegazioni puntuali “dalla fonte”ogni qualvolta lo richiedano soggetti interessati tra cui la Procura della Repubblica.

    Per verificare, a posteriori, l’autenticità della sua firma sui permessi prodotti, usa l’accortezza di siglare il foglio davanti, accanto alla sigla dell’istruttore e del responsabile del procedimento usando tassativamente, anche per l’altra firma estesa, solo una  penna blu tratto 10, rigorosamente in originale, per poter individuare immediatamente un eventuale provvedimento falso.

    Nonostante tutte le accortezze, è evidente, però, che nel momento in cui il responsabile del procedimento, assumendosi tutta la responsabilità  anche di ordine penale, portasse sul tavolo del Dirigente un permesso alterato, poche o nulle diventerebbero le possibilità di accorgersene. Anche perché il numero di procedimenti trattati annualmente corrispondono a sei- settecento pratiche di edilizia privata, duemila pratiche di denuncia inizio attività, circa mille pratiche di vigilanza edilizia, circa sette – ottocento pratiche di ordinanze di pubbliche e private. Per non parlare delle circa trentamila pratiche di condono.

    Già da tempo, il Dirigente ha segnalato, anche come punto di criticità per i controlli, il limite strutturale dovuto all’organizzazione burocratica del Comune che non è di tipo piramidale, come lo è ad esempio la struttura regionale, dove si parte dagli uffici e salendo si arriva ai servizi, settori, dipartimento, capo dipartimento. La nostra struttura, per dirla con l’ architetto Putortì, è “piatta” nel senso che ci sono unità organizzative di terzo livello che non stanno sotto quelle di secondo, ma sono su un piano parallelo d’ entrambe le unità e fanno poi capo ad un’unica persona di riferimento, cioè il dirigente. Questi, oltre alla responsabilità di firmare tutto quello che esce all’esterno, deve vistare ferie, malattie e quant’altro riguarda tutti i dipendenti.

    Una misura, che potrebbe essere studiata ed adottata dall’Amministrazione, sarebbe quella di istituire una figura di vice-dirigente, con il compito di fare non solo da filtro  ma di svolgere un ruolo propulsivo per le procedure urbanistiche. Questo dovrebbe preferibilmente essere esperto di diritto amministrativo urbanistico, di area amministrativa e non tecnica in modo da curare efficacemente il monitoraggio delle Procedure urbanistiche e il ricorso intensivo e ordinario allo sportello unico dell’’edilizia privata.

     

    CREAZIONE DELLO SPORTELLO UNICO PER L’EDILIZIA PRIVATA

    La Commissione ha potuto verificare, nel corso delle audizioni, la forte richiesta che viene, sia dagli ordini professionali sia dai privati, per la creazione, in tempi rapidi,  presso l’Ufficio Urbanistica dello sportello unico anche per l’edilizia privata. Questo è ritenuto uno strumento utile non solo a snellire l’iter amministrativo dei procedimenti, a cominciare da quelli pendenti, ma anche ad evitare attese snervanti di istruttoria e di pareri, sovrabbondanza di documentazione, vie crucis del privato o dei suoi tecnici da ufficio ad ufficio, da Ente ad Ente, con i conseguenti  sospetti di “palliamenti” e di “imbrogli”. Insomma, un aiuto forte alla trasparenza.

    Lo sportello unico per l’edilizia è, peraltro, previsto e normato espressamente dalla legge, nello specifico, dall’art. 5 del  DPR 380/01.

    In esso viene affermato, tra l’altro, che le Amministrazioni Comunali, nell’ambito della propria autonomia organizzativa, provvedono a costituire un ufficio denominato sportello unico per l’edilizia, che cura tutti i rapporti fra il privato, l’amministrazione e, ove occorra, le altre Amministrazioni, tenute a pronunciarsi in ordine all’intervento edilizio, oggetto della richiesta di permesso o di denuncia di inizio attività.

    Tale Ufficio dovrà provvedere, in particolare, alla ricezione di ogni domanda e atto in materia di attività edilizia, a fornire informazioni sulle materie trattate, consentendo, a chi vi abbia interesse, l’accesso gratuito, anche in via telematica, alle informazioni sugli adempimenti necessari, per lo svolgimento delle procedure previste, nonché a tutte le possibili informazioni utili disponibili. L’ufficio curerà, infine, gli incombenti (atti istruttori) necessari ai fini dell’acquisizione, anche mediante conferenza di servizi, ai sensi degli articoli 14, 14-bis, 14-ter, 14-quater della legge 7 agosto 1990, n. 241, degli atti di assenso, comunque denominati, necessari ai fini della realizzazione dell’intervento edilizio.

    Si tratta dunque, per il Comune di Reggio Calabria, di dotarsi di questo strumento prima possibile. Ciò, naturalmente, non deve in alcun modo significare superficialità e approssimazione nella valutazione delle pratiche che devono essere sottoposte ad un esame preventivo accurato e rigoroso da parte dei vari Enti, prima di ogni parere. Attraverso questa procedura sarà possibile anche superare le attuali deficienze del sistema di controllo di competenza regionale.

     Va tenuto conto che, allo stato attuale, l’esame della procedura, utile alla definizione del rilascio per Nulla Osta Paesaggistico Ambientale (BB.AA), richiede una istruttoria complicata (documentazione a iosa, trafile e quant’altro), considerato che la competenza è stata in passato, dell’Amministrazione  Provinciale ed oggi  è della Regione Calabria.

    Abbiamo visto come molto spesso le lungaggini e l’esasperazione possono favorire tentazioni illegali  e la ricerca di scorciatoie. Anche qui, con tutte le cautele, lo sportello unico potrebbe risolvere il problema e accorciare i tempi.

     

    INFORMATIZZAZIONE E OGGETTIVITA’ DEI CRITERI VALUTATIVI

    Per quanto riguarda l’attività di Urbanistica, rispetto ai progetti presentati da privati, la verifica, con gli attuali strumenti. riguarda essenzialmente la destinazione urbanistica rispetto al Piano Regolatore Generale e  la conformità del progetto edilizio rispetto a quella destinazione d’origine. Nel corso dei lavori della Commissione è stata sottolineata, da più parti, l’antistoricità di questo tipo di attività di verifica e il forte ritardo sulla strada, che altre città hanno da tempo imboccato, dell’ indispensabile modernizzazione. Si impone ormai l’’esigenza di valutazioni più complesse sia dal punto di vista  delle definizioni del progetto e del contesto entro cui si va a collocare, sia sotto l’aspetto della partecipazione che la moderna urbanistica propone e in qualche misura impone. Il Comune di Reggio oltre ad essere tra i pochi Comuni di una certa entità ad avere un Piano Regolatore superato si avvale ancora di una verifica strumentale e tecnica del tutto inappropriata ed esposta a consistenti margini di errore. I professionisti ascoltati ci hanno spiegato come, ancora nel 2009,  da noi si ragiona con il “lucido”, con cartografie e sovrapposizioni che non hanno a volte le coordinate giuste. Queste condizioni di approssimazione possono consentire eventuali  “giochi” di valutazione. Si possono sfalsare le destinazioni o i confini, c’è un margine di incertezza che determina errori anche di dieci o venti metri e anche possibili alterazioni più sostanziali che possono sconfinare nel campo dell’illegalità.

    Tutto questo, presto, dovremmo lasciarcelo alle spalle. E’ in via di definizione, attraverso l’implementazione, con dati e informazioni, il Sistema Conoscitivo messo a punto e realizzato dall’Università per il Piano Strutturale Comunale( PSC). Questo moderno strumento di monitoraggio dovrebbe colmare le enormi, obiettive carenze di conoscenza su ciò che avviene sul territorio e affinare le tecniche poste alla base del progetto e dell’intervento. Una maggiore conoscenza aiuterà l’Amministrazione e gli Uffici dell’Urbanistica a svolgere con maggiori facilità e tutela le funzioni assegnate. Sarà possibile, grazie a  questi moderni sistemi informativi, individuare i più efficaci approcci e strumenti che rendano adeguata la conoscenza di base e un monitoraggio puntuale di tutta l’attività.

    Il nuovo PSC e la digitalizzazione renderanno più semplice, preciso, automatico e trasparente anche il sistema di verifica e di controllo. Volendo si potrà operare una puntuale ricognizione su quanto è già stato realizzato. Ne dovremmo vedere delle belle! Il vero problema sta proprio in questo: verificare se tante costruzioni edificate fossero edificabili e, naturalmente, impedire che tante costruzioni inedificabili vengano edificate.

    Un’altra necessità individuata è quella di adottare sistemi più adeguati e criteri oggettivi per quanto riguarda la qualità del progetto dal punto di vista architettonico, dell’ornato, dell’estetica, dei materiali,  dell’integrazione  rispetto ai tratti identitari dei luoghi e della proiezione urbana. Una volta c’era la Commissione edilizia che se ne occupava, poi è stata tolta: senza  che sia rimasto alcun rimpianto, visti i suoi noti limiti (su cui non è il caso di soffermarsi). Non sono stati, in sostituzione, però, adottate procedure che garantissero l’oggettività. “Tutto ancora oggi – ci ha detto un professionista ascoltato in Commissione per altre vicende-  è rimesso alla valutazione del singolo funzionario chiamato a giudicare se il progetto è bello o è brutto, sulla base del suo gusto estetico, e della sua personale, non sempre eccellente, cultura urbanistico- ambientale”. A tale proposito ha raccontato un episodio emblematico, vissuto direttamente, in cui sono stati adottati due pesi e due misure per interventi analoghi.

    Occorrerebbe, invece, fissare criteri valutativi oggettivi a cui il funzionario istruttore debba attenersi., togliendo spazio all’arbitrarietà. “Questo – ha suggerito il professionista summenzionato- deve valere a partire dalle piccole cose. Per esempio stabilire criteri univoci per le terrazze, per i tetti. Tutto il possibile deve essere codificato, il cittadino non deve aspettare di vedere se il funzionario è d’accordo o non è d’accordo, perchè questo si deve attenere a dei criteri scelti dall’Amministrazione. Altrimenti diventerebbe un fatto soggettivo, personale”.

    Restringere il margine di discrezionalità significa evitare anche che la cattiva burocrazia, se ci fosse o si volesse infiltrare, possa ritagliarsi un ruolo ( per esempio:” devi fare così, altrimenti il progetto te lo boccio”). Se si fissano criteri certi, ognuno deve risponderne, assumendosi la responsabilità delle proprie azioni. Per dirla con il Presidente dell’Ordine degli Ingegneri, Cirianni, “ quanto più un procedimento è standardizzato, la procedura è più lineare e, quindi, lo stesso è più trasparente”.

    Una proposta che è venuta fuori nel corso delle audizioni della Commissione è che venga istituito presso l’ufficio urbanistica un gruppo di valutazione rispondente allo scopo della collegialità e della competenza. Qualcuno ha parlato più espressamente di una Commissione della Qualità che supporti, con un parere autorevole e qualificato, le valutazioni dei funzionari, soprattutto per progetti complessi. Pensiamoci.

     

    LE PRATICHE “SMARRITE” E LA MODERNIZZAZIONE DELL’

    ARCHIVIO

    In molte denunce pervenute e anche in molte audizioni è stato lamentato il problema delle pratiche smarrite o che banalmente “non si trovano”. Questo micro fenomeno, oltre a provocare disfunzioni e ritardi, apre le spire al sospetto, ai nervosismi e può essere, nei casi di malafede dei funzionari, uno degli strumenti per dilazionare, fare ostruzionismo, tenere in sospeso in mancanza di disponibilità dell’utente che faccia  “tornare la memoria” e ritrovare le pratiche.

    Sotto questo profilo il racconto fatto in Commissione da un apprezzato professionista, nel quadro di una denuncia di cui rendiamo conto in altra parte della relazione, è significativo.

    Recatosi più volte all’Ufficio Urbanistica per prendere visione di una pratica di suo diretto interesse, si sarebbe sentito sempre rispondere, dal funzionario a cui l’avevano indirizzato:”in archivio non troviamo niente”  Un giorno assiste alla scena un maresciallo dei carabinieri, conoscente del cittadino richiedente. Basta la sua domanda: “come è mai possibile che non si trova? “perchè “da sotto una cartella rossa sul suo tavolo” il funzionario tiri fuori la pratica “introvabile”, improvvisamente ritrovata.

    Circa due anni fa, a seguito di un apposito appalto di servizio, è stata in qualche modo completata la sistemazione degli Archivi del Settore che custodiscono pratiche importanti, soprattutto in caso di contenzioso e attività giudiziaria. E’ un primo passo ma insufficiente.

    L’attività dell’Amministrazione Urbanistica e il monitoraggio dell’edificazione nel territorio comunale devono trovare nell’ordinata organizzazione degli Atti cartacei, e nella loro progressiva computerizzazione, uno strumento operativo di gestione, supporto e tutela.

    L’attuale livello di organizzazione, computerizzazione, gestione e richiamo dei permessi urbanistici è ancora ad uno stadio troppo iniziale e potrebbe essere meglio organizzata e integrata in tempi i più brevi possibili con un rigoroso capitolo di caratteristiche.

    Per fare questo sarà necessario acquisire in tempi brevi ulteriori conoscenze e svolgere veloci accessi presso l’archivio dei permessi urbanistici.

    Per fare un esempio, attualmente l’archivio è sostanzialmente accessibile solo con il nome dell’originario richiedente del primo permesso. E’ questo un sistema di accesso inadeguato per una città grande e moderna come Reggio Calabria. Molte volte risalire alla pratica diventa impossibile. Invece occorrerebbe rendere più completa la ricerca  e nello stesso tempo registrare puntualmente tutti gli aggiornamenti inerenti le singole pratiche. Ciò è attuabile rendendo il grande patrimonio degli atti dei permessi urbanistici accessibili, oltre che attraverso i dati nominativi delle persone fisiche e giuridiche, anche con dati sia catastali (sezione; foglio; particella; subalterno) che toponomastici (località abitata; strada; isolato ( nel caso ad esempio di edifici della Ricostruzione); numero civico; codice di avviamento postale; interno; piano). 

    E’ necessario, in sostanza, che presto il grande patrimonio di Atti sia consultabile con modi di accesso univoco.

    Non è assolutamente utopico, infine, prospettare una sorta di certificato storico dell’edificio, in cui vengano annotate tutte le variazioni e i provvedimenti successivi, compresi quelli procedurali attinenti il penale.

     

    LA ROTAZIONE DEL PERSONALE E DEGLI INCARICHI

    Da un’ approfondimento oculato, relativo al personale dipendente impiegato nel Settore Urbanistica e Pianificazione  del Territorio, è balzato evidente come vi siano notevoli quote di lunga permanenza e poca mobilità. Stesso discorso vale per il Settore Lavori Pubblici.

    Ci sono, nel primo settore, funzionari addirittura con trent’anni di servizio, una quindicina  presenti nell’ufficio tra l’’80 e l’’87, una ventina negli anni novanta, l’ altra metà negli anni duemila. Molti sono diventate, da lungo tempo, “le facce” sempre dello stesso ufficio, al cospetto dell’utenza, fino, quasi, a fondersi ed essere confusi, in una personalizzazione del ruolo, con il ruolo.

     Nel corso della sua audizione in Commissione, il Sindaco ha ribadito la decisione dell’Amministrazione di procedere, quanto prima, alla rotazione relativa al personale dei settori urbanistica e lavori pubblici. Questa decisione è stata motivata dalla necessità di rimuovere determinate incrostazioni,  o magari solo “pigrizie”, dovute anche alla lunghissima permanenza negli stessi uffici con gli stessi compiti, ma anche dall’obiettivo di farla diventare un’operazione di routine per tutti.

    Sull’argomento è giusto ricordare che vi era stato anche un ordine del giorno ( il n.21) approvato in Consiglio Comunale, il 28 novembre 2008, quando però in aula erano presenti solo consiglieri di maggioranza. L’ordine del giorno collega la proposta consiliare, in quell’occasione approvata, alla relazione del Sindaco in merito all’ istituzione della Commissione d’Indagine e alla volontà di “rendere l’operato dell’Amministrazione sempre più trasparente ed efficiente”. Va detto, a scanso di ogni equivoco, che l’iniziativa adottata in Consiglio  fa riferimento ad una riflessione e a una decisione autonoma dei consiglieri promotori e votanti, totalmente sganciata dal percorso e dalle valutazioni che la Commissione d’Indagine in questi mesi ha portato avanti.

    Va registrato che i consiglieri di opposizione, assenti dall’aula e non coinvolti nella proposta, in una successiva presa di posizione pubblica, pur non dicendosi come principio  contrari alla rotazione del personale, peraltro prevista per legge, hanno posto l’esigenza di stabilire dei criteri e dei paletti precisi  per evitare che l’operazione sia ambigua, discriminatoria e inefficace.

    La rotazione all’interno degli uffici e dei settori più esposti dovrebbe essere un fatto normale. Per esempio il Comandante dei Vigili , Alfredo Priolo, raccontava in Commissione come, da quando nel 2002, ha assunto il Comando del Corpo abbia fatto ruotare di continuo il nucleo che costituisce la vigilanza edilizia. In sei anni tre ufficiali e circa quindici, forse anche venti, agenti. In una città in cui “ci conosciamo tutti” cambiare può essere salutale e utile alla tutela dei cittadini e dello stesso personale. Tra l’altro, nell’ultimo periodo, attraverso l’assegnazione al nucleo di vigilanza di personale assunto nel ’95 e nel ’98, si è segnata una rottura rispetto ai “rapporti storici” tra agenti più stagionati  e la vigilanza edilizia dell’ l’Urbanistica.

    C’è da dire che, in merito alla rotazione, la Commissione, nel corso delle audizioni e dei contatti, ha registrato anche dubbi e perplessità. Alcuni ordini professionali ci hanno invitato a tenere in considerazione che molti funzionari costituiscono un bene prezioso in termini di esperienza e preparazione per cui non andrebbero cambiati di settore o d’incarico. Occorrerebbe, piuttosto rafforzare la dotazione d’organico e il sistema degli incentivi. In molti hanno suggerito un “passaggio non traumatico”, attraverso una fase di “affiancamento” di nuovo personale accanto a quello già impegnato.

    Lo stesso assessore all’Urbanistica, Porcino, ha confermato che il problema è all’attenzione dell’Amministrazione, tuttavia bisogna procedere con cautela in quanto il personale in servizio al settore Urbanistica, svolge quella tipologia di attività da moltissimi anni e tale presupposto è fonte di professionalità.

    Dai dirigenti dei settori interessati non c’è resistenza ma certamente c’è estrema prudenza. Dal dirigente di Urbanistica parte l’invito a tener conto degli inevitabili contraccolpi  in una fase iniziale sull’attività degli uffici. Mentre il dirigente dei Lavori Pubblici fa notare come l’esperienza acquisita, nell’ambito di un’ attività, è un elemento vantaggioso, per esprimere funzionalità ed efficienza, anche se alcuni funzionari dovrebbero ritornare un po’ più in basso.

     Molte perplessità, invece, tra i dipendenti, soprattutto per il fatto che tale operazione corrisponda, o possa apparire, una loro “criminalizzazione”

    In realtà, la rotazione del personale, se concertata a tutti i livelli ed effettuata sulla base di obbiettivi mirati, rispondenti all’interesse generale, e di criteri  condivisi, caratterizzati di imparzialità, correttezza, trasparenza, rispetto e garanzie delle persone e delle professionalità, può rappresentare un contributo importante al necessario miglioramento dell’efficacia dell’azione amministrativa e della messa a punto della macchina burocratica, concorrendo a dare riconoscimenti e, nel contempo, a ridurre corrosive incrostazioni, lassismo o consolidate rendite di posizioni. Potrebbe inoltre favorire una ventata di freschezza e di dinamismo, offrendo nuove opportunità motivazionali e di realizzazione professionale per il personale.

    La rotazione non può limitarsi ad alcuni funzionari e ad alcuni settori ma deve, innanzitutto, riguardare  tutta la struttura burocratica compresi i Dirigenti di Settore.

    In un criterio di gradualità, all’interno di un programma complessivo, partire dalla rotazione fra i tre settori tecnici similari Urbanistica, Lavori Pubblici, Patrimonio potrebbe essere una  opzione condivisibile.

     

    L’AGGRESSIONE E LA TUTELA DEL CENTRO STORICO

    Uno dei problemi emersi dalle audizioni degli ordini professionali, dei tecnici dell’Amministrazione, dell’Assessore all’Urbanistica, ma soprattutto da tante denunce e segnalazioni  di cittadini, è dato dalla difficoltà a tutelare, adeguatamente, il Centro Storico e la maglia urbana nata dalla Ricostruzione (ma che fa riferimento alla città storica precedente).

    Negli ultimi decenni, si sono moltiplicati gli interventi scriteriati di un abusivismo  speculativo o, in molti casi, semplicemente di “comodità”, che hanno portato alla realizzazione, in pieno centro, di sopraelevazione di attici, chiusura di balconi e sostituzione, esteticamente peggiorativa, dei materiali delle finestre, pitturazione con colori “pugno nell’occhio” o eliminazione dei fregi caratteristici, con conseguente trasformazione delle facciate, superfetazioni di ogni genere, che hanno prodotto indecorose ferite e brutture.

    Accanto a questo, si è assistito, addirittura, al venir fuori di costruzioni a cinque,sei piani, al posto di quelli di altezza contenuta, che hanno determinato, e determinano ogni giorno di più, la rottura di un  quadro d’insieme e la lettura armonica del “cuore” urbano, compromettendo anche in tanti casi il rapporto di alto valore paesaggistico tra la città e lo Stretto.

    Questo secondo processo si è verificato a causa, soprattutto, dell’ inadeguatezza delle norme attuali di Piano ad impedire lo scempio.

    Il PRG, attualmente in vigore, consente, infatti, oggi, anche in queste aree ( se si eccettua una risicata porzione) di demolire e ricostruire, cambiando a piacimento la tipologia dell’edificio e andando su, in altezza, con l’aumento consentito del 20%.

    A cento anni del terremoto e nel momento in cui si lancia un nuovo ambizioso progetto di Città Metropolitana, che non può non partire dall’identità, si pone la necessità di riconsiderare, salvaguardare e valorizzare gli elementi di invidiata qualità architettonica ed edilizia  su cui si basò la Ricostruzione, oggi riproposti in modo poderoso dalla cultura urbanistica. Oltre a potenziare la vigilanza e la lotta all’abusivismo, va  messo stabile freno a quegli interventi  che, se pure fatti all’ombra delle norme edilizie, provocano, però, l’alterazione e lo snaturamento speculativo di un pezzo di città, di particolare pregio, che è la Città storica.

    I palazzi del Corso Garibaldi, con la caratterizzazione del liberty, le abitazioni poste lungo  le vie parallele, gli isolati nati da interventi di  illuminati architetti e ingegneri, come quelli tra la via De Nava e Tremulini, così segnati, soprattutto  nel periodo  tra il 1923 e il 1925, dalla sapienza urbana della ricostruzione, rappresentano un valore storico, architettonico e urbanistico della Città, di inestimabile, spesso non conosciuto,  valore.  Questo patrimonio, che ha riguardato circa 420 isolati urbani,  è ulteriormente arricchito da edifici pubblici e dalla stessa articolazione degli spazi, con l’ampiezza delle strade , la sequenza delle piazze, le coorti. Frutto di sperimentazione di nuovi modelli urbanistici ma anche di materiali e tecniche antisismiche all’avanguardia.

    Per un clamoroso errore di “distrazione amministrativa” – su cui non è certo compito di questa Commissione, a tanti anni di distanza, indagare ( scusate la battuta) – solo una parte risicata ( 115 edifici su 420) di questo patrimonio è stato incluso nella zona A che dovrebbe connotare il “cos’è” del Centro Storico.

    Alcune misure decise dall’attuale Amministrazione, di cui il Dirigente Putortì ci ha parlato a lungo nel corso della sua audizione, sono andati certamente in direzione del mettere ordine e regole di riferimento. Altri ci hanno parlato positivamente delle nuove linee guida stabilite per quanto riguarda le terrazze del centro, che prevedono la  creazione di giardini d’inverno, di gazebo ordinati, in strutture leggere e materiali adeguati, in grado di migliorare l’impatto visivo e cancellare per il futuro  l’idea della terrazza come ricettacolo.

    Serve però , e su questo c’è una tensione unanime,qualcosa di più e di più profondo.

    Da qui la proposta, che sottoponiamo al Consiglio, di una estensione dell’ambito del Centro Storico e della Zona A, quale zona di sola riqualificazione, guardando al perimetro della città della Ricostruzione. La Zona A e, quindi, l’Estensione del Centro Storico dovranno essere ampliati, con Variante al PRG, fino al comprendere tutti gli Isolati del Piano De Nava ed eventualmente, con il supporto di uno studio specifico, la parte nevralgica del cento città, delimitato dai due torrenti e dalla via Reggio Campi.

    Con grande urgenza dovranno essere modificate tutte le Norme che permettono la demolizione dell’edilizia esistente nel Centro Storico. In caso di edifici in condizioni statiche a rischio, dovrà essere fatto un accertamento preventivo, serio e rigoroso, sullo stato di fatto prima di autorizzare l’eventuale demolizione e la ricostruzione dovrà essere fedele al pre-esistente.

     Andrebbe, nel contempo, eliminata ogni deroga discrezionale che come la Commissione ha potuto verificare, approfondendo alcuni casi portati alla sua attenzione, è fonte di controverse interpretazioni e di possibili discriminazioni.

    Occorre invece favorire, con apposite politiche e finanziamenti, la  riqualificazione del patrimonio storico, sia attraverso la conservazione e il recupero dei segni architettonici originari, sia attraverso la valorizzazione e il miglioramento dell’efficienza energetica.

    Su questo, il Consiglio Comunale deve sentirsi direttamente coinvolto;

     

    COLLINA DI PENTIMELE

    L’Associazione ambientalista Legambiente ha presentato, alla Commissione di Indagine, un dettagliato documento-esposto, in cui vengono segnalati alcuni casi precisi che, a parere dell’Associazione, “lasciano non pochi dubbi sulla correttezza degli iter autorizzativi e/o sui controlli effettuati o da effettuare successivamente”.

    In particolare, vengono elencati una serie di “interventi a dir poco sconcertanti, alcuni dei quali particolarmente appariscenti, che stanno, forse irrimediabilmente, deturpando sotto gli occhi di tutti la Collina di Pentimele,.un patrimonio unico di straordinario valore paesaggistico – ambientale e potenziale economico di sviluppo turistico ecocompatibile”.

    Segnalazioni allarmate in tal senso sono pervenute alla Commissione da parte di altri cittadini, uno dei quali ascoltato per altre vicende.

    Nel merito la Commissione ha operato gli accertamenti (documentali e, attraverso sopralluogo dell’ufficio vigilanza di Urbanistica).

    Innanzitutto è stato possibile rilevare uno sbancamento di proporzioni notevoli, ben visibile dalla Superstrada, segnalato, oltre che da Legambiente, da diversi cittadini che lo avevano attribuito a interventi speculativi di privati.

    Si è potuto accertare che gli sbancamenti fanno riferimento, in realtà, ai lavori di realizzazione del sistema idrico del Menta, in particolare delle opere a valle, finalizzate alla rete di trasporto dell’acqua verso la città. Si tratta di un’opera, della Regione Calabria e di Sorical, regolarmente autorizzata.

    La Commissione ha, però, accertato una grave anomalia in fase di realizzazione dell’Opera. Infatti le strade, che ex novo vengono aperte, scavando nella Collina, per il passaggio dei mezzi, risultano “fuori progetto” e non hanno avuto il parere favorevole del Comune di Reggio.

    C’è agli atti la lettera( del 03.03.2009) con cui il dirigente di Urbanistica  muove questo preciso rilievo alla Regione e alla Sorical, ricordando che il parere favorevole del Comune era stato dato solo per la rete idrica e per l’aspetto urbanistico. Per quanto riguarda la viabilità da realizzare, si evidenzia che esse non risultano contemplate dalla progettazione di che trattasi. Tant’è che la relazione tecnica allegata al progetto definitivo, cita alla pagina 8: “per l’accesso alle opere, anche nel corso dei lavori, potranno essere utilizzate piste già esistenti o da regolarizzare”. Da ulteriori informazioni acquisite, la Commissione ha potuto verificare che, in realtà le strade realizzate, per conto della Sorical, sono state regolarmente autorizzate in conferenza Stato-Regione. La Commissione ritiene che l’Amministrazione Comunale debba vigilare sull’opera, con particolare riferimento agli impatti e al rispetto delle prescrizioni ambientali. Una di queste prescrizioni, contenuta al punto 15 dell’allegato del progetto, stabilisce che lo stesso”dovrà sviluppare lo studio di un’alternativa di tracciato per l’attraversamento della zona della Collina di Pentimele che non interferisca con i SIC e con le aree di potenziale instabilità geomorfologica” .

    Passiamo ai privati.

    Che gli appetiti rispetto alla collina di Pentimele siano sempre accesi lo dimostrano alcune vicende riscontrate nel corso dei nostri lavori.

    Nell’aprile di quest’anno, a seguito di un sopralluogo, è stata accertata la costruzione abusiva da parte di tre privati (due proprietari, l’altro  affittuario dell’area) una fondazione già predisposta per la successiva realizzazione di una volumetria, in contrada Lupardini, all’interno della Collina, per una superficie, assai ragguardevole, di 800 mq. L’ordinanza di sgombero e demolizione emanata è stata impugnata al TAR che, però, ha rigettato il ricorso. Nonostante ciò non è stata rispettata. L’ Amministrazione si è impegnata a procedere alla demolizione coatta ma ciò non è avvenuto. Intanto in questi giorni una tegola si è abbattuta su quanti puntano alla valorizzazione della Collina di Pentimele. Il TAR Regionale, sezione staccata di Reggio Calabria, si è espresso su un ricorso di  privati accogliendo, con una sentenza depositata in segreteria il 7 aprile scorso, la richiesta di annullamento , previa sospensione dell’efficacia, della delibera del Consiglio Comunale n. 19 del 30.06.2008 recante titolo: “inserimento nel piano strategico dei progetti individuati nel concorso internazionale di idee Parco urbano Collina di Pentimele”. La motivazione: “in sede di approvazione del PSU da parte della Giunta i progetti in questione non sono stati inclusi nel Piano” Quindi sarebbe “venuto meno il motivo del contendere”.E’ una decisione che lascia assolutamente perplessi non foss’altro perchè fa riferimento al PSU, che è il Piano di Sviluppo Urbano, che è cosa diversa dal Piano Strategico, entro cui su richiesta del Consiglio i progetti dovrebbero essere inseriti. Tocca all’Amministrazione in sede legale e amministrativa passare al contrattacco in modo energico, carte alla mano.

    Intanto un’altra pratica similare è all’attenzione del TAR e dovrebbe andare, quanto prima, in decisione e riguarda una porzione limitrofa di terreno anche questa interessata ad un progetto non assentito, su cui c’è l’attenzione dell’ Amministrazione. Farà la stessa fine?

    La Commissione ha preso in esame anche la comunicazione di legali di uno studio cittadino, relativo a istanza di permesso in sanatoria, avanzata da una loro assistita, per la costruzione di un capannone, con struttura portante in acciaio, da adibire a vivaio, in un’area della Collina di Pentimele.

    Nell’esposto , in particolare, si sottopone all’attenzione della Commissione di Indagine (che si ritiene presieduta dal Presidente del Consiglio, Chizzoniti, al quale l’esposto viene indirizzato) “l’inerzia ingiustificata della Pubblica Amministrazione” che ha già spinto la loro assistita a ricorrere alla diffida stragiudiziale per ottenere il permesso in sanatoria richiesto. La cittadina, di cui lo studio legale perora la causa, oltre a sentirsi danneggiata, individua evidentemente qualcosa di anomalo nell’atteggiamento dei funzionari di urbanistica. Da qui la richiesta di spiegazioni e di tutela rivolte alla Commissione.

    Grazie anche alle puntuali e dettagliate informazioni acquisite all’Ufficio Urbanistica è stato possibile ricostruire anche questa vicenda.

    Si è appreso, intanto, che a seguito di un sopralluogo per la verifica della legittimità della costruzione  del capannone (12.02.07) è stato verificato che questo era abusivo, “in assenza di qualunque titolo abilitativo”. E’ stata, pertanto, emessa ordinanza di demolizione( 13.03.2007). A questo punto la ditta in oggetto ha presentato(in data 26.04.2007) un progetto in sanatoria. Però, a parte ogni altra considerazione,l’area, sulla quale è stato realizzato il capannone, ricade pienamente nel perimetro di quello che il Consiglio Comunale, per volere unanime, interpretando il volere della collettività, ha destinato, con delibera, ad essere il futuro Parco Urbano. Pertanto solo il massimo organo elettivo potrebbe rivedere una sua decisione. E’ quanto fa osservare il RUP che incanala la pratica in tal senso. Lo stesso Dirigente sottolinea in modo efficace come “approvando il Piano Urban è stata implicitamente approvata la tutela e la salvaguardia della stessa collina da ogni forma di edificazione(questa circostanza è riportata anche sul certificato di esistenza dei vincoli)”.

    Nell’ esposto, portato all’attenzione della Commissione dallo studio legale associato, si contestava anche la mancata trasmissione, ritenuta ingiustificata, della pratica al Consiglio per la trattazione.

    E’ stato accertato che effettivamente la pratica ancora si trova presso gli Uffici di Urbanistica. Questo però è dovuto al fatto che la ditta non ha ancora prodotto, per come previsto dal regolamento comunale e dal testo unico, gli atti di proprietà richiesti(se non quelli riferiti solo ad una parte).

    Del resto, il TAR esprimendosi in merito al ricorso avverso “il lungo periodo temporale trascorso “ per l’esame del Consiglio, lo ha rigettato ritenendolo inammissibile.

    Nell’esposto, lo studio legale fa osservare che “la proposizione della pratica davanti al Consiglio Comunale non avrebbe alcun senso, essendo trascorsi oltre cinque anni dalla data della sua emanazione(1998). La delibera avrebbe perso ogni efficacia non essendo mai stato approvato il piano esecutivo”.

    La Commissione approfondendo la questione, ha avuto modo di verificare l’improponibilità di tale assunto. Non solo perchè l’atto deliberativo in sé mantiene, a distanza di tempo una sua validità, ma anche perchè tale atto è stato rafforzato da una serie di decisioni e azioni amministrative successive, assolutamente unidirezionali. Questo il quadro:

    il Consiglio Comunale, con deliberazione n.32 del 26 giugno 1998, ha individuato la  perimetrazione dell’area, quale atto indispensabile per espletamento di un “Concorso Internazionale di idee per la progettazione del Parco Urbano della Collina di Pentimele”, precedentemente deciso all’interno della delibera del CC n° 89 del 30.10.1995.

    Successivamente la Giunta Municipale, attraverso deliberazione n. 429 dell’11.8.1999 e successive modificazioni ed integrazioni,  ha effettivamente bandito il concorso internazionale di idee per la progettazione del “Parco Urbano della Collina di Pentimele”. A questo hanno risposto ben 17 gruppi di progettisti e, alla conclusione dei lavori nel novembre 2001, è stato individuato un progetto vincitore;

    Nel contesto della successiva delibera n° 34 del 10.4.2002, il Consiglio Comunale ha ribadito che “è opportuno salvaguardare la scelta dell’Amministrazione Comunale di realizzazione del Parco Urbano della Collina di Pentimele”;

    nel Programma di Sviluppo Urbano( le cui linee di indirizzo sono state approvate dal Consiglio Comunale, con delibera n° 28 del 10.aprile 2002, sono stati inseriti diversi interventi-stralcio concernenti il progetto vincitore del Concorso perché potessero beneficiare dei finanziamenti comunitari del POR-ASSE CITTA’;

    nel frattempo,con decreto 5 luglio 2007 del Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, la Collina di Pentimele è stata inserita tra i siti di importanza comunitaria per la regione biogeografia mediterranea in Italia, individuati ai sensi dell’art.4, paragrafo 2 della direttiva 92/43/CEE, in quanto ospitano tipi di habitat naturale prioritari o di specie prioritarie;

    a seguito della delibera del Consiglio Comunale n° 3 del 10.3.2004, in data 24 giugno 2005, il Comune di Reggio Calabria ha formalizzato l’acquisto dal Ministero della Difesa  dell’area militare della  Collina di Pentimele (denominata “ex deposito munizioni Pellizzari”) comprendente il grande complesso del Forte e i due piccoli corpi di fabbrica limitrofi, nonché  il vasto territorio naturale circostante, per una superficie fondiaria complessiva di mq 170.807;

    Infine, su mandato unanime del Consiglio Comunale – deliberazione n. 19 del giugno 2008– che ha ribadito il valore strategico della Collina per lo sviluppo sostenibile della città – l’indirizzo di inserimento,da parte dell’Amministrazione, dei progetti di valorizzazione all’interno della proposta di Piano Strategico di Reggio Calabria. Sarebbe grave se il Comune ancora una volta si fosse lasciato sfuggire l’opportunità di finanziare tali interventi con le risorse del POR,  destinate ai Progetti Integrati di Sviluppo Urbano (PISU).

     

     

     

    VARIANTE DI SALVAGUARDIA ATTO INDISPENSABILE

    Da queste vicende, che presentano, dopo gli ultimi avvenimenti, aspetti nebulosi, è possibile trarre un’indicazione di percorso che la Commissione pone all’attenzione del Consiglio.

     Mentre occorre andare avanti nel progetto di recupero e valorizzazione della Collina, attraverso la creazione dell’agognato Parco Urbano, va rafforzato l’impegno per bloccare i tentativi di speculazione, sempre incombenti e, allo stato attuale, difficilmente contenibili. Va inoltre impedito che, tradendo i deliberati del Consiglio Comunale, si creino scorciatoie privilegiate per progetti, frutto di accordi lobbistici, al di fuori del controllo sociale.

    Non è solo una questione di vigilanza rispetto all’abusivismo ma di rafforzare la tutela amministrativa. La posizione del Comune in sede di tribunale amministrativo, è andata incontro – come abbiamo visto – a pronunciamenti contraddittori, alcuni dei quali hanno aperto la strada a interventi assai discutibili nell’area della Collina. Basta dare uno sguardo su, in alto.

     I giudizi davanti al TAR rimangono, nelle condizioni attuali, un’incognita, con il rischio di pronunciamenti sfavorevoli. Uno strumento che potrà eliminare i margini di incertezza interpretativa, a livello urbanistico e a livello della giustizia amministrativa, la Commissione ha pensato di poterlo individuare  in una Variante al PRG per la SALVAGURDIA dell’Area destinata a Parco Urbano. Si tratta di uno strumento semplice ed efficace di Piano, che si sarebbe dovuto adottare già da molti anni (era prevista nella relazione e nelle premesse della delibera 32 del 26.6.’98 ), ed è, senza dubbio, nelle “corde” degli Uffici competenti, come è stato possibile verificare nel corso delle audizioni. Basterebbe, in sostanza, destinare le aree comprese nella  superficie di Parco, da zone agricole(F), come sono oggi, a verde agricolo con vincolo di inedificabilità. In questo modo si renderebbe inequivocabile ad ogni livello la volontà amministrativa, rafforzando e assicurando coerenza all’attività e al volere, che dovrebbe essere unanime, che, da dodici anni, caratterizza la volontà dei reggini. Tale strumento, peraltro, sarà in perfetta coerenza con il PSC, appena questo verrà approvato.

     

    QUANDO IL METANO NON TI DA UNA MANO  

    Passiamo adesso a riferire della parte della nostra indagine relativa alla manutenzione. Partiamo  dagli interventi sul manto stradale del  nostro territorio comunale ,caratterizzati, troppo spesso, da inadempienze, approssimazione, carenze di controlli. Ad essere chiamate in causa non sono solo le imprese, che operano direttamente per conto del Comune, ma anche quelle che operano per conto di altri Enti e Società.

    Per esempio, le strade comunali da circa 7 anni sono interessate dai lavori di posa delle condutture dl metano e ciò molto spesso ha significato l’inflizione di gravi danni, a volte infrastrutturali, al nostro patrimonio viario ed ai servizi del sottosuolo.

    In una lettera, inviata alla Commissione dal Presidente della XIII Circoscrizione, viene riportata la protesta dei cittadini, di quella zona, dovuta al fatto che “le imprese costruttrici delle opere non sempre hanno provveduto a riparare con attenzione e tempestività i servizi sottostanti la sede viaria interessata agli interventi”. Da qui “la domanda forte di trasparenza e rispetto delle regole”. Analoghe segnalazioni ci sono venute dalla IV e XII Circoscrizione. Agli atti della Commissione è stata acquisita anche copia della delibera del Consiglio della XIII circoscrizione relativa alla seduta del 25 febbraio 2009 in cui viene definito “falso” e respinto all’unanimità il contenuto di una lettera della Società Gas Natural, in cui si afferma che “la quasi totalità della rete posata è ripristinata completamente” e in cui si rivolgono nei confronti del Presidente della Circoscrizione affermazioni ritenute “insinuanti, diffamatorie e quasi minacciose”

     

    REPORT SOPRALLUOGHI

    I sopralluoghi della Commissione, nelle zone interessate, e quelli di singoli consiglieri, in altre zone della Città, hanno in verità confermato un quadro generale non certo rassicurante. Troppo spesso le imprese incaricate della metanizzazione non hanno eseguito i lavori ad opera d’arte, con gravi danni inflitti al patrimonio stradale ed a quello del sottosuolo urbano. In particolare, in fase di ripristino, contrariamente agli accordi, non viene messo lo strato di cemento e  non viene fatta bene la copertura. Inoltre l’area di scavo non è quella prevista ma molto più estesa. Per non parlare dei tempi di realizzazione, protratti oltre ogni ragionevole tolleranza.

    Le prove evidenti dell’inadeguatezza dei lavori sono facilmente e diffusamente riscontrabili negli avvallamenti bituminosi e nelle numerose perdite idriche e fognarie accertati sulle strade, dopo i reinterri effettuati dalle imprese.

    Una rappresentazione emblematica di questa situazione è visibile nell’estratto stampato delle fotografie scattate nel corso dei sopralluoghi, la cui serie completa è nel CD agli atti.

     

    IL CONTRATTO SIGLATO PER LA RETE DEL METANO

    I lavori di scavo e di reinterro delle condutture per la metanizzazione della città avrebbero dovuto tenere in considerazione le prescrizioni previste per dette attività dalla convenzione di affidamento del servizio.

    Infatti, la convenzione a salvaguardia dei beni comunali e dell’incolumità dei cittadini, descrive in maniera precisa l’attività a cui il concessionario deve attenersi nel corso dei lavori. Ciò risulta da quanto scritto nel citato contratto. Infatti alla voce “Reinterri” si legge quanto segue:

     

    Reinterri

    Essi saranno eseguiti con le seguenti modalità:

    prima della posa verrà steso uno strato di 10 cm di materiali aridi sferoidali […];

    dopo la posa della tubazione lo scavo sarà riempito fino ad un’altezza di cm 10 sopra la generatrice superiore del tubo con materiali aridi di cui al punto a) adeguatamente compattati;

    sopra lo strato di cui al punto b) il reinterro sarà eseguito con materiali di risulta o arido […];

    il materiale del reinterro dovrà essere opportunamente compattato […]

    ai fini del reinterro di cui ai punti a), b), c), d), il materiale proveniente dagli scavi verrà sostituito con materiale arido.

    Ripristino strade e marciapiedi

    i ripristini delle pavimentazioni verranno effettuati entro e non oltre il trentesimo giorno dal riempimento dello scavo […] dopo il periodo di assestamento;

    […]

    Strade in lastricato o in mattonato

    Nel cassonetto sarà steso uno strato di sabbia lavata sul quale verranno posati elementi lapidei nella stessa posizione dalla quale erano stati precedentemente rimossi.

    IL CONTRATTO CARENTE E VIOLATO

    Da quanto è emerso, nel corso dei lavori della Commissione, non risulta che i lavori siano stati sempre effettuati in conformità al dettato contrattuale, né che l’ente committente, attraverso i responsabili, ne abbia imposto il rispetto con decisione.

    Lo stato disastroso delle nostre strade, dopo che le stesse sono state interessate ai lavori di metanizzazione – come già spiegato prima –  ne sono la prova più evidente: corsie stradali collassate, continue perdite idriche e fognarie, avvallamenti bituminosi che hanno provocato, in questi anni, decine incidenti stradali, con i conseguenti contenziosi a carico del Comune (di cui riferiamo in altra parte). Si sarebbe realizzata un’“economia di costi” e quindi un’alterazione del guadagno e una “rendita” che non si sa in quali tasche sia andata a finire.

    Altrettanto insufficienti, se non in molti casi addirittura mancanti, sono stati gli interventi degli uffici comunali preposti alla verifica ed al controllo del rispetto degli accordi contrattuali. E’ da notare che il settore dei controlli manutentivi, per quanto concerne la metanizzazione della città, è stato affidato ad una struttura di staff di Direzione Generale, sotto la responsabilità dell’ingegnere Granata.

    Elementi importanti di approfondimento su questo argomento sono venuti alla Commissione dalle audizioni del dirigente comunale, architetto Cammera, e del Sindaco della città, Dottor Scopelliti.

    Il primo, che è il dirigente del settore Manutenzioni dell’Ente, anche se depotenziato dopo il passaggio di parte delle competenze alla Multiservizi, ha dichiarato come in più di un’occasione sia intervenuto, anzi abbia “osato” intervenire, a muso duro rispetto alle attività fuori norma che si consumavano in città, segnalando tutto all’Amministrazione.

    E’ particolarmente interessante riportare la parte dell’audizione del dirigente relativa al metodo usato dalle imprese per la collocazione delle condutture del gas e del loro rinterro.

    “Darò una spiegazione perché ho usato il termine “osato”. Io ho convocato la direzione dei lavori del gas metano perché ritenevo che in più occasioni le imprese che lavoravano per conto del metano danneggiavano il patrimonio comunale. E precisamente mi riferivo all’uso che ne facevano del sottosuolo, perché spesso i tubi del gas metano venivano poggiati sui tubi della condotta idrica e della condotta fognaria. Poggiati quindi significava la non possibilità di andare ad esercitare la manutenzione nel caso di necessità di una riparazione. In più occasioni, durante l’esecuzione dei lavori e degli scavi venivano danneggiate le condotte idriche che non venivano prontamente riparate o se coperte subito dopo spuntava la perdita idrica e poi chiamavano noi che dovevamo affrontare le spese attingendo al bilancio comunale. Oppure chiedevo ancora di avere precise informazioni sul fatto che veniva estratto sotto il manto bituminoso il basolato che costituiva la sottostante pavimentazione: io chiedevo spiegazioni perché ritenevo che oltre ad essere un patrimonio storico fosse un elemento di consolidamento del sottosuolo”. Il dirigente, in un altro passaggio, afferma che la problematica fu posta all’attenzione dell’Amministrazione, per il tramite dell’avv. F. Zoccali.

    Si sarebbe arrivati, attraverso ripetuti incontri, tra Amministrazione e Società Gas Natural a concordare una convenzione anche sull’utilizzo del basolato e le relative spese. Questa, però, prima della firma, sarebbe stata stravolta dalla società del gas, tant’è che egli si sarebbe rifiutato di firmarla. Successivamente vi furono momenti di  forte contrasto tra il suo ufficio e la società, fino a sfiorare il ricorso alle vie legali. Il tutto, a sentire l’architetto Cammera, solo “per aver osato”.

    Litigi a parte, l’impressione, che trasparirebbe da questa versione dei fatti, è che le imprese avrebbero fatto “orecchi da mercante” e l’Ente non avrebbe mai in concreto dato seguito alle sue segnalazioni. Le stesse riunioni convocate “per ben due volte a Palazzo San Giorgio” non avrebbero prodotto risultati utili alla soluzione del problema. Naturale pensare,-salvo smentite che finora nessuno ci ha dato, che il basolato lavico – caratteristica storica della nostra città e garanzia di stabilità dl fondo stradale – non sia stato più rimesso al proprio posto. Al contrario, è facile ipotizzare che sia stato in gran parte disperso, mentre le condotte del gas hanno continuato ad essere poggiate su altri servizi (acqua, fogna). Se così fosse, gli organi preposti (nel caso di specie lo staff tecnico incaricato avrebbero fallito nel loro compito di controllo.).

    Il Sindaco, nel corso della sua audizione in Commissione, ha parlato approfonditamente della sua convinzione che si debba mettere fine ad una situazione in cui alcune Società intervengono nelle strade cittadine per conto di altri Enti, con lavori che non sono eseguiti a regola d’arte e che creano danni all’incolumità pubblica.”Ormai – ha detto il primo cittadino- noi amministratori siamo passati ad un livello di attenzione che ci fa essere pronti ad andare fino in fondo. Dobbiamo vigilare sui lavori che facciamo noi, sulle tante difficoltà che ci sono, tanto più dobbiamo vigilare sui lavori di altri Enti sul nostro territorio. Abbiamo dato indicazioni ai nostri tecnici di non trascurare l’ipotesi di adire anche alla via giudiziaria, chiedendo il risarcimento dei danni prodotti”. Per il Sindaco i lavori effettuati dalla Società Almaviva di Roma per conto della Prefettura sul Lungomare rappresentano in negativo una sorta di spartiacque in direzione della linea dura.

     Per quanto riguarda nello specifico i lavori della rete del metano, il Sindaco è stato più cauto e ha parlato di una difficoltà e di un condizionamento dovuti ad una sorta di “difetto d’origine” non riconducibile alla sua Amministrazione. Questo un passaggio della sua dichiarazione in merito:

    ”purtroppo su questo vige un problema che nasce negli anni ’98 ,’99, 2000. Cioè, purtroppo, in precedenza – e questo è un problema reale- l’accordo fatto tra Gas Natural, allora era un’altra società, e l’Amministrazione Comunale di Reggio Calabria prevedeva che nel momento in cui si creavano gli scavi la società doveva andare a realizzare un tappetino di due metri, o qualcosa del genere. Quindi voi immaginate che si vada a bucare un asfalto per poi andare a fare un tappetino di due metri. Questo purtroppo era l’accordo, secondo me sbagliato, che andava rivisto. Una volta che tu vai a fare uno strato vai a rifare una pavimentazione intera. —-Questa è una cosa che purtroppo non sono riuscito a risolvere perchè ci hanno sempre detto che l’accordo fatto con l’Amministrazione precedente portava a questo tipo di soluzione”.

    Sarebbe, però, fuorviante evincere dalle argomentazioni del Sindaco che non siano esistiti e non esistano problemi seri anche di mancato rispetto da parte della Gas Natural del contratto vigente, per quanto discutibile ( e forse anche rivedibile). Tant’è che poco dopo lo stesso ha aggiunto:

    “il nostro tecnico di riferimento che deve seguire queste cose è stato da me tempestato e insultato più volte e anche minacciato che l’ avrei tolto da responsabile. Questo soprattutto nei primi anni, quando bastava guardare i danni che si facevano. Io passavo, telefonavo in continuazione, facevo anche qualche riunione, ho più volte bloccato i lavori del metano, perchè chiedevo che le aziende realizzassero i lavori in maniera adeguata e perfetta”

    Ciò nonostante non sembra esserci stato in questi anni l’auspicato salto di qualità nei lavori e nei controlli.

    Il responsabile unico del procedimento, da parte sua, tiene a precisare che il suo ruolo non è esattamente quello di controllo tecnico sui lavori effettuati dalle imprese che lavorano per la Gas Natural, quanto quello di vigilare sulla correttezza del procedimento. Altri soggetti debbono rispondere a suo dire delle eventuali non conformità, in ogni caso da dimostrare sul piano tecnico e non a chiacchiere.

    In conclusione: quello del rapporto complessivo tra il Comune di Reggio Calabria e gli altri Soggetti che intervengono con proprie opere sul territorio, a partire da GAS NATURAL, resta un problema cogente a cui il Consiglio Comunale deve rivolgere attenzione e rispetto a cui vanno forniti all’Esecutivo precisi indirizzi.

     

    MANUTENZIONE:UNA REALTA’ “BITUMINOSA”

    Una delle questioni cardini affrontate dalla Commissione è stata quella dello stato disastroso del manto bituminoso delle strade cittadine. Su questo tema si era particolarmente focalizzata la denuncia, puntuale e circostanziata, del Presidente del Consiglio Comunale, avvocato. Chizzoniti, che, di fatto, aveva interpretato un giudizio unanime di rappresentanti istituzionali e cittadini.

    In precedenza, sempre sul piano istituzionale e sulla stessa lunghezza d’onda , vi erano state le dichiarazioni clamorose del Sindaco Scopelliti, in Consiglio Comunale del gennaio 2008, rispetto ai mancati controlli sulla qualità dei lavori pubblici in città. Era stato annunciato un approfondimento, sintetizzato dalla metafora del “furgoncino e gli assessori”.

    Il primo cittadino, nel corso della sua audizione, in Commissione del 3 dicembre scorso, ha confermato lo stato di estrema sofferenza del settore delle manutenzioni  e ha fornito la sua versione della questione, approfondendo l’ analisi.

    Tra l’altro il sindaco ha parlato di funzionari delegati al controllo che certificano lavori non eseguiti a regola d’arte, di ribassi d’asta che spesso raggiungono il 30 per cento e della possibilità che i funzionari comunali addetti impegnino artificiosamente somme eccessive per lavori che potrebbero, invece, essere effettuati con cifre minori. Questo un passaggio significativo del suo intervento:

    “non è possibile, non è pensabile, che ci siano funzionari che sono delegati al controllo dei lavori, delle imprese e che vanno a certificare secondo me lavori che non sono eseguiti a regola d’arte. Vi sono responsabilità che vanno perseguite, dove evidentemente evidenziate. Questo non è dettato da nessuna mia capacità tecnica di fare emergere queste cose. E’ evidenziato dallo stato dell’arte, dalle situazioni che troviamo. Cioè non possiamo trovarci nelle situazioni in cui si realizzano dei ribassi, ribassi con il trenta per cento.

     Se c’è un ribasso con il trenta per cento vuol dire o che i funzionari, il tecnico, impegnano più risorse inutilmente o che le imprese riescono a fare i lavori con un ribasso così alto, perché il guadagno è minore. Io non credo che sia questo. Che c’è qualcosa, che qualche meccanismo significhi inosservanza delle regole e che c’è una carenza di vigilanza. Non c’è la vigilanza qualificata come noi pretendiamo. Questo è il problema di fondo”

    A tale proposito è risaputo che per ogni cantiere viene nominato un responsabile dei controlli che deve attestare la regolarità dell’opera effettuata.

    La Commissione ha accertato che la denuncia del Sindaco è stata preceduta e seguita da alcune lettere  inviate ai dirigenti delle U.O. manutenzione, progettazione e programmazione lavori pubblici e coordinamento servizi esternalizzati in cui si “esortava” – citiamo un passaggio di una di queste lettere – a “disporre ognuno per le rispettive competenze una capillare verifica degli interventi da effettuare con la massima urgenza nonché una scrupolosa vigilanza sulle attività di ripristino della bitumazione stradale” affinchè fossero eseguite a regola d’arte”. Numerose anche le “convocazioni” a Palazzo San Giorgio. Purtroppo però la “solerzia” auspicata non veniva prodotta da parte dei destinatari delle rimostranze, con gli inviti che restavano un “abbaiare alla luna”, né venivano presi, al di là dei richiami, provvedimenti adeguati e conseguenti nei confronti dei responsabili dei “cattivi lavori” e delle generose certificazioni. Da parte del Sindaco veniva, però, annunciata la maturata decisione della rotazione degli incarichi.

     

    LE COSE VISTE CON I PROPRI OCCHI

    La Commissione nel corso degli scrupolosi accertamenti relativi alla Manutenzione ha effettivamente riscontrato nello stato del manto  bituminoso, delle riparazioni, dei pronti interventi, relativi alle strade cittadine, un  evidente elemento di disagio e di criticità assoluta, una situazione effettivamente disastrosa, testimonianza di un problema serio e diffuso su tutto il territorio.

    Una conferma impressionante è venuta dai numerosi sopralluoghi effettuati dalla Commissione in alcuni quartieri cittadini dove le segnalazioni erano più insistenti: da Reggio Campi a Mosorrofa, da Ravagnese a Oliveto, da San Cristoforo a Pellaro Il servizio fotografico realizzato in tali occasioni e di cui nell’allegato diamo solo dei fotogrammi “parla” più delle parole ( agli atti il servizio completo).

     

    QUANTO CI COSTA

    Un altro approfondimento importante effettuato dalla Commissione è stato sui dati del contenzioso acquisiti presso l’ Ufficio Legale. Essi hanno fornito uno spaccato quanto mai indicativo.

    Infatti le richieste di risarcimento danni che attengono al problema “manutenzione strade” costituiscono l’oggetto prevalente degli atti di citazione nei confronti del Comune. Uno schizzo significativo della realtà  emerge dall’analisi effettuata dall’ufficio legale nel 2006 riferita al dato economico derivante dal contenzioso “buche” e, in particolare, all’analisi sui pagamenti relativi al triennio 2004/2006. Nel 2004 sono stati notificati 195 atti di citazione, nel 2005 176, nel 2006 (dal 1° gennaio- al 30 ottobre) 135 atti di citazione e 287 istanze di risarcimento danni di manutenzione strade.

    Accanto all’incidenza numerica, va rilevata l’incidenza economica. Nel 2004 sono state notificate all’Ente 91 sentenze di condanna che hanno comportato una spesa di 708.546,41 euro, nell’anno 2005 sono state notificate 114 sentenza di condanna che ha comportato una spesa di 748.576,89 euro. Nell’anno 2006, notificato al 30 giugno, sono state notificate 46 condanne di risarcimento danni di manutenzione stradale

    A queste spese vanno naturalmente aggiunte quelle legali per CPT e difesa dell’Ente che, seppure ha contribuito a produrre un modesto abbattimento dei costi rispetto alle richieste iniziali, in un rapporto costi-benefici, possono in sostanza considerarsi quasi inutili

    La statistica e pareri convergenti confermano  che, per i giudizi di primo grado e soprattutto per l’appello,dopo le sentenze di condanna di primo grado dei contenziosi per buche,  la difesa giudiziaria è sostanzialmente inutile ed è dannoso proporre ricorso avverso in quanto, come scrive un esperto consulente del Comune “la controparte fornisce sempre la prova della responsabilità dell’Amministrazione Comunale con conseguente condanna  del Comune al risarcimento danno”.

    Da ciò ne deriva che il danno erariale sarebbe duplice: oltre a quello da pagare a causa della buca non segnalata che costituisce un pericolo, c’è il danno derivante della maggiore spesa  per la difesa giudiziaria .

    Quanto al Settore LL. Pubblici Manutenzione nell’anno 2008 sono stati notificati un numero totale di n.284  atti giudiziari di cui n. 152 per domande risarcitorie, n.332 per richieste di rimborso potabilità acqua. Negli allegati di questa relazione c’è il quadro completo sotto l’aspetto statistico.

    Sulla questione manutenzione strade da parte del Comune di Reggio Calabria e sulla tipologia di tale contenzioso la Corte dei Conti ha concentrato la propria attività istruttoria, già nel 2006, mentre la Guardia di Finanza, in data 08.11.05, ha acquisito tutta la documentazione relativa alle somme pagate dal Comune, dal 2002 al 2005, a titolo di risarcimento danni da insidie stradali. L’inchiesta a quanto risulta è ancora in corso.

    L’ Ufficio Legale segnala, infine, che oggi, “dopo la costituzione della società mista Multiservizi,  siffatto contenzioso deve essere analizzato, sotto il profilo della titolarità della responsabilità (chiamata in garanzia e/o difetto di legittimazione passiva)”.

     

    TUTTO SI E’ MOSSO MA NULLA E’ CAMBIATO

    Da quando il settore è stato affidato alla Multiservizi non vi è stato l’atteso miglioramento. Il maltempo e le piogge impreviste, che hanno caratterizzato  molte giornate dell’inverno scorso, hanno solo accentuato una situazione già acuta d’emergenza, che c’era in città e che tuttora permane, anche se non presenta gli aspetti da “bombardamento” di qualche mese addietro.

     Non riguarda solo le buche stradali ma il contesto della manutenzione più in generale:dal mancato intervento sulle circa diecimila caditoie allo stato di trascuratezza, di alcuni comparti del CEDIR e delle altre strutture.

    Il direttore generale della Multiservizi, ingegnere Vazzana, ascoltato in Commissione e sollecitato a rispondere sul punto ha voluto puntualizzare come la società mista che dirige sia “solo oggi  responsabile della manutenzione ordinaria delle strade”. Secondo il direttore,  sul pregresso la vigilanza spetterebbe ai tecnici comunali e le manutenzioni alle ditte che avevano effettuato in precedenza i lavori non a norma. In sostanza, la Società finora si è limitata alla manutenzione ordinaria e non del ripristino.

     

    ORDINARIA E STRORDINARIA CONFUSIONE

     La Commissione Speciale ha toccato con mano come, in merito allo stato pietoso delle strade, registrato in tutta la città, dal centro alla periferia, da mesi vada in scena una sorta di “commedia degli equivoci e degli inganni” recitata, almeno all’apparenza, attorno ad un “rovello interpretativo” di natura tecnica. Si discute attorno al diritto contrattuale (presunto o reale) dalla Multiservizi di occuparsi, insieme alla manutenzione ordinaria, della manutenzione straordinaria.

    L’ingegnere Vazzana, direttore generale della partecipata, ha rimarcato in Commissione che la gara, bandita dal Comune, prevedeva l’individuazione di un partner privato e l’affidamento della manutenzione ordinaria e straordinaria. Prova sarebbe che al primo articolo del contratto di servizio è scritto che il comune di Reggio Calabria affida in esclusiva alla Multiservizi tutte le operazioni della  manutenzione ordinaria e straordinaria, in un’ottica di global service. Il tutto naturalmente alle condizioni precise previste che vengono specificate nel contratto di servizio, il bando di gara e disciplinare di servizio, cioè gli atti posti a base del rapporto tra Multiservizi e Comune.

    Il dottor Igor Paonni, dirigente del Settore Controllo e Coordinamento Servizi Esternalizzati ed Organismi partecipati, nel corso della sua audizione in Commissione, ha affermato con molta chiarezza che “non vi sono – nei documenti in possesso dell’Amministrazione e anche della Multiservizi, dal 2002 ad oggi – elementi che facciano credere che l’Amministrazione stessa abbia voluto affidare la manutenzione straordinaria alla Multiservizi, se non nel rispetto del contratto e della gara. Nella parte, cioè, che riguarda l’articolo 6 comma 6 del disciplinare, ossia la manutenzione straordinaria sui servizi che sono stati imposti in sede di gara”. Peraltro, il dottor Paonni ha sottolineato che, “quand’anche fosse stata quella la volontà dell’Amministrazione, avrebbe scontato la legislazione intervenuta, dal 2003 in poi, che prevede l’impossibilità di affidare qualsiasi servizio che non sia stato quotato in sede di gare”

    A supporto di tale tesi, il dirigente ha osservato che “se se è vero, come è vero, che la Corte di Giustizia europea ha condannato l’Italia per affidamenti diretti anche a società in house partecipate al 100 per cento dalle amministrazioni comunali, non era certamente possibile fare affidamenti diretti non previsti in sede di gara ( vedi straordinaria) ad una società mista partecipata al 51 per cento. Inoltre, il Testo unico sui Lavori, servizi e forniture stabilisce l’impossibilità di affidamenti diretti oltre i 20 mila euro”. Di converso, il dirigente Paonni, rispondendo a un preciso quesito, ha escluso la possibilità che il Comune affidi manutenzione ordinaria ad altra Società, oltre la Multiservizi. L’assegnazione ipotetica da parte di un settore, ad esempio il verde, di autonomi affidamenti è possibile solo per nuove realizzazioni e impianti fuori dal perimetro di gara.

     

    DIMENSIONE DEL CONTRASTO

    La Commissione ha registrato due diverse posizioni anche per quanto riguarda la dimensione di questo contrasto e l’individuazione dei soggetti coinvolti. Per la Multiservizi le resistenze e le  divergenze sull’interpretazione del contratto e sugli adeguamenti, alla luce delle leggi che ci sono oggi, non coinvolgerebbero l’Amministrazione nelle sue principali espressioni (Consiglio Comunale, Giunta, ecc) ma solo “alcuni tecnici” della stessa. Per il dirigente Paonni non è così.

     

    LA “STRAORDINARIA” CONTESA E L’OFFERTA MISTERIOSA

    Per la Multiservizi, gli interventi contrattualmente affidati sono da intendersi estesi anche alla manutenzione straordinaria, in una logica di global service che dovrebbe portare la società ad interventi di manutenzione straordinaria (strutturali), per i quali non può essere fissato il corrispettivo economico annuale, che deve, invece, essere di volta in volta autorizzato dall’amministrazione. A tale proposito, l’ingegnere Vazzana, in sede di audizione, ha dichiarato:

    “La Multiservizi al bando di gara ha presentato un’offerta per la manutenzione ordinaria a corrispettivo annuale, mentre la straordinaria non poteva essere programmabile, né quotata in quell’epoca perché non identificabile, ma era prevedibile visto i deficit strutturali delle strade. Gli interventi strutturali non sono compresi tra quelli di manutenzione ordinaria, ma in una logica di global service la Multiservizi avrebbe dovuta avere la manutenzione straordinaria per il riordino dell’attività, per renderla mantenibile”.

     La Multiservizi sostiene che, per la straordinaria, ha fatto l’offerta, sulla base del prezziario regionale, scontata del 15 per cento. L’amministrazione l’ha accettata e l’ ha portata nel contratto di servizio. Nel disciplinare c’è previsto che la Multiservizi proponga un programma di servizi che sottopone alla valutazione dell’Amministrazione Comunale che può decidere se finanziarlo o no.

    Il Dirigente Paonni, in Commissione,  ha addirittura affermato, cogliendo di sorpresa un poco tutti, che, a fronte di tanto parlare,” in verità una richiesta ufficiale per rivendicare la straordinaria, la Multiservizi non l’ha mai fatta”.

     

    IL GIOCO NON VALE LA CANDELA

    Come abbiamo visto l’assunto della Multiservizi, è che essa avrebbe preso in carico tutto, in una logica di global service, con l’obiettivo di mettere a posto le strade, attraverso l’intervento straordinario, per poi assumersi la responsabilità della successiva manutenzione ordinaria, a quel punto meno onerosa. Senza l’affidamento della straordinaria, però, “il gioco non vale la candela”..

    Il Direttore Vazzana  a tale proposito ha fatto osservare che “anche nei contratti che si stipulano ci sono i così detti “patti leonini”. Se una società prende in affidamento la manutenzione ordinaria e straordinaria e poi è messo nelle condizioni di fare solo la prima, cambia il senso di tutto. La Multiservizi, al bando di gara, ha presentato un’ offerta per la manutenzione ordinaria a corrispettivo annuale mentre la straordinaria, non poteva essere programmabile né “quotata”in quell’epoca, perchè non identificabile, ma era prevedibile visto i deficit strutturali delle strade”, In una logica di global service, secondo l’ingegnere Vazzana, Multiservizi avrebbe dovuto avere la manutenzione straordinaria per il riordino dell’attività, per renderla mantenibile. Fatto ciò, per dieci anni il Comune non avrebbe avuto  più problemi in quanto non sarebbe stato più necessario il ricorso alla manutenzione straordinaria, a meno che non si  fossero registrate “violenze” sulla strada. Solo in questa logica di gestione complessiva, di global service, vi sarebbe stata la convenienza per la Multiservizi. L’ingegnere Vazzana lo ha esplicitato con i numeri: il “quantum” percepito dalla Multiservizi, per la manutenzione ordinaria e della rete stradale, è di 1.180.000 euro all’anno equivalente a 853 km di strade comunali e a 1260 euro all’anno per chilometro mantenuto. Da qui la sua domanda: è mai  possibile mettere a sesto una strada dissestata con 1266 euro?. Non è possibile, dunque non si fa.

    Tra l’altro non risulta che al momento del bando o  dell’incarico a Multiservizi, il Comune abbia fornito la mappatura completa delle strade cittadine.

    Il dirigente PAONNI incalzato su questi argomenti ha spiegato che, proprio in una logica di global service, per ogni servizio, è necessario che venga fatto un piano straordinario( preventivato e programmabile),  per giungere alla completa funzionalità ed efficienza dell’intero comparto di intervento. La Multiservizi dovrebbe, per regola, fare delle proposte in tal senso, che sarà cura dell’Amministrazione eventualmente accettare, inserendo le opere richieste nel piano triennale o utilizzando altro strumento finanziario. Il  ruolo della Società partecipata in questo caso potrebbe essere quello di stazione appaltante, come viene detto chiaramente, all’art 6, comma 6.  In pratica, è interesse dell’Amministrazione che chi fa la manutenzione ordinaria dica qual’ è la manutenzione straordinaria che andrebbe fatta. E’ la Multiservizi che deve dare all’Amministrazione i piani di interventi, eventualmente da finanziare. Per il resto, i criteri di riferimento per gli affidamenti dei lavori devono necessariamente restare entro i limiti della normativa, in particolare l’articolo 125 del Testo Unico, sui lavori, servizi e forniture in economia, che tra l’altro impedirebbe un affidamento diretto oltre i limiti fissati. Non è escluso però, in forza all’articolo 4 comma 3 del contratto di servizio, che, limitatamente ad interventi straordinari di emergenza (ad esempio,una frana,ecc), pur all’interno delle soglie previste, la Multiservizi possa avere un affidamento diretto di manutenzione straordinaria.

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    LE RICADUTE E GLI INTERESSI IN CAMPO

    Come si nota, le distanze interpretative sul contenuto del contratto sono enormi, come d’altronde la confusione che regna sovrana nel settore con le gravi conseguenze di tipo operativo di cui si è già accennato.

    Di fatto nel settore delle manutenzioni, c’è uno stallo i cui effetti immediati sono i noti disservizi, gli sprechi di risorse e la confusione più totale sulle singole competenze. I cittadini sono quelli che pagano direttamente sotto forma di variegati disservizi.

    Tutto ciò è in aperta contraddizione con la tanto decantata ottica di global service che, seppure nel riconoscimento degli interessi aziendali, consiste nell’affidamento da parte del committente ad un terzo di un bene al fine di mantenerlo nello stato di conservazione richiesto, generalmente migliorativo rispetto a quello in cui si trovava al momento della sottoscrizione del contratto. Ciò nell’assunzione dell’appaltatore della piena responsabilità sui risultati. Nel nostro caso l’esito non sembra essere rispondente alle attese. Servono, pertanto, scelte chiarificatrici che potrebbero portare o alla regolarizzazione o alla risoluzione contrattuale.

    Da non sottovalutare sono le ricadute sotto l’aspetto della credibilità delle istituzioni, che discendono dalla vicenda, soprattutto degli enti decentrati: ossia le circoscrizioni, il cui ruolo, in questo scontro, ricorda quello dei vasi di coccio in mezzo a quelli di ferro.

    E’ chiaro che sullo sfondo della vicenda manutenzione si muovono interessi e attese molto forti sotto l’aspetto economico e non solo essendo questa una “torta” assai appetibile soprattutto per le imprese. Da qui la necessità e l’urgenza di risolvere in fretta tale situazione. E’, pertanto, fondamentale che il tavolo di confronto aperto pervenga a soluzioni certe.  

     

     

    I CONTROLLI

    Un aspetto assai importante, riguardo alla manutenzione stradale, è quello dei controlli. Da quando vi è stato l’avvio operativo della Multiservizi, questi attengono alla diretta responsabilità del Settore Controllo e Coordinamento Servizi Esternalizzati ed Organismi partecipati. Delle contestazioni e dei provvedimenti conseguenti si occupa la specifica Commissione prevista all’articolo 20 del contratto di servizio, di cui fa parte una rappresentanza della Multiservizi, una dell’Amministrazione. La Commissione è attualmente presieduta dall’ex  dirigente della Multiservizi, nominato dall’Amministrazione.

    E’ del tutto evidente che le contestazioni sulle incombenze contrattuali si ripercuotono su questo aspetto delicato dell’attività amministrativa a tutela dell’Ente e dell’interesse pubblico. Il rapporto di estrema tensione tra il Settore e la Partecipata è ampiamente documentato dallo scambio di lettere e da riunioni tempestose.

    Vi sono però anche forti limiti strutturali e soggettivi che non consentono lo svolgimento efficiente, diffuso ed efficace dei controlli. Da parte degli operatori, sottovoce, sono state lamentate le carenze dovute alla insufficienza di uomini e mezzi, per il lavoro d’ufficio e per i sopralluoghi (macchine fotografiche, automobili,ecc,).

    Il dottore Paonni ci ha raccontato delle condizioni logistiche difficili in cui si è trovato a gestire, per un anno e mezzo, dal 2004, la prima fase della responsabilità del complesso passaggio verso le Società Miste. Pure adesso, egli ha aggiunto, le difficoltà non mancano. Queste non sono però essenzialmente dovute alla mancanza di automobili o di macchine fotografiche per i rilievi (anche perchè sono in dotazione i palmari che fungono allo scopo). “La insufficienza di mezzi e personale, secondo il Dirigente, non possono giustificare le inadempienze e i lassismi. I risultati dipendono soprattutto dalla volontà soggettiva dei singoli individui a far funzionare questo settore, senza accampare scuse. Se così è – aggiungiamo noi – molto dipende anche dalle capacità del Dirigente di indirizzare, stimolare e coordinare il lavoro.

     

     

     

    GLI APPALTI PUBBLICI: LA SVOLTA SELLA SUAP

    La Commissione ha affrontato il problema cruciale e complesso degli appalti pubblici e delle cause che sono alla base di anomalie nel settore mentre si avviava la fase conclusiva dell’iter di costituzione della Stazione Unica Appaltante Provinciale a cui anche nostro Comune, che è anche Capoluogo di Provincia e dunque capofila, ha aderito con delibera del Consiglio Comunale n. 63 del 19 dicembre 2008, approvata all’unanimità. A tale struttura che ha un carattere sperimentale (fino al 30.09.2009), l’ Amministrazione ha affidato attraverso apposita convenzione, lo svolgimento delle procedure di gara di lavori pubblici superiori all’importo di 150.000,00 euro. E’, dovrebbe essere, “in progress” un sostanziale cambio di scenario.

    Questa concomitanza se, da una parte, ha sottratto interesse all’approfondimento, che pure diligentemente è stato svolto, delle procedure pregresse ormai in via di superamento, dall’altra ha permesso di proiettare la discussione e il confronto in un contesto di stringente attualità, partendo proprio dai “vulnus” più gravi riscontrati e dai problemi più nell’ “occhio del ciclone” per delineare il quadro delle attese che ai nuovi strumenti vengono affidati.

    E’ risaputo che, nel rapporto tra Enti Pubblici e Imprese Private, si può creare una condizione di alterazione del mercato e della trasparenza e possano essere, molto spesso, avvantaggiate, nell’aggiudicazione dei lavori, quelle imprese che vivono con capitali illegali o praticano, in modo diffuso, il lavoro nero e l’evasione fiscale e contributiva.

    Attraverso il lavoro della Commissione si sono potuti approfondire i problemi legati alle gare ma soprattutto i meccanismi e le “anomalie” ,che diventano regole, a monte e a valle delle gare. Nel corso dei lavori della Commissione è stata valutata attentamente la possibilità che la formazione di “cartelli” tra ditte per accaparrarsi gli appalti non solo si possa verificare ma che sia un metodo costante, anche se non intercettata dal punto di vista legale.

    Ma i meccanismi distorsivi all’interno delle procedure degli appalti pubblici non si fermano solo a questo. Un professionista di una Società, coperto da anonimato, ha descritto una consuetudine, un “andazzo” particolare: avvenuto l’affidamento con gara e ribasso la ditta presenta una serie di osservazioni al progetto che richiedono modifiche e varianti. Queste, peraltro non sempre conformi all’articolato di legge, determinano il ricalcolo di alcune opere o parti di esse: A questo punto interviene l’impresa che fa valere le sue forze, imponendo opere maggiori. Le varianti comportano di conseguenza sospensioni spesso non legittime che fanno scattare le riserve che, insieme ad altre artatamente costruite, raggiungono il 10% dell’importo contrattuale per il quale il Responsabile del procedimento ha l’obbligo di indire un componimento bonario, cioè una transazione sull’importo richiesto. Tali somme non previste  vanno a rimpinguare i debiti fuori bilancio che andranno a pesare sulle successive amministrazioni. A fronte di questa situazione, l’interlocutore ha sostenuto la necessità di imporre la validazione al RUP del progetto nella sua interezza, il controllo  severo dell’attività della Direzione lavori. Infine servirebbe l’inserimento di una clausola contrattuale che imponga il versamento di una cauzione impegnativa sulle riserve. La somma, nel caso le riserve non dovessero essere approvate dalla Commissione nominata, verrebbe incamerata dalla stazione appaltante.

    A proposito di questa segnalazione, arrivata al Coordinatore dopo i 120 giorni utili per l’ attività di indagine, non si è potuto aprire un confronto con i Dirigenti. Si è ritenuto utile lo stesso riportarla quale contributo alla discussione.

     

    AFFIDAMENTI DIRETTI “NERVO SCOPERTO”

    La Commissione, dalla discussione e dalle audizioni, ha, invece, individuato un “nervo scoperto” da anni, negli affidamenti diretti, soprattutto per quanto riguarda la manutenzione ordinaria e straordinaria. E’ una questione nodale che il passaggio di competenze alla Multiservizi, come vedremo, non ha ancora risolto, anzi, per alcuni aspetti di cui ci occuperemo più avanti, ha complicato.

    Oggetto di grande contestazione da parte di numerosi imprenditori (che purtroppo non hanno inteso esporsi) è il fatto che per anni i lavori sarebbero stati assegnati, in modo fiduciario, più o meno sempre alle stesse ditte e con una “fiducia” attribuita sulla base di criteri che non sarebbero stati oggettivi, che non sempre avrebbero rispettato la competenza e la professionalità e, addirittura, in molti casi, la disponibilità adeguata di mezzi e di addetti o il rispetto delle norme sulla sicurezza.

    Il Dirigente dei Lavori Pubblici ha sostenuto che l’Ufficio, in applicazione delle norme, segue l’affidamento diretto, nei limiti della somma e nella discrezionalità del Dirigente, in funzione anche dell’esperienza.

    Degli aspetti, normativi e di procedura, che regolano l’affidamento degli appalti, la Commissione ha parlato soprattutto con la dottoressa Siciliano, che del Settore Appalti è Dirigente.

    I suoi uffici in realtà si occupano solo di una fase del procedimento, quello di evidenza pubblica, ovvero quello che va dall’indizione della gara fino all’aggiudicazione provvisoria, che avviene per decisione della commissione nominata dal Segretario. E’, in sostanza, un’attività strumentale rispetto alle unità tecniche o al Segretariato Generale. Non è – come erroneamente spesso si crede- l’ufficio appalti che aggiudica provvisoriamente la gara, ma la Commissione che è presso l’Ufficio Appalti. Tale attività, si riferisce  peraltro esclusivamente agli appalti sopra soglia.

    Per quanto riguarda la stesura di una gara di appalto, l’attività, di competenza del Settore Appalti, è successiva alla preparazione del procedimento, curato prioritariamente dall’Ufficio Tecnico, che, con determina, indica anche il criterio di aggiudicazione della gara, nel rispetto della normativa comunitaria.

    La Commissione, in merito alla problematica, si è voluta avvalere anche del contributo del dottor Egidio Surace, responsabile dell’Ufficio Appalti e Contratti dal 1992 fino al 2007 e che ha anche successivamente, esercitato il ruolo di dirigente del settore. Di fatto si è sempre occupato di fare le procedure d’appalto.

    Egli ha spiegato come prevalentemente la procedura di gara adottata dall’Amministrazione sia stata quella dell’asta pubblica che garantirebbe sia l’Ente che i concorrenti dal punto di vista della segretezza perché avviene in seduta pubblica, alla presenza di diversi rappresentanti delle ditte concorrenti. L’utilizzo della trattativa privata e/o affidamento diretto è utilizzato nei casi specificamente indicati dalla normativa. In merito alle ricorrenti voci che mettono sotto accusa gli uffici preposti, il dottor Surace ha fatto osservare che eventuali  anomalie nelle procedure di aggiudicazione d’appalto pubblico, principalmente di lavori, sarebbero da ricercarsi non nella fase di svolgimento della gara bensì nella fase precedente la presentazione delle offerte , nella fase di aggiudicazione definitiva nonché nell’esecuzione dei lavori. Secondo il responsabile le problematiche che sorgono prima della presentazione delle offerte non possono essere risolte dall’Amministrazione il quanto il tutto avviene al di fuori del proprio contesto sia logistico che di attività

    Ancora la Dirigente del Settore Appalti, avvocato Titti Siciliano, in merito ai criteri di controllo, ha spiegato quali siano i requisiti che è obbligatorio valutare per le Ditte che si aggiudicano gli appalti, in applicazione degli art. 34 e 38 del “Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture “. Tale accertamento, secondo le modalità previste dalla normativa, può essere fatto anche a campione, prima della gara o dopo la gara, nonché durante l’esecuzione dei lavori. L’incombenza del  controllo è posta a carico del Responsabile Unico del Procedimento.

    L’esperienza dimostra i limiti, emersi nella prassi quotidiana, per quanto riguarda il sistema dei controlli: questi, per via di carenze oggettive e di meccanismi condizionanti non avvengono in modo adeguato se non per scrupolo soggettivo del singolo funzionario. In particolare, per l’esecuzione dei lavori andrebbe fatto, come ha osservato lo stesso dottor Surace, un superiore controllo oltre a quello svolto dal Responsabile Unico del Procedimento e dalla Direzione Lavori. Questo ulteriore soggetto controllore dovrebbe operare in piena autonomia e svincolato da implicazioni dirette sull’attività di progettazione, appalto ed esecuzione dei lavori. L’esigenza dei un soggetto terzo è stata sottolineata alla Commissione anche dal Dirigente Manutenzioni, architetto Cammera, che ha individuato la soluzione nella formazione di una Commissione per il settore Lavori Pubblici, la quale a campione, verifichi se la realizzazione delle opere pubbliche è avvenuta a “ regola d’arte”

     

     

     

    GLI AFFIDAMENTI TRA DISCREZIONALITA’ E ARBITRARIETA’

    Tutti i lavori che sono sotto soglia, quelli cioè che possano affidarsi attraverso il sistema del”cottimo fiduciario” o a trattativa diretta, passano attraverso gare che vengono gestite direttamente dagli uffici tecnici. E’ certo un procedimento che presuppone delle scelte discrezionali, ma hanno teso a spiegare i Dirigenti e i funzionari ascoltati, nell’ambito di criteri  normati che sono quelli previsti, prima, nella normativa comunitaria, recepiti dalla 109, recentemente recepiti, modificati e aggiornati nel Codice degli Appalti.

    La dottoressa Siciliano, a tal proposito, ha affermato che una cosa è la discrezionalità, una cosa è l’arbitrarietà dell’azione. Tra queste due opzioni non ci sarebbe a suo parere quel ”confine labile” facilmente scavalcabile, che qualcuno di noi anche in Commissione delineava, in quanto proprio l’articolo 125 del “ Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture”  stabilisce precisi criteri e consentirebbe di valutarne, caso per caso, una corretta applicazione. Tutti gli uffici potrebbero utilizzare correttamente il 125 per servizi e forniture, muovendosi nell’ambito delle linee guida redatte per il Comune di Reggio Calabria, dal Segretario del tempo, dottor D’Agostino. Che non sempre lo facciano presuppone un altro discorso.

    La forma semplificata attraverso la quale si può dare il “cottimo fiduciario” non esime, peraltro, il Dirigente dal verificare la presenza dei requisiti e delle condizioni di carattere soggettivo che la ditta affidataria deve avere, in applicazione dell’ art. 38, del già citato “Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture “.

    La verifica se la ditta ha i requisiti tecnici la fa il dirigente anche per il tramite della Commissione giudicatrice, che può controllare se i requisiti sono conformi alla normativa. Teoricamente tutto fila.

     

    MANUTENZIONE MANTO STRADALE “ANTE” MULTISERVIZI

    Per quanto riguarda la manutenzione relativa al manto stradale, fino all’anno 2007, era il Comune con il suo apparato tecnico ad essere competente, successivamente, tale competenza, è stata trasferita alla Multiservizi.

    Per il periodo di competenza comunale il Dirigente responsabile, architetto Cammera, ha precisato che “l’attività è sempre stata svolta in regime di emergenza e con notevoli limiti di personale e il criterio di aggiudicazione dei lavori ha fatto  rigoroso riferimento all’esecuzione di gara per Asta Pubblica.”

    Per quel che riguarda i criteri di ribasso a Base d’Asta e le precauzioni attuate per le offerte “anomale” è stato ricordato che – nei casi in cui si palesa un’offerta anomala-  la normativa consente l’esclusione dalla gara.

    Un problema che sicuramente ha la sua incidenza è sorto in seguito alla decisione dell’ Amministrazione, di abbassare, con Delibera di Giunta, il Prezziario riferito all’anno 2003, con un ribasso addirittura del 15%. Andrebbe presa in considerazione invece l’opportunità di utilizzare il Prezziario Regionale anno 2007, senza sconti, più congruo, non ancora adottato dall’Amministrazione. E’ questa una delle proposte ragionevoli avanzate alla Commissione, e che da questo Consiglio proponiamo all’attenzione dell’Esecutivo , al fine di consentire una migliore efficienza, in termini di funzionalità e i termini di trasparenza.

     

    I CONTROLLI

     Per quanto riguarda il controllo dei lavori relativi al manto bituminoso, il dirigente delle Manutenzioni ha affermato di aver, fin dall’inizio del suo incarico, preteso che le ditte fossero dotate di adeguati requisiti e accorgimenti, di cui ha elencato i dettagli. Ha convenuto sul fatto che un eccessivo ribasso, può essere origine di carenza in termini di qualità, nella realizzazione delle opere e addirittura, può comportare il mancato pagamento dei salari. A parere del responsabile settore Manutenzioni potrebbe essere d’aiuto la formazione di un elenco di imprese, in numero di cinque, sottoposte a rotazione, a cui si possa affidare la manutenzione straordinaria, e la cui scelta dovrà ricadere, sempre per aggiudicazione a base d’asta, con la media mediata; fermo restando la competenza della manutenzione ordinaria, alla Multiservizi e all’ufficio manutenzioni. Allo stato attuale non sembra esistere un elenco, o un registro a carattere pubblico in cui siano inserite le ditte di fiducia, nonostante la creazione di questo elenco sia previsto dalla normativa, posta a carico del Dirigente dei Lavori Pubblici.

    E’ stato osservato da qualche componente della Commissione che, in questo settore così delicato degli appalti e dei contratti, è consentito che un ufficio si possa regolare diversamente rispetto ad un altro. Per ipotesi un’impresa, che si è dimostrata incapace e inaffidabile nel rapporto con un settore, potrebbe avere affidati incarichi in un altro settore. Questo andrebbe tassativamente evitato.

    Sempre in merito al sistema dei controlli, la dirigente del Settore Appalti, Titti Siciliano, ha osservato che un limite – riscontrato dalle Amministrazioni pubbliche in merito alla verifica soggettiva relativa al “cottimo fiduciario” – è stato quello dell’informativa antimafia, perché per gli appalti sottosoglia questa non è obbligatoria ma nella discrezionalità del Dirigente. Peraltro, per questa modalità d’appalti, la Prefettura potrebbe anche non rispondere, come spesso non risponde, alla richiesta di certificazione. Anche da qui, emerge la giustezza della scelta di aderire al nuovo organismo della Stazione Unica Appaltante da parte dell’Ente comunale, tramite convenzione. E’ una scelta positiva, quantomeno nelle finalità, anche se ci vorrà un periodo di sperimentazione, dal punto di vista organizzativo, per creare i giusti sincronismi.

    Non vi è dubbio, infatti, che il ruolo dei sistemi amministrativi nel neutralizzare i comitati di affari mafiosi, la corruzione all’interno della pubblica amministrazione e nel determinare il grado di competitività delle realtà economiche locali è fondamentale.
    Per questo si sta affermando il ricorso generalizzato, anche da parte degli enti locali, alle centrali di committenza per l’acquisizione di lavori, servizi e forniture. Il tutto sulla scia protocolli di legalità centrati sul coordinamento fra Prefetti ed Enti locali compreso il nostro, quale risposta per prevenire e contrastare le infiltrazioni della criminalità organizzata nel settore degli appalti pubblici.

     Le finalità della SUAP, come viene espressamente riportato nella delibera del nostro Consiglio Comunale, “sono quelle di consentire di operare secondo una logica unitaria e procedure conformi, con incremento dei livelli di trasparenza, efficienza, professionalità per migliorare l’azione preventiva di contrasto alla criminalità nel settore degli appalti pubblici. Ciò sarà possibile attraverso un sistema di scambi di informazioni, collaborazione e confronto con la Prefettura e tutti gli attori locali coinvolti nell’attività di prevenzione, informazione e contrasto al fenomeno delle infiltrazioni mafiose”.

    Dovrebbe essere un supporto per stringere le maglie ed evitare che si creino circuiti di complicità tra burocrazia corrotta o compiacente e imprese  inadeguate e senza scrupoli.

    Tra le soluzioni possibili per migliorare il sistema, sicuramente si rendono necessarie soprattutto quelle tese ad accorciare o eliminare i notevoli ritardi, che attualmente si verificano sia nell’aggiudicazione definitiva dell’appalto, e conseguentemente nella stipula del contratto, che nell’inizio dei lavori e nell’esecuzione degli stessi.

    Un ultimo aspetto relativo all’attività svolta dagli uffici contratti e appalti si riferisce alla carenza cronica di personale che costringe le attuali poche risorse umane a svolgere diverse attività nel più breve tempo con possibilità di andare incontro ad errori o dimenticanze durante le varie fasi della procedura di appalto.

    La SUAP avrà competenza per tutti gli appalti di lavori, servizi e fornitura, superiori ai 20 mila euro. La sperimentazione dei primi 18 mesi riguarderà i lavori. La stazione unica appaltante ha, infatti, siglato un accordo con il gruppo interforze (nell’ambito del programma POR Sicurezza) che consentirà di avere, per quegli appalti per cui non è obbligatoria la dichiarazione antimafia, una certificazione in tempo reale.

    La dirigente, Titti Siciliano, sempre a proposito dei controlli finora a carico del Comune, ha voluto precisare che i limiti non stavano nella volontà quanto nella mancanza di personale e di uno strumento adeguato.

    Il vantaggio,con la SUAP, è che entrano in campo direttamente le forze di polizia. Esse, riunite nel nucleo interforze, hanno una visione più completa del territorio e delle dinamiche che in esso si producono e, quindi, sono, a differenza di un ufficio comunale, più in grado di conoscere o verificare i collegamenti e le eventuali  tresche. Il gruppo di Interforze istituito presso la Prefettura ai sensi del D.M. 14.03.2003 effettuerà attività di analisi della Stazione unica appaltante e della conseguente attività relativa all’esecuzione dei contratti da parte degli Enti contraenti. Il gruppo interforze fornirà alla SUAP il proprio ausilio, in relazione a quanto auto dichiarato in sede di gara dalle ditte prima e seconda in graduatoria al fine di verifiche, anche a campione, circa la veridicità dei dati. Inoltre andrà a verificare, a fronte di ipotesi di collegamento sostanziale tra imprese, riscontrato in sede di gara, tale da compromettere la segretezza delle offerte e la corretta formulazione delle graduatorie.

    La Commissione d’Indagine ha intravisto come possibile punto di debolezza del nuovo organismo, il fatto che possa rivelarsi troppo farraginoso. Il rischio concreto, cioè, soprattutto nella fase di sperimentazione che non vi sia accanto alla maggiore trasparenza, uno snellimento auspicato delle procedure, bensì un intasamento. Però, come ha sottolineato la stessa dirigente del Settore Appalti “ il gioco vale la candela, perché va a favore del controllo e della garanzia per tutti”.

     

    ALCUNI CASI DI LAVORI PUBBLICI

    Nel corso dell’attività della Commissione non sono mancate le proposte di intervento rispetto ad emergenze “sospette”che scoppiavano in città.

    Una segnalazione, informale, ci è pervenuta a proposito del crollo a Mortara di parte dei muri delle strutture del Centro Agroalimentare, in via di realizzazione grazie ai soldi del Decreto Reggio.

    Il Dirigente, ingegnere Crucitti, da noi interpellato, ha dichiarato a tal proposito di non essere a conoscenza diretta dei fatti non avendo ruolo nella gestione trattandosi di opera del Decreto Reggio. Non ha mancato, però, di spiegare che probabilmente, in fase di costruzione, il bloccaggio delle strutture non era stato effettuato né nella alla base né in alto. Ha osservato, “a braccio”, che non basta una precipitazione o una forte bufera di vento per determinare il crollo, evidentemente si sarà verificato qualcosa che ha ingenerato il venir meno dell’equilibrio e della stabilità dell’intero blocco.

    Un’altra emergenza, segnalata verbalmente da cittadini, presidente della VI circoscrizione e da un componente della stessa Commissione d’Indagine, ha riguardato l’inondazione di fango avvenuta nel rione San Cristoforo.

    L’ing. Crucitti, nel merito, ha dichiarato di essere a conoscenza di una attività edilizia assentita dall’Ufficio Urbanistico, finalizzata alla realizzazione di una Chiesa Cristiana. Ha anche spiegato che l’edificio per il culto, secondo informazioni avute da un consigliere comunale interessato, prevede, all’interno di un progetto più vasto, la capienza di circa duemila persone. Il dirigente del Settore programmazione ha anche detto di aver avanzato a suo tempo riserve su un intervento sganciato da una previsione di pianificazione più generale, visto anche l’impatto di tre, quattrocento macchine. Egli ha anche assicurato di aver chiesto una visione planimetrica dell’insediamento, al fine di progettare la necessaria infrastrutturazione dell’area , a partire dal raccordo viario tra la via bassa e la via alta. Sono state, invece,avviate delle lavorazioni senza le necessarie precauzioni, immettendo probabilmente materiale da scavo lungo il vallone Croce.

    Va opportunamente rilevato come il Consiglio Comunale abbia già provveduto ad inserire le opere infrastrutturali indicate nel Piano Triennale.

    Al momento dell’audizione – che si è tenuta il 9 dicembre 2009 – il dirigente aveva parlato di verifiche in corso sui luoghi sinistrati e aveva illustrato alla Commissione le caratteristiche di un intervento programmato, al fine di evitare, per il futuro, nuove situazioni di disagio, con particolare riferimento allo smaltimento delle acque meteoriche. Perplessità erano state espresse da parte di alcuni componenti della Commissione sul fatto che il danno, presumibilmente creato dal privato, costringesse poi l’Amministrazione ad intervenire impegnando molte somme pubbliche.

    Su questa vicenda, al centro di aspre polemiche, vista l’attenzione amministrativa elevata e tenuto conto dell’ interessamento della Magistratura, la Commissione ha deciso di non procedere ad ulteriori approfondimenti ma di seguire attraverso un componente incaricato l’evoluzione degli avvenimenti.

     

     

    I SOTTOPASSI CHE SI ALLAGANO E DOVE “NON SI PASSA”

    Nell’affrontare il capitolo “sottopassi” la Commissione ha ritenuto necessario un approfondimento particolare, non solo per l’importanza in sé della vicenda, ma anche per il clamore e le polemiche che essa ha suscitato in città, in particolare dopo le ripetute e meritevoli denunce fatte dal Presidente del Consiglio Comunale, Avv. Aurelio Chizzoniti e dai residenti delle zone interessate. Della vicenda si sta tuttora interessando la Procura della Repubblica che ha aperto almeno un’inchiesta.

    Attraverso i meticolosi sopralluoghi che la Commissione ha effettuato è stato possibile constatare direttamente la gravità della situazione. Essa è apparsa  notevolmente peggiore, di quella che chiunque avesse potuto immaginare, sia sotto l’aspetto funzionale, sia sotto l’aspetto della sicurezza dell’incolumità pubblica e della deturpazione del territorio e dell’ impatto paesaggistico.

    Nella documentazione fotografica allegata a questa relazione è possibile osservare, fotogramma dopo fotogramma, le dimensioni di una reiterata offesa al territorio. Di quest’ultimo vengono sbattuti davanti agli occhi i problemi e le criticità.

    Certo non si tratta di interventi semplicemente carenti ed approssimativi. Quelli realizzati in serie dalle Ferrovie, tra Pellaro e Bocale sono qualcosa di più e di peggio, a prescindere dai motivi tecnici o politici che ne hanno motivato la realizzazione.

    Attraverso le tante audizioni, la lettura degli atti, a cominciare dai verbali, che hanno riportato i contenuti delle deliberazioni e della cospicua corrispondenza intercorsa tra i soggetti interessati, in primis il nostro Comune e le Ferrovie, siamo andati alla ricerca delle motivazioni, delle spiegazioni e delle cause. Abbiamo colto punti di vista differenti spesse volte contrastanti che, se ci hanno aiutato a ricostruire alcuni passaggi essenziali della complessa vicenda, hanno lasciato irrisolti tanti interrogativi, non aiutandoci a dare soluzione al “grande rebus”.

    Quello che la fine è apparso evidente è che in queste vicende, in tanti hanno giocato una partita “in proprio” mentre altri si sono limitati a guardare. Ci è apparso, in particolare, evidente che le maggiori criticità sono il prodotto di stucchevoli rimpalli di responsabilità e azzardi decisionali, di cui sono emblematica testimonianza le varianti progettuali e in corso d’opera che non trovano riscontri in atti amministrativi chiari.

     

    SOTTOPASSI, SOTTOVIE : UNA STORIA INFINITA

    Il primo atto a cui si può risalire è del 28/11/1988 dove con delibera n. 5275 il Comune – Sindaco Aliquò – sapendo che l’allora Azienza Autonoma delle Ferrovie dello Stato stava per programmare la realizzazione del raddoppio della linea ferrata Reggio Calabria – Melito Porto Salvo, per cui sarebbero stati modificati i passaggi a livello o i sottopassi già esistenti, richiedeva all’ente Ferrovie di modificare i passaggi a livello e i sottopassi, sostituendoli con sottopassaggi pedonali e carrabili per assicurare il collegamento monte – mare nella zona di Bocale Primo, Bocale Secondo e Pellaro. Finalità di tale richiesta era evitare che il raddoppio della linea ferrata,  creando una sorta di muraglia, spezzasse in due il territorio, inibendo alla cittadinanza l’accesso diretto alle abitazioni e alla spiaggia. Peraltro i collegamenti si rendevano ancora  più indispensabili in virtù del programma del Comune  di realizzare una strada litorale di collegamento tra l’abitato di Pellaro e quello di Bocale Secondo. Era diventato, infatti,questo un obiettivo fondamentale e prioritario, per rispondere alle esigenze di uno sviluppo turistico della zona già in atto e su cui si intendeva puntare.

    Da quel momento in poi dopo diversi anni di “fermo” inizia l’iter di richiesta di pareri, osservazioni e modifiche. In particolare, in data 2/4/2002 ( prot. N. 4215) veniva inviato, dal Settore Pianificazione Territoriale, Ufficio speciale PRG alla Prima Commissione Consiliare, parere tecnico con le relative osservazioni che erano state formulate dalla XV Circoscrizione, con delibera n. 29 del 29/9/2002.

    Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per dar modo agli Enti ed ai soggetti interessati di esprimere il loro parere convoca due conferenze di servizio in data 26/9/2002 e 25/11/2002. Nei mesi intercorsi tra i due incontri, in data 13/11/2002 (prot. 14728), dal Settore Pianificazione Territoriale veniva proposta relazione tecnica, in cui veniva espresso parere favorevole. Fatte salve, ovviamente, le determinazioni degli Enti preposti alla tutela dei vincoli ambientali, idrogeologici, sismici. Veniva inoltre , evidenziato che, nell’incontro del 24/10/2002, Italfer aveva sottoscritto un protocollo d’intesa, in cui la stessa si era impegnata ad apportare le modifiche alla progettazione, richieste dall’Amministrazione Comunale.

    Intanto in data 24/9/2002 – con prot. N. 11830 del registro dei Dirigenti della Regione Calabria – veniva chiesto il parere di valutazione d’impatto ambientale (come da DPR 12/4/1996) alla Regione Calabria. Lo studio di impatto ambientale veniva elaborato facendo riferimento a tre quadri fondamentali: 1) programmatico; 2) progettuale; 3) ambientale. Il nucleo di valutazione, visto l’interesse pubblico dell’opera e visto che il progetto portava un ammodernamento tecnologico ed un servizio migliore in termini di funzionalità, dava si parere positivo, ma con precise prescrizioni. In particolare: 1) l’apertura di fronti per la realizzazione dei sottopassi non avrebbe dovuto interagire con la falda freatica, per cui venivano prescritte opere di contenimento, sia durante che dopo le operazioni di cantiere; 2) sarebbe stato indispensabile prestare attenzione particolare ai numerosi fossi si scolo ed agli antichi alvei, di vitale importanza per il deflusso idrico superficiale; 3) sarebbe stato necessario evitare interferenze con il tratto costiero di spiaggia; 4) l’indispensabile tutela degli ecosistemi; 5) la tutela paesaggistica, cercando di interferire il meno possibile con gli aspetti morfologici ed urbani; 6) pena la decadenza dall’autorizzazione lungo tutto il tracciato, sarebbe stato necessario creare dei sottopassi pedonali in numero sufficiente per consentire un tranquillo accesso al mare ai cittadini, cosa che oggi avviene in alcuni casi ad alto rischio per l’incolumità e la sicurezza degli stessi, come sarà analizzato successivamente.

    In data 22/11/2002 arriva la delibera del Consiglio Comunale N. 23 sulla presa d’atto del raddoppio della linea tratto Pellaro – Bocale, che veniva approvata con 30 voti favorevoli ed un astenuto.

    In data 14/1/2003 il Direttore Compartimentale di RFI, ing. Teofilo, sollecitava l’approvazione del progetto da parte del Consiglio Comunale e ciò avviene con delibera del Civico Consesso n. 5 del 21/3/2003 con voto espresso  a maggioranza. In data 6/10/2003 RFI prende atto dell’approvazione del progetto relativo al raddoppio Reggio Calabria – Pellaro – Capo d’Armi, con il rispetto delle successive osservazioni presentate dagli enti interessati, dichiarando che l’approvazione del progetto stesso ha valore di pubblica utilità ai sensi e per gli effetti del DPR 8/6/2001 n. 327 come modificato ed integrato dal D. Lgs. Del 27/12/2002 n. 302, per cui si indicava nel provvedimento finale della Conferenza dei servizi, citato in premessa, l’atto specifico del progetto da cui sorgeva il vincolo preordinato all’esproprio.

    Dalle varie osservazioni presentate si evinceva di costruzioni non regolarizzate, catastalmente, per cui si dovevano individuare i diritti ed i titoli dei soggetti interessati alla corresponsione dell’indennizzo. Le osservazioni con parere favorevole erano 51 su 56 richieste, per quanto riguardava modifiche non strutturali. Tutte le osservazioni attinenti le scelte progettuali con richieste di spostamento o di variazione del tracciato, in numero di 40, erano decisamente rispettate per cui l’analisi di RFI portava all’approvazione del summenzionato progetto con la dichiarazione di pubblica utilità, con l’approvazione delle modifiche esercitate dagli enti ed approvate in conferenza dei servizi.

     

    I DETTAGLI DELLA VICENDA

    In data 26/9/2002 veniva siglato il verbale d’accordo tra Comune di Reggio Calabria e RFI, in conferenza dei servizi, in cui si evidenziava, al punto 8, richiesta di tombino previsto al km 457 + 920 ,di dimensioni 2,10 x 2,50, trasformato in 2,10 x 1,20. Firmato Raffa, Vitelli, Teofilo. In data 29/10/2004 (prot. 243 del Comune di Reggio Calabria), si registra la sollecitazione all’ing. Teofilo, capo compartimento di RFI da parte dell’assessore Raffa – affinchè venisse assecondata la richiesta di  una ditta, sita in Bocale Secondo, interessata dagli espropri- Tale richiesta era attinente la delocalizzazione del sottopasso (c.d. “sottopasso Turano”) sul limite perimetrale lato Reggio Calabria della stessa proprietà. A sostegno, veniva fatto notare come lo stesso andasse a sfociare sempre sul limite demaniale interessato da futura viabilità, non pregiudicando lo sviluppo del territorio prefigurato dall’Amministrazione Comunale. Nel chiedere l’accoglimento della richiesta del cittadino, si chiedeva di  tenere in considerazione i danni che si sarebbero arrecati alla stessa ditta, che aveva in corso di approvazione una proposta di variante al PRG per la realizzazione di una struttura socio-sanitaria. Si tratta di un progetto successivamente mai approvato e di una struttura mai venuta alla luce. Tra parentesi anche questa iniziativa utilizzava lo strumento dell’articolo 22 delle N.T.A.

     In data 1/7/2005  viene approvato il verbale di accordo tra RFI, Presidente XV Circoscrizione e Assessori Raffa e Raso, in cui si evidenzia che, nel corso della redazione del progetto esecutivo, avvenuto a valle della Conferenza dei servizi e della dichiarazione di pubblica utilità dell’opera, la Circoscrizione di Pellaro aveva chiesto a RFI delle varianti al progetto, approvato in Conferenza dei servizi, per ottimizzare la viabilità cittadina. Tali richieste sono state fatte proprie dal Comune di Reggio Calabria. In data 8/7/2005 prot. 1244 Staff Sindaco Scopelliti, veniva inviata una lettera a RFI Direzione Compartimentale.  In essa venivano fatte proprie dall’Amministrazione le istanze dei cittadini, finalizzate a ridurre al minimo il disagio nascente da una barriera fisica che penalizzava lo sviluppo dei territori.  Pertanto, pur ribadendo la condivisione del progetto, per come previsto in Conferenza dei servizi e nella successiva delibera del Consiglio comunale –  migliorato dalle istanze e dai suggerimenti recepiti nelle riunioni successive e formalizzate nel verbale dello stesso 1/7/2005 tra RFI, Circoscrizione, Comune di Reggio Calabria – il Sindaco Scopelliti raccomandava di valutare la possibilità tecnica di soddisfare ulteriori richieste, inserite nella delibera circoscrizionale,  tendenti a garantire una nuova viabilità che consentisse l’ acccesso alla darsena prevista in località Fiumarella di Pellaro. Allo scopo, l’Amministrazione si riservava di inoltrare successivamente il progetto preliminare.

     Per il sottopasso km 4+870 si chiede di traslare l’opera per come previsto nel progetto allegato al verbale dell’1/7/2005. In aggiunta si chiede a RFI pdi realizzare viabilità di collegamento tra il nuovo sottopasso e la strada adiacente all’originaria ubicazione del manufatto. Tale opera non comporterà oneri aggiuntivi a RFI per l’acquisizione del suolo, ma solo oneri nascenti dalla realizzazione della strada e delle opere murarie annesse. Per ciò che riguarda la realizzazione delle opere e le eventuali problematiche tecniche, si ufficializza che il responsabile per il Comune sarà il Dirigente dell’Urbanistica, architetto Putortì.

     In data 24/2/2006 viene disposta Conferenza dei servizi per il 16/3/2006 per esaminare la domanda presentata dalla ditta (in  data 17/5/2005 prot. N. 209)  la cui proprietà era interessata dal sottopasso n. 6, tendente ad ottenere l’autorizzazione al progetto di costruzione di un complesso polifunzionale per terapie riabilitative, ecc.

    Il presidente del Consiglio Chizzoniti, con nota Prot. 344 del 27/6/2006, evidenzia che in corrispondenza del ponte Fiumarella, il segmento che collega la via Provinciale per raggiungere la ex 106 Nord – Sud è caratterizzato, proprio sotto l’arcata del ponte, da un avvallamento che non lascia presagire nulla di positivo. Balza ben  evidente, infatti, il rischio di ristagno di acqua piovana, dato che la grata di deflusso non è idonea, per cui sarà rapidamente ricoperta di detriti. Il presidente segnala la non regolarità dei lavori ad “occhi anche non competenti”, invitando chi di dovere, a voler provvedere per tempo.

     In data 28/8/2006, l’ing. Teofilo di RFI risponde alla nota del presidente Chizzoniti, facendo notare che: 1) il ponte è un realtà uno scatolare in cemento armato e più precisamente la parte del sottovia Fiumarella che attraversa la sede ferroviaria; 2) il progetto approvato in Conferenza dei servizi prevede a cura del Comune la realizzazione del raccordo alla viabilità esistente lato mare; 3) da parte di RFI, venendo incontro alle necessità di rendere fruibile l’opera in attesa dei lavori di completamento da parte dell’Amministrazione comunale, si è provveduto a raccordare con una rampa provvisoria il sottovia con il piazzale esistente su sollecitazione della Circoscrizione, assumendosi oneri economici e tecnici; 4) la pendenza e le quote sono state realizzate in modo tale da creare il dislivello necessario per il convogliamento delle acque piovane verso la condotta con griglia posta all’estremità lato mare. Tale canaletta tramite un pozzetto è direttamente collegata al torrente Fiumarella; 5) non c’è il rischio di urto automezzi con il fondo stradale; 6) nel momento in cui l’Amministrazione comunale provvedesse a sistemare la viabilità lato mare RFI si renderà disponibile a riposizionare la quota della base dello scatolare riportandola a quella prevista dal progetto. Inoltre si evidenzia che l’utilizzo del manufatto in modalità provvisoria conseguentemente non può essere addebitato a responsabilità di RFI.

    Verbale d’incontro del 5/2/2007 con relazione prodotta da tavolo tecnico Comune + Italfer in cui, a seguito di accordo nell’incontro del 26/9/2006, si stabilisce quanto segue: 1) sottopasso Turano, si riproporrà una nuova soluzione per la rampa lato monte, al fine di rendere carrabile il sottopasso stesso. Detto progetto sarà presentato all’approvazione del Comune che indirà apposita Conferenza dei servizi.

     RFI, una volta ottenuto i necessari nulla osta, provvederà a realizzare l’opera con un nuovo appalto. 2) Sottopasso Profazio, RFI procederà alla realizzazione della rampa lato monte secondo quanto richiesto dal Comune, ove lo stesso rilasci nulla osta edilizio per la ricostruzione del casello FS di pari volumetria, secondo il progetto presentato da Italfer, in data 20/7/2006. In caso contrario, si procederà alla costruzione della rampa, secondo quanto approvato nel progetto definitivo in Conferenza dei servizi. 3) Sottovia 8 + 128, RFI abbasserà la strada comunale lato mare per ripristinare l’altezza originaria del sottovia.

    In data 5/12/2006 l’ing. Calabrò di Italfer invia all’ing. Sgrò del Comune una relazione tecnica dopo aver esaminato il progetto definitivo approvato in Conferenza dei servizi ed il progetto esecutivo redatto dall’appaltatore. Per ogni opera la relazione riposta una sintetica descrizione dell’intervento proposto e contiene allegato del progetto esecutivo, in particolare il sottopasso detto Turano.

    Il sottopasso, originariamente pedonale, viene reso carrabile con opportune limitazioni e de localizzato, rispetto alla posizione originaria, di circa 100 metri, su richiesta del Comune di Reggio Calabria, che pertanto dovrebbe provvedere a una nuova Conferenza dei servizi ed a proporre per l’approvazione apposita variante, cosa in realtà mai effettuata. Già in partenza si era a conoscenza della notevole pendenza che si sarebbe resa necessaria per la realizzazione del collegamento e della conseguente sua pericolosità. Tant’è che – come ha affermato l’ing. Calabrò di Italfer nel corso dell’audizione – era stata preventivata la realizzazione di un raccordo in modo da migliorare la visibilità per gli eventuali mezzi in uscita proprio in considerazione della pendenza della rampa. Inoltre era previsto che il sottopasso fosse dotato di segnaletica apposita e di pompe di smaltimento acque.

    Successivamente si è provveduto a mettere a livello della confluenza con la strada provinciale uno specchio per aumentare la visibilità. Inoltre, dato il ristagno di acque piovane e vista l’assurda, esagerata pendenza, si è provveduto ad applicare delle pompe di smaltimento delle acque. Per diminuire la pendenza era indispensabile arcuare a semicerchio la rampa di immissione in modo da addolcire la pendenza e quindi raccordarla in zona più decentrata, sottoponendo però ad esproprio i proprietari dei terreni interessati e non sfruttando esclusivamente il terreno demaniale.

    Il c.d. sottopasso Profazio è carrabile e il completamento dello stesso è vincolato alla concessione edilizia necessaria per demolire e riedificare l’ex casello FS. In mancanza di ciò non sarà possibile procedere alla realizzazione della rampa lato monte, come chiesto dal Comune, per mancanza di accordo con il proprietario del terreno limitrofo interessato agli espropri. Non provvedendo l’opera non potrà essere carrabile.

    Sottovia 8 + 128: l’opera è stata realizzata per renderla compatibile con la viabilità esistente lato mare. In previsione della sistemazione idraulica definitiva, che prevede la realizzazione di vasche di raccolta con pompe, lo smaltimento delle acque sarà effettuata per gravità. Eventuali adempimenti futuri saranno a carico del Comune. Il verbale del 26/9/2007 ufficializza il tutto come già detto precedentemente, ma vengono da porre alcune domande, tutte le modifiche effettuate sul progetto originario da chi sono state approvate? Tutte le varianti effettuate come mai non sono passate per l’approvazione del Consiglio comunale come prevede la legge?

    In data 29/12/2006, comunicazione scritta da parte della ditta Baldassini Tognozzi, commissionaria per lo svolgimento dei lavori di raddoppio ferroviario sulla tratta Reggio Calabria – Capo d’Armi, all’ing. Calabrò, responsabile per Italferr Spa e ai Carabinieri di Pellaro, causa allagamento, del sottovia n. 5 nelle date del 25/12/2006 e del 28/12/2006, causa presunta manomissione dell’impianto con posizione anomala del galleggiante che ha impedito l’accensione delle pompe.

    In data 20/12/2006 è stato aperto al traffico il sottovia n. 5, in via provvisoria ma in piena sicurezza, sia sotto l’aspetto della segnaletica, sia sotto l’aspetto dell’impiantistica idraulica. Inoltre si è proceduto ad un servizio di controllo ogni 6/8 ore, con eventuale disponibilità di tecnici specializzati in impianti idraulici in caso di effettiva necessità. Purtroppo, nella notte tra in 24/12/2006 e il 25/12/2006, si è verificato un allagamento, avvenuto successivamente alle ore 2,00 del mattino in quanto fino a quell’ora la strumentistica dell’impianto era perfettamente funzionante. Alle ore 8,00 del mattino successivo, l’addetto al controllo ha trovato il sottovia interdetto al transito, da parte dei vigili del fuoco, e ha constatato il malfunzionamento dell’impianto, chiamando il tecnico, che ha attribuito il tutto a un anomalo funzionamento del galleggiante della vasca che ha impedito l’accensione delle pompe. Una volta riposizionato lo stesso, ripartenza e funzionamento del sistema con smaltimento rapido delle acque e riapertura del sottovia. In data 28/12/2006, durante un sopralluogo, sono stati nuovamente rilevati blocco della pompa ed allagamento del sottovia, causato sempre da errato posizionamento del galleggiante, per cui essendo stato posizionato perfettamente lo stesso, tale causa veniva attribuita a manomissione da parte di terzi, per cui si provvedeva a relativa denuncia contro ignoti presso i Carabinieri di Pellaro. Inoltre, vista la pericolosità dell’accaduto per l’incolumità pubblica, si procedeva alla creazione di una protezione del chiusino della vasca di ubicazione delle pompe, in modo da rendere più difficoltoso qualsiasi proditorio intervento da parte di ignoti. Inoltre il tempo di controllo veniva ridotto a 3 ore invece di 6 per ogni turno di controllo.

    Successivamente, in data 11/4/2007 prot. 57620 informativa con oggetto “Lavori per raddoppio linea ferrata Reggio Calabria Pellaro – Capo d’Armi” da parte del Comune di Reggio Calabria – Dipartimento Programmazione, Settore Urbanistica e Pianificazione Territoriale, da cui si evince che in riferimento ai lavori in oggetto, approvati in Conferenza dei servizi conclusiva, in data 7/4/2003, in seguito a parere favorevole del Consiglio Comunale espresso con delibera n. 3 del 21/3/2003 a tutt’oggi in fase di esecuzione, essendo pervenute contestazioni da parte di cittadini, della stessa XV Circoscrizione di Pellaro in ordine ad espropri, causa i lavori con annessa viabilità, si invita l’Ente responsabile dei lavori ad adottare, se del caso, i provvedimenti relativi all’art. 27 del Dpr 380/01.

    Successivamente l’architetto Putortì, responsabile del procedimento, inviava un’informativa in cui faceva presente che, presso il proprio settore, RFI aveva trasmesso, in data 31/8/2006, un progetto, contenente le variazioni apportare, in ragione delle indicazioni loro pervenute da parte di esponenti dell’Amministrazione Comunale, portando a conoscenza lo scrivente delle modifiche al progetto approvato con delibera di Consiglio Comunale. Successivamente, in data 26/9/2006, in apposita riunione avvenuta a palazzo S. Giorgio, alla presenza di amministratori comunali, i responsabili di RFI hanno descritto tutte le variazioni apportate, garantendo il ripristino delle previsioni progettuali per parti di esse, ad esclusione di quelle modifiche effettuate su indicazione della Circoscrizione, oltre alla sistemazione complessiva delle opere realizzare in ordine agli aspetti estetici e della sicurezza. Tale informativa inviata al Ministero delle Infrastrutture, al Ministero dei Trasporti, al Presidente della Regione Calabria e al Sindaco di Reggio Calabria fa notare che, in atto, ritenendo le variazioni apportate in fase di esecuzione dei lavori non rientranti nella discrezionabilità della Direzione degli stessi, in quanto hanno comportato modifiche anche delle aree da sottoporre ad esproprio, che potrebbero portare contenziosi legali tra i proprietari e l’Amministrazione Comunale, a parere dello scrivente, ricorrono le condizioni del succitato art. 27 del Dpr 380/01. In base a tale informativa abbastanza chiarificatrice e contemporaneamente significativa, si chiede di sapere: 1) chi era il responsabile del procedimento riguardo tale opera; 2) se e come è possibile apportare come detto e precisato da parte dell’Architetto Putortì modifiche e variazioni in base a indicazioni, interessi, suggerimenti da parte di amministratori comunali, ad un progetto già approvato in Consiglio, senza proporre allo stesso l’eventuale approvazione delle varianti. Se ciò, come si evidenzia, è avvenuto, deve considerarsi azione di inaudita gravità sotto l’aspetto l’amministrativo, politico, etico, essendo pertanto necessari individuare le eventuali responsabilità dei singoli attori e dell’amministrazione nel suo complesso.

    Per quanto riguarda il sottovia all’altezza della confluenza della zona Campoli di Bocale Secondo, si evidenzia che lo stesso è diviso in due ante da un muro di mezzo di cui una, stranamente quella più grande e facilmente percorribile, ricade in terreno privato in atto recintato, facendo sì che lo stesso abbia un facile accesso al mare, mentre quella più piccola dotata di scarsissima percorribilità, con notevole rischio per l’incolumità di chi dovesse avventurarsi, dato che è totalmente lasciata all’incuria più totale, è servita da un viottolo scarsamente percorribile, ricadendo le stesse in terreno pubblico. Misteri propriamente reggini.

    Si evidenzia, ancora, che, per quanto riguarda il tombino di Bocale, propriamente detto Fossa della mamma, esso è stato oggetto di numerose contestazioni, da parte degli abitanti della zona, in quanto invaso da fogna a cielo aperto che impediva non solo l’attraversamento dello stesso ma anche metteva a rischio l’incolumità pubblica sotto l’aspetto igienico sanitario. Per cui, dopo diverse proteste dei cittadini, l’Amministrazione comunale ha ripristinato e la messo a norma lo stesso, per i lavori attinenti lo scolo fognario, essendo questi di sua pertinenza. Solo successivamente RFI ha provveduto a completare i lavori di propria pertinenza. Il tutto è riportato nella relazione – denunzia prodotta dal presidente del Consiglio, avv. Chizzoniti, di cui si allega copia. Sempre a Bocale, il sottopasso detto “Sciao beach” o “Lido dei Carabinieri”, pur essendo in atto completato, non è ufficialmente agibile, in quanto mai consegnato dalla ditta Italfer, causa la mancanza di fornitura di energia elettrica, tanto da costringere la ditta a bloccare lo stesso al transito veicolare, con l’applicazione di grossi cubi di cemento, fin dall’estate 2008. Questi vengono frequentemente rimossi abusivamente da ignoti, per poter raggiungere spiaggia ed abitazioni dei residenti. Il palleggio di responsabilità, attinente alla mancanza di elettricità, quindi l’eventuale impossibilità di funzionamento delle pompe, in caso di allagamento dello stesso, e la totale assenza di illuminazione mettono a repentaglio l’incolumità dei cittadini e la sicurezza degli stessi, agevolando, nella zona, il malaffare, l’eventuale spaccio di sostanze stupefacenti, il moltiplicarsi e l’incentivarsi della piccola criminalità che, nel caso, diventa padrona del territorio. Tale incresciosa situazione, che va avanti tra l’insipienza e l’irresponsabilità dei vari enti, viene scaricata dall’Amministrazione Comunale all’Italfer e alla stessa Enel, in quanto, a distanza di oltre un anno, non si è provveduto a stipulare relativo contratto di fornitura di energia elettrica o lo stesso si è completamente impantanato nelle pastoie della burocrazia pubblica nostrana.

    Questa è una delle traversie di questo sottopasso ma la più importante e, sicuramente quella più assurda, è che il sottopasso, all’atto della sua entrata in funzione ufficiale, non potrà essere attraversato da mezzi di soccorso, in quanto l’altezza dello stesso non consente tale possibilità. A tal proposito si allega documentazione fotografica da cui, ad occhio nudo, si evince tale gravissima inefficienza. Oggi si progetto il ponte sullo Stretto e, come contrapposizione, non si riesce a programmare un sottopasso percorribile ai messi pubblici.  Tutto ciò ha dell’incredibile. Non essendo possibile per i mezzi di soccorso raggiungere un consistente numero di abitazioni e di residenti della zona, in caso di emergenza, nell’estate 2008, in occasione della sollecitazione effettuata con relativo sopralluogo del Sindaco della Città, si è provveduto, dopo relativo confronto con i tecnici comunali, ad asfaltare e, quindi, rendere agibile la strada che da Pellaro, zona Sala azzurra, costeggia il mare, arrivando, quindi, al sottopasso Lido dei Carabinieri, facendo sì che la stessa zona in caso di emergenza possa essere raggiungibile, pur se con un notevole allungamento dei tempi di percorrenza. Di ciò si allega relativa documentazione fotografica. Ci sarebbe da aggiungere e riportare ancora molto ma ciò che emerge in maniera chiara, purtroppo, è che, da parte degli Enti, sono scarsi i controlli e spesso si evidenziano comportamenti contraddittori tra i vari enti e finanche tra i vari settori dello stesso ente.

    A conferma di ciò che è stato precedentemente scritto, in data 27/5/2009 viene protocollata una lettera, inviata al Sindaco ed al Presidente della I Commissione “Assetto del Territorio”, da un signore, titolare di un bed & breakfast, in cui lo stesso, proprio a riguardo del sottopasso-sottovia di via Campoli a Bocale Secondo, fa notare che, essendo interessato al piano espropriativo, per la realizzazione della fermata della metropolitana di superficie, è prevista la soppressione del passaggio veicolare che, a suo dire, da oltre  trent’anni è l’unico accesso alla sua proprietà ed ingresso ai locali dell’attività da lui svolta, con relativo parcheggio, come un ristorante, prevedendo per la zona un solo passaggio pedonale, quindi obbligando lo stesso alla chiusura della propria attività, mettendo a repentaglio i posti di lavoro di tale struttura. Tra tutela dei privati cittadini, a discapito degli interessi pubblici e il relativo blocco di accesso veicolare alla spiaggia, si evince il totale stato confusionale che contraddistingue gli enti interessati, i quali non svolgono funzioni con obiettivi sinergici, a tutela del territorio, per completa assenza di funzioni di controllo in corso d’opera per puro caso, o spesso per tacito assenso.

     

    LE AUDIZIONI

    In questa vicenda particolare attenzione è stata prestata a tre audizioni, rispettivamente a quella dell’Ing. Sgrò, tecnico comunale, dell’Ing. Teofilo, responsabile di RFI, e di un signore, proprietario del terreno dove è sorto un sottopasso.

    In data 12/2/2009 la Commissione ha audito l’ing. Sgrò dell’Ufficio Tecnico del Comune, il quale ha da subito precisato che non ci fosse alcun responsabile unico del procedimento, riguardo ai sottopassi, opera pubblica rientrante in una di maggiore entità, come il raddoppio della linea Reggio Calabria – Melito Porto Salvo. L’ing. Sgrò, in merito, riferisce che, da parte del Comune, non era contemplata tale figura in quanto i lavori, attinenti al raddoppio della linea ferrata, erano di competenza di RFI. Da parte della Commissione si fa notare che in corso d’opera si evincono  alcune varianti che interferiscono con aspetti ed interessi di natura privata, in particolare si chiedono lumi, per quanto riguarda il sottopasso detto Turano. L’ing. Sgrò fa notare che egli ha partecipato ad una riunione, nell’anno 2007, su invito dell’assessore ai Lavori Pubblici del Comune, dott. Sarica, a supporto tecnico dello stesso, avvenuta in coincidenza dell’attivazione della linea ferrata, in cui erano pure presenti il presidente del Consiglio avv. Chizzoniti, il Capo di Gabinetto di allora, avv. Zoccali, ed altri, tra assessori e consiglieri. In quella sede fu discussa la problematica attinente alle modifiche che dovevano essere apportate all’opera pubblica, che lui stesso non era il responsabile di “niente”, in quanto le opere pubbliche, realizzate dallo Stato o da altro Ente, non sono vincolate alle decisioni dell’Ufficio Tecnico Comunale. Inoltre, secondo il tecnico comunale, RFI aveva accettato le migliori proposte evidenziate dal Comune di Reggio Calabria. Per quanto riguarda, infine, gli aspetti tecnici, conseguenti alle varianti, il referente era l’architetto Putortì, Dirigente dell’Urbanistica. Il compito e l’incarico a lui affidato sarà, in fase successiva, esclusivamente quello di attuare la relativa verifica, tra quanto realizzato e quanto previsto dal progetto esecutivo, prima di esprimere relativo parere sulla conformità dei lavori, da cui il Consiglio comunale di Reggio Calabria dovrà trarre le relative conseguenze, per deliberare in merito alla presa in carico o meno dell’opera. In merito al sottopasso Turano, l’ingegnere Sgrò non esprime parere, non essendo a conoscenza del progetto approvato in Consiglio comunale. Comunque da parte sua, al termine dei lavori, c’è l’impegno a prendere atto di quanto realizzato, raffrontando il tutto con il progetto esecutivo. Alla domanda, a Sgrò, se non fosse stato maggiormente adeguato ed amministrativamente corretto ed idoneo, incaricare un tecnico, in rappresentanza dell’Amministrazione Comunale, al fine di seguire l’iter e lo svolgimento corretto dei lavori nella fase esecutiva del progetto, si apre una discussione, da dove emerge che RFI, nella realizzazione dei sottopassi, ha operato in rapporto ad indirizzi, suggerimenti e proposte dell’Amministrazione Comunale, dei sui rappresentanti e del presidente della XV Circoscrizione. All’ing. Sgrò viene chiesto di chiarire il punto, un approfondimento sollecitatogli, tramite missiva, dal presidente del Consiglio, avv. Chizzoniti, sulle notevoli pendenze delle rampe di accesso dei sottopassi e sui ripetuti fenomeni di allagamento degli stessi. Lo stesso riferisce che è stato interessato al controllo delle pendenze dei sottopassi, riscontrando, negli stessi, un dislivello funzionale del 25%, da un lato, e, dall’altro, del 12%. L’ingegnere riferisce però anche che la rampa non poteva essere costruita in modo diverso nel luogo dove la stessa è ubicata, tenendo presente il rispetto del territorio e le costruzioni esistenti. Per quanto riguarda i ripetuti allagamenti, dallo stesso è indicata come causa, la non entrata in funzione delle pompe di aspirazione spesso per mancanza di energie elettrica, non essendosi ad oggi ancora provveduto ad attivare per alcuni sottopassi la stipula del relativo contratto con l’Enel, dotando gli stessi della relativa fornitura di energia elettrica.

     

    In data 18/2/2009 la Commissione ha audito l’ing. Teofilo, Capo Compartimento di RFI. Lo stesso consegna alla Commissione una relazione, a riguardo del raddoppio Reggio Calabria – Pellaro – Galleria Capo d’Armi, nell’ambito del Comune di Reggio Calabria, di cui si allega copia con relativa documentazione riguardante l’iter e lo svolgimento procedurale dal 2002 a febbraio 2009.

    In fase di audizione viene chiesto all’ing. Teofilo se il Comune di Reggio, come Amministrazione o suoi incaricati nell’occasione si siano comportati correttamente o se eventuali responsabilità in merito siano attribuibili ad altri attori, in quanto compito della Commissione è quello di verificare lo stato delle cose ed accertare eventuali irregolarità o responsabilità, ove ne esistessero. Viene chiesta pertanto anche una collaborazione sotto l’aspetto tecnico. L’ing. Teofilo si mostra completamente disponibile, narrando di come inizialmente il progetto originale prevedesse un diverso approccio alle opere da realizzare, successivamente modificato concordemente con gli enti interessati tenendo conto delle realtà locali, evitando l’abbattimento di numerose abitazioni civili ed inoltre non interrompendo la viabilità della linea ferrata nel tratto interessato. Dichiara che il progetto era stato approvato nella Conferenza dei servizi del 7/4/2003, con relativo, successivo assenso da parte del Consiglio Comunale di Reggio Calabria. Allo stesso viene chiesto chi erano i rappresentanti dell’Amministrazione in sede di Conferenza dei servizi e l’ing. Teofilo indica come principale interlocutore l’allora assessore dott. Giuseppe Raffa, con la presenza saltuaria in alcune riunioni dell’assessore Michele Raso. L’ing. Teofilo continua, riferendo che, vista l’approvazione del Consiglio Comunale, successivamente si era provveduto a dare inizio ai lavori. Viene chiesto se nel progetto originario fossero previsti tutti i collegamento viari poi realizzati e Teofilo riferisce che erano stati previsti alcuni collegamenti, successivamente ampliati in seguito a richiesta del Comune, causa l’intenzione di favorire il collegamento monte – mare. Lo stesso ing. Teofilo cerca di chiarire in modo tecnico la posizione riguardo la quota della linea ferrata, riferendo di alcune richieste di modifica al progetto formulate dal Comune e dalla XV Circoscrizione, tramite verbali d’accordo o lettere, da parte del Sindaco o di Assessori, e ne evidenzia alcune. Quando è stato chiesto se tali richieste fossero successive all’approvazione della deliberazione da parte del Consiglio Comunale e di quanto stabilito in Conferenza dei Servizi, nonché durante gli incontri tra RFI e Comune, l’Ing. Teofilo conferma che varie richieste erano state avanzate, successivamente alla delibera del Consiglio Comunale, da rappresentanti del Comune in varie occasioni, in particolare dagli assessori Raffa, Adornato, Raso e dal Presidente della XV Circoscrizione ing. Melito. Teofilo inoltre riferisce che alcuni di tali incontri si svolsero nella sede del Consiglio Regionale, alla presenza dell’assessore Pasquale Tripodi, il quale svolgeva un ruolo di mediatore, cercando di dirimere attriti e divergenze tra le parti in causa. L’ing. Teofilo riferisce che lo stesso assessore non ha mai firmato nessun verbale. In riferimento al sottopasso definito Turano nella zona di Bocale Secondo, Teofilo riepiloga la storia del sottopasso, richiamando una richiesta, proposta a RFI da parte di un privato, esaminata insieme agli assessori Raffa e Raso come rappresentanti del Comune. Successivamente, da parte di RFI, venivano proposte delle modifiche al progetto che tenevano conto di tali richieste e su cui successivamente perveniva l’assenso del Sindaco Scopelliti, tramite una missiva di cui l’ing. Teofilo illustra i contenuti. All’audizione era presente anche l’ing. Calabrò di RFI che cerca di chiarire alcuni aspetti relativi alla realizzazione del sottopasso in questione ma le divergenze e le perplessità rimangono tutte. L’ing. Teofilo trova, tra i documenti in suo possesso, una richiesta del 7/2/2007 attinente alle modifiche oggetto di discussione e ne illustra alla Commissione i contenuti. Viene, inoltre, evidenziato quali e quante difficoltà sono state affrontate per la realizzazione dell’opera nel suo complesso. Si discute quindi sul contenzioso tra RFI e Comune di Reggio Calabria. A causa di ciò l’ing. Teofilo fa notare che RFI ha deciso di non realizzare tutte quelle opere non rientranti negli accordi già formalmente contrattualizzati e che, invece, sarebbero state realizzate a titolo gratuito, a tutto vantaggio dell’Amministrazione Comunale di Reggio Calabria. Alla domanda se corrisponde al vero che il Dirigente di Urbanistica ha denunciato o comunque fatto presente che le opere realizzate da RFI non sono conforti a quanto progettato a suo tempo, l‘ing. Teofilo risponde di non essere a conoscenza di ciò, sostenendo che l’opera è stata realizzata nel totale rispetto del progetto ab origine, tranne che per alcune modifiche apportate, unicamente per soddisfare le richieste dell’Amministrazione Comunale, Si tratta di modifiche che in ogni caso sono state attuate rispettando le norme di legge, principalmente per quanto riguarda la sicurezza. Si parla, quindi, degli allagamenti dei sottopassi e, dallo stesso, viene spiegato che tale situazione è stata causata dalla fanghiglia e dai detriti che arrivano a valle per la mancanza di necessari sistemi di raccolta e smaltimento delle acque a monte, con conseguente intasamento dei sistemi di smaltimento dei sottopassi. Lo stesso Teofilo precisa, inoltre, che tali sistemi sono stati realizzati a norma, sotto tutti i profili. Si analizza quindi il sottopasso cosiddetto Profazio di Pellaro. In conclusione quando viene chiesto se da parte dell’ing. Sgrò o da altri dirigenti del Comune di Reggio sono state evidenziate problematiche in merito a quest’ultimo o agli altri sottopassi, viene risposto che a RFI non è mai stata fatta nessuna segnalazione, da parte di alcuno. In particolare Teofilo fa notare che né da parte del Comune né da parte di alcuno dei suoi rappresentanti è mai pervenuta alcuna contestazione riguardo alle opere realizzate, né per il modo con cui sono state eseguite, né per quanto riguarda la conformità dell’opera in confronto al progetto originario.

    Successivamente alla scadenza del periodo concesso alla Commissione di indagine, un rappresentante della famiglia proprietaria del terreno su cui è previsto il sottopasso n. 6 chiedeva, con telegramma  recapitato alla Commissione, di essere audito, per cui la stessa lo convocava, ascoltandolo in merito. Durante l’audizione riferiva che lo spostamento della posizione originaria del sottopasso era stato, in realtà, chiesto dalla famiglia perché in quell’area doveva sorgere un insediamento socio-sanitario. Il cittadino aggiungeva, però, che la spinta, da parte di alcuni rappresentanti politici verso questa soluzione, rispondeva a tutt’altri interessi, certamente non  prevalentemente di tipo pubblico. A fine audizione lo stesso si impegnava, su invito esplicito dei rappresentanti della Commissione, a produrre relativa documentazione in merito, da lì a qualche giorno. Cosa mai avvenuta, nonostante un sollecito del Coordinatore,.

     

     

     

    LE DEDUZIONI DA FARE

    Il gruppo di lavoro che si è occupato specificamente della vicenda sottopassi, ha acquisito una copiosa documentazione, che mette ora nella disponibilità dei consiglieri. Piuttosto che tirare, rispetto ad una vicenda così complessa e controversa, conclusioni affrettate, ha preferito ripercorrerne le tracce. Riteniamo, però, che dal report necessariamente sintetico, emergano le problematiche più serie insieme all’indicazione delle possibili responsabilità.

    L’auspicio che la Commissione formula è quello che, prima di ratificare la presa in carico delle opere realizzate, venga scrupolosamente verificata l’adeguatezza e la conformità rispetto agli standard di qualità, fissati dalle norme e agli accordi sottoscritti. Per i fatti specifici, ognuno è chiamato a rispondere. Naturalmente offriremo per questa vicenda se ci verrà richiesta i documenti e la collaborazione più piena alla Magistratura che sta indagando.

     

    CONSIDERAZIONI FINALI

     “Gli innocenti non sapevano che l ’impresa era impossibile.

    Per questo la fecero ”.

    (Bertrand Russel)

     

    Con l’illustrazione di questa Relazione, si conclude un lavoro, lungo e impegnativo, che abbiamo portato avanti con rigore, riservatezza e determinazione. Ne andiamo orgogliosamente fieri, nella speranza, se non certezza, di aver fornito un servizio istituzionale prezioso per il Consiglio e un contributo di analisi e conoscenza utile all’Amministrazione e alla Città. Una sorta di “check-up”, certo parziale ma, crediamo, importante.

    Non sappiamo se, alla luce delle condizioni di partenza e  di quelle venutesi  successivamente a creare, si potesse fare di più e meglio. Indubbiamente non sono mancati, come è normale che sia, nel nostro lavoro, per molti aspetti senza precedenti, limiti ed errori su cui riflettere e che quest’Aula, per prima, provvederà ad evidenziare e, dove possibile, correggere. Inesattezze, incongruenze, errori di valutazione o di riporto, molto probabilmente, ci sono anche in questa relazione.

    Noi  abbiamo cercato di“ mettercela tutta” e di sbagliare meno possibile, lavorando, alcuni in particolare, con passione e in uno spirito di umiltà, lealtà e collaborazione, coscienti della gravosità del compito e sapendo come non fosse assolutamente scontato riuscire ad approdare a risultati utili e neanche arrivare fino in fondo al nostro cammino. Per questo, in altra parte della Relazione, abbiamo parlato di “avventura istituzionale”. Siamo complessivamente soddisfatti dei risultati conseguiti che, ora, consegniamo, per il giudizio vero, che conta, a questo Consiglio e poi alla Città in tutte le sue varie espressioni.

    Al di là dei risultati conseguiti, il lavoro della Commissione ha rappresentato, soprattutto per i componenti più giovani politicamente, ma anche per gli altri, una “scuola” amministrativa, una sorta di corso formativo concentrato, che ha consentito di conoscere, meglio e in breve tempo, una parte non trascurabile della realtà comunale, il funzionamento della macchina burocratica, i regolamenti e le procedure che ne regolano l’azione, la complessità dei problemi e degli incastri, le risorse umane e strutturali di cui il Comune è dotato. Crediamo che questo sia da considerarsi un arricchimento di cui, oltre a beneficiare i consiglieri singolarmente, beneficerà ”in sapienza ed esperienza collettiva” l’intero Consiglio Comunale. Vi ringraziamo dunque per averne offerto l’opportunità.

    Un altro aspetto che va sottolineato è il clima maturo di dialogo e di compostezza che ha caratterizzato tante ore di riunione e dl confronto, insieme all’atteggiamento prevalente di fiducia innestatosi, a partire da quello riservato, anche nelle circostanze più difficili e controverse, nei confronti  del Coordinatore che, per questo trattamento, si è sentito e si sente onorato e lusingato. Oltretutto, per una commissione che si occupava di temi scottanti non era affatto scontato.

    Dicevamo all’inizio della scelta di non fermarci all’indicazione di guasti, delle anomalie e dei problemi. Abbiamo avanzato, come avete potuto constatare proposte, raccogliendo anche gli spunti e le sollecitazioni che ci sono venute, nel corso dei lavori. Toccherà eventualmente all’Amministrazione e, per la sua parte, al Consiglio decidere se almeno alcune di tali proposte meritino di essere trasformate in provvedimenti e decisioni. La necessità, che viene individuata come priorità dai nostri lavori, e alla quale dovremmo sforzarci di dare risposte è quella di riuscire virtuosamente a “fare sistema”. Di più e meglio. Del resto è stato riscontrato, da puntuali rapporti governativi, come proprio l’assenza di una dimensione di sistema è all’origine dell’inaffidabilità della pubblica amministrazione, in molte zone della Calabria. Ed è questa incapacità che produce o favorisce la corruzione. Reggio Calabria merita di segnalarsi per una diversa cultura amministrativa.

    Una importante precisazione , ancora, va fatta: gli argomenti e i casi riportati nella Relazione sono solo una parte di quelli trattati nel corso dei lavori. Quelli, in sostanza, che dopo un esame a largo raggio abbiamo ritenuto più significativi. Vi sono, poi, agli atti, documenti importanti, relativi a vicende che non abbiamo potuto approfondire, a causa della loro complessità che ci avrebbe portato lontano, se non fuori strada, o perchè, mentre ce ne stavamo occupando, sono approdate alla discussione in Consiglio Comunale.

    Tra i materiali vi sono, comunque, tutti i verbali delle riunioni, i report, anche fotografici, dei sopralluoghi, le trascrizioni integrali, sia in cartaceo sia in supporto informatico, di gran parte delle audizioni. Essi potranno servire a quanti di voi volessero andare alla fonte delle cose riportate e approfondire, attraverso lo studio o la semplice lettura, determinate problematiche, traendone magari altri spunti per il proprio lavoro istituzionale.

    Ci piacerebbe molto, a questo punto, che la relazione diventasse fonte di costruttiva discussione, saremmo invece mortificati se essa venisse banalizzata o venisse valutata “a spizzichi”, fuori dall’equilibrio d’insieme che la connota -. tra negatività e positività, denuncia e proposta – diventando oggetto di polemiche strumentali ed inconcludenti.

    Un’esigenza, sicuramente avvertita da noi e sollecitata da molti, è quella che la Relazione venga divulgata e fatta conoscere il più possibile dentro e fuori l’Amministrazione.

    Sta al Consiglio Comunale stabilire le modalità e gli strumenti per farlo. Se la conoscenza di un lavoro così impegnativo, al di là dei giudizi di merito, restasse ristretta entro ambiti limitati o venisse frettolosamente archiviata non avremo reso un buon servizio alla collettività. Avremo semplicemente, al di là delle stesse intenzioni, avallato il teorema secondo cui “delle cose rognose non ci si deve occupare o bisogna tenerle segretamente confinate”.

    Un ruolo importante in questa direzione ci aspettiamo che venga svolto dagli organi di informazione ai quali dobbiamo intanto dare atto della pazienza e della benevolenza con cui hanno tollerato i nostri silenzi, le nostre altalene e i nostri ritardi. E’ stato un esempio di maturità e di riguardo, non certo obbligato, che ci ha aiutato ad arrivare in porto senza eccessivo “mare forte”. Starà ora alla loro responsabilità ed etica professionale riportare e approfondire correttamente le vicende contenute in questa relazione. A tale scopo chiediamo al Consiglio di valutare la possibilità di garantire l’accesso per i giornalisti anche ai verbali e a quella parte non riservata dei documenti, allegati.

    Per finire vogliamo ringraziare il Presidente del Consiglio, i Consiglieri, l’Amministrazione, in tutte le diversificate espressioni , insieme a tutti coloro, cittadini denuncianti in primis, che in questi lunghi mesi hanno indirizzato, incoraggiato e accompagnato il nostro lavoro. Tra quelli più direttamente coinvolti, riteniamo doveroso citare l’inappuntabile Segretario della Commissione, signor Pedà e coloro, altrettanto bravi, che saltuariamente l’hanno sostituito (vedi Alessio Frangipane o il consigliere Pizzimenti); Insieme a loro citiamo coloro che ci hanno coadiuvato per il lavoro tecnico- operativo (vedi il dottor Demetrio Triglia) o ci hanno permesso di trasferire su strumenti adeguati le registrazioni ( consigliere Delfino).

    La Relazione, stesa e letta dal Coordinatore, sintetizza un lavoro collettivo effettuato, nell’arco del tempo dell’attività, da tutta la Commissione e riporta anche stralci di verbali e di audizioni. Oltre al lavoro del coordinatore, accoglie contributi dei consiglieri Canale, Cusumano, Falcomatà, Martino, Morisani, Pizzimenti, Rappoccio, Scarfone, Zimbalatti, per i capitoli :“anonimo reggino”, “lavori pubblici e la svolta della SUAP”, ”terreni pubblici “res nullius”, “l’articolo 22 e la sua applicazione pratica”, “articoli 22: dalla discussione alle proposte”, “quando il metano non ti da una mano”, “manutenzione, una realtà bituminosa, “i sottopassi dove non si passa”.

    Una battuta finale, per chiudere col sorriso, togliendoci anche  un fastidioso sassolino, la vogliamo riservare per un “titolo di notizia”, fin dai giorni dell’insediamento della Commissione, annunciato: “La montagna ha partorito un topolino”. Le cose, al tirar delle somme, crediamo non si possa dire siano andate così. Magari quella che avevamo di fronte non sarà stata una grandissima montagna ma certamente questo partorito non è un  topolino. Naturalmente il richiamo all’ impresa della frase, posta in testa a queste considerazioni finali, è del tutto ironica e autoironica.

    Grazie, soprattutto per la vostra pazienza, e…scusate il ritardo.                                                                                                                                                                                                                       

    Il COORDINATORE 

    Angelo (Nuccio) Barillà

    ___________________________

     

    I COMMISSARI

    Massimo Canale          ______________________

    Giovanna Cusumano   ______________________

    Monica Falcomatà       ______________________

    Demetrio Martino       _______________________

    Pasquale  Morisani,      ______________________

    Antonio Pizzimenti,     _______________________

    Antonio Rappoccio,     _______________________

    Beniamino Scarfone,    _______________________

    Antonino Zimbalatti     ___________________________