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    Sogas: E se hai le mani sporche, che importa, tienile chiuse…

    di Giusva Branca – “Quando il porco va al macello tutti accorrono col coltello” dicevano gli antichi che, come è noto, difficilmente sbagliavano.

    Nella commedia  della Sogas (che – come da robusta tradizione magnogreca – è diventata farsa ed è pronta a trasformarsi in tragedia) il cerino in mano resta ora all’Ente provinciale di Raffa che, insieme al management degli ultimi anni (da quando la Provincia di Reggio è divenuta socio di maggioranza), ha certamente delle grosse responsabilità per non essere riuscita ad evitare l’inevitabile.

    Ma è tempo di occuparsi dell’elefante nella stanza che in tanti, troppi, fanno finta di non vedere ma che ora, vista l’enorme quantità di cacca prodotta dall’elefante medesimo, non è più possibile ignorare.

    Lo sfascio della Sogas viene solitamente – e per carità di patria – analizzato guardando quasi esclusivamente alla voce “entrate”, a ciò che sarebbe potuto essere e non è stato, ai passeggeri in calo, ai mancati investimenti della Regione Calabria e compagnia cantando.

    Tutto vero, tutto giusto.

    Applausi.

    Ma ora, come si diceva a scuola, passiamo a geografia, anzi a storia.

    Eh si, perché la storia ci consegna non uno ma un branco di elefanti (e la cacca aumenta in proporzione) sotto forma di spese folli che nei decenni si sono semplicemente sommate tra di loro, al punto da fare scappare eventuali soci privati interessati ipoteticamente allo scalo (e nessuno si sorprenda se, sgombrata la stanza dagli elefanti) magicamente al prossimo bando si presentasse chi era introvabile fino a ieri.

    La Sogas (anzi la sua storia, appunto) si presenta come il paradigma più spinto  della clientela politica italiana, come la plastica rappresentazione della occupazione della politica che si mangia gli interessi pubblici per favorire quelli privati di pochi (i politici che favoriscono e i pochi privati che ricevono per poi ricambiare il favore, nella migliore delle ipotesi in termini elettorali).

    La pianta organica della Sogas è più che doppia rispetto ai parametri standard (ma questo tutti, proprio tutti hanno una paura fottuta di dirlo, perché in termini di “assumificio” da queste parti chi è senza peccato scagli la prima pietra), e ben prima della gestione attuale la Sogas del decennio precedente è passata alla storia (aridaje…) per la sua “generosità”.

    Le “spese di rappresentanza” di quando si era ricchi (col rosso a piè di lista che poi qualcuno ripianava) facevano impallidire anche coloro i quali erano ben abituati a vivere alla grande, gli stipendi e le consulenze fioccavano, il tutto senza che nessuno – seriamente – pensasse a un piano industriale in grado di stare in piedi una volta che, prima o poi, il paese di Bengodi avesse chiuso i battenti.

    E, come tipica abitudine del reggino, il piagnisteo, il frignare perché mamma (la Regione) vuole più bene all’altro figlio (leggi Sacal di Lamezia), pur se in parte legittimo, ha preso il sopravvento su qualunque taglio o razionalizzazione di spesa…e così, anno dopo anno, si è scelto di non scegliere optando, di fatto, per il baratro.

    Uno strano incrocio tra i musicisti che suonavano sul Titanic inclinato e Schettino ha portato la Sogas al punto in cui è oggi. Oggi, come è giusto, si tratta una gatta politicamente da sbrogliare da chi ha accettato onori ed oneri, potere e cerini accesi, ma, se, sul piano strettamente aziendale, le responsabilità di non aver trovato il bandolo della matassa per uscire dal coma possono essere attribuite agli ultimi anni di gestione, quelle relative all’aver creato e intrecciato ben bene la matassa stessa vanno ricercate nel tempo, perché, è ben vero che “fino a quando c’eravamo noi funzionava tutto”, come si dice in questi casi, ma è altrettanto vero che gli ispettori dei telefilm polizieschi ritenevano che “finchè il ladro è dentro la gioielleria non manca mai niente……”

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