Riceviamo e pubblichiamo-
Ricorre il quarantennale della morte di Pepè Canale, uno dei più talentuosi ciclisti calabresi di tutti i tempi.
Pepè è stato un passista d’eccezione, con un temibile spunto in volata : 102 vittorie in carriera, tra cui le più prestigiose gare in linea nazionali tra i Dilettanti e finanche una tappa del XVI Giro di Sicilia tra i Professionisti.
Ad oggi, salvo errori, dovrebbe essere l’unico successo di un reggino nella massima categoria.
Comincia a pedalare grazie ad una bici da corsa comprata dalla madre, all’insaputa del padre. Con il corrispettivo della vendita di un raccolto di banane autoctone, la Sig.ra Antonia Crucitti regala a Pepè la sua prima bici da corsa.
Il giorno dopo, un amico invita Mico Canale, imprenditore agricolo di San Giorgio Extra, ad assistere ad una gara “per non tesserati”. Nell’occasione si mette in luce un giovane che, staccati i rivali appena qualche centinaio di metri dopo la partenza, conduce l’intera corsa in solitaria, infliggendo pesanti distacchi agli inseguitori.
Mico Canale chiede all’amico Bruno Laganà chi è quel ragazzo che lo ha impressionato per autorevolezza e forza fisica : “tuo figlio Pepè”, la risposta !
Anzichè compiacersi per l’accaduto, Mico si adombra con l’amico e, dopo, con la moglie, per aver tramato alle sue spalle. In pari tempo, invita il figlio a non perdere tempo con la bicicletta ed a dedicarsi fattivamente alla gestione dell’azienda familiare.
Il testardo Pepè comincia, perciò, ad allenarsi nei ritagli di tempo, sempre all’insaputa del padre e, soprattutto, inizia ad inanellare un successo dietro l’altro nelle competizioni locali.
Finalmente anche Mico si rassegna al cospetto della passione del figlio ed acconsente al tesseramento presso il Centro Sportivo Italiano, con il “Pedale Reggino” e qualche tempo dopo con il “Velo Club Reggino”.
Nel frattempo, per Pepè i circuiti locali diventano stretti, spadroneggia difatti in lungo e largo nelle corse provinciali. Addirittura, durante la Coppa “Serse Coppi” di Cataforio, dopo cinque forature, giunge primo al traguardo con una bici da passeggio fornita da un tifoso presente a bordo strada.
Diventa, peraltro, campione calabrese allievi su strada. Titolo che conserva per tutti gli anni, prima di salire di categoria.
Una volta superate le resistenze del padre, non avendo più rivali in Calabria, decide di trasferirsi a Niguarda per misurarsi con realtà sportive più complesse e con atleti di diversa caratura.
Inizialmente viene ospitato da un amico reggino del papà, tale Pippo Fascì, che riesce a mettergli a disposizione, come prima residenza, il sottotetto della sua bottega di barbiere; successivamente grazie all’amico di una vita, Mario Delfino, trova una definitiva sistemazione abitativa.
Con la “S.C. Niguardese” partecipa alle più importanti corse in linea tra i c.d. “puri”, ovvero i Dilettanti, mietendo una messa impressionante di successi anche in tale categoria.
Nella metà degli anni ’50 si impone alla ribalta nazionale con una serie di prestigiosissime vittorie : il “Gran Premio Industrie e Commercio”, del 1954; la “Milano-Asti” e la “Binda” del 1955; a voler trascurare il titolo di Campione Calabrese Dilettanti, mantenuto per tre anni.
Il 22 giugno 1958 partecipa e vince il “G.P. Alemagna”, impressionando l’interessato Giovanni Proietti, il quale si è così espresso : “ha una pedalata facile, questo ragazzo si farà onore”.
Il 29 giugno 1958 si impone a Valeggio sul Mincio, nella prima delle tre “indicative” organizzate dalla Federazione Italiana, per la selezione della Nazionale Dilettanti in vista dei Mondiali a Reims. A 50 chilometri dal traguardo “Canale parte come una schioppettata, gli resiste un solo concorrente, poi con un guizzo irresistibile si aggiudica la gara”. Il 7 luglio 1958, il CT convoca espressamente Canale e gli altri azzurrabili per la terza prova indicativa a Lugo di Romagna.
All’esito dei tre test pre-convocazione, il ciclista reggino è uno degli atleti più accreditati a vestire la maglia Azzurra. Tuttavia, anche a causa di un non grave infortunio riportato una settimana prima della competizione iridata, il CT Proietti decide di non inserirlo neppure tra le riserve, provocando un sentimento di sdegno tra gli addetti ai lavori (oltre alle vivaci e comprensibili proteste del popolo calabrese).
A distanza di pochi mesi dalla delusione, ci pensa Gino Bartali a tirare su il morale di Pepè e, soprattutto, a rendere omaggio al suo indiscutibile talento.
Il Ginettaccio nazionale, già Direttore Sportivo della San Pellegrino, ha il compito di selezionare i migliori Dilettanti italiani, per valorizzarli, in linea con la strategia dello sponsor, e proiettarli nel circuito dei Professionisti; nell’occasione, inserisce nella rosa dei papabili anche il passista reggino : “Bartali ha fatto giustizia” questo il titolo di uno dei tanti articoli apparsi all’epoca, perchè “con il suo invito rivolto a Canale, ha voluto dare pubblico riconoscimento delle considerevoli doti di cui è fornito il ciclista reggino”.
Ovviamente Pepè aderisce, con orgoglio, alla chiamata e diventa così Professionista, sotto la sapiente guida tecnica ed umana di Bartali.
Il 1959 è un anno da incorniciare : giunge al traguardo del XX Giro Ciclistico della Provincia di Reggio, osannato dai conterranei; vince la Trapani-Palermo, sesta ed ultima tappa del XVI Giro di Sicilia (che, salvo errori, resta l’unico successo di un ciclista reggino tra i Professionisti).
“E’ una vittoria tutta nostra quella di Canale, un successo che ci esalta e non solo perché Pepè Canale è un atleta caro al cuore di tutti gli sportivi meridionali…ma perchè come molti nostri conterranei è stato costretto ad emigrare al Nord per coltivare il suo talento”.
Parte la carovana del 42° Giro d’Italia e con essa gli entusiasmi, le speranze ed i sogni dei tifosi reggini. Purtroppo, ancora una volta, è in agguato la malasorte; nel corso della tappa Napoli-Vasto, un cane attraversa la strada proprio mentre transita un gruppetto nel quale è presente anche Pepè Canale che, non riuscendo ad evitare l’impatto con l’animale, rovina a terra … risvegliandosi in Ospedale.
Poco tempo dopo, alla ripresa dell’attività agonistica un’altra tegola si abbatte sul ciclista reggino : gli viene riscontrata una seria lesione al tendine di Achille, da ridurre con intervento chirurgico, all’epoca decisamente complicato e con tempi tempi di recupero molto lunghi.
Decide così di chiudere una carriera breve, ma intensissima, che rimarrà, per sempre, scolpita nella storia del territorio, non solo per i trofei messi in bacheca, ma per quelle pedalate disincantate, sincere e polverose, figlie di un’epoca tanto, troppo lontana
Il 20 luglio 1982 (a circa 10 giorni dalla vittoria del magico Mondiale di calcio che Pepè ha seguito dal letto), la sindrome di “Ski e Dregher”, male lento e inesorabile, che atrofizza gli arti … lo batte in volata, per come mirabilmente chiosato dal poeta vernacolare Paolo Lacava che, nella lirica Ti Ricordi Pepè, lo definisce campione di ciclismo e di bontà.






