di Isidoro Pennisi – Il primo dovere di una Università è quello di attrarre, educare dei giovani diciottenni, addestrarli all’intelligenza, formare in loro una capacità civile d’interpretare ruoli e mansioni intellettuali e, nel caso di una Università Meridionale, di motivarli a un maggiore radicamento alla loro Terra d’origine, senza nascondere le difficoltà, ma impegnandosi ad aumentare in essi la tenacia culturale, necessaria per confrontarsi con le difficoltà. Gli altri compiti, seguono a questo, e chi non concorda su questa sequenza può fare a meno di continuare a leggere.
In questo senso, quindi, il numero, la quantità, la dimensione demografica, che compone una comunità universitaria non è assolutamente meno importante della qualità. Illusoria, per certi versi primitiva, è quell’idea di una qualità a scapito della quantità, che al contrario fu la base della volontà Federiciana (ancora leggibile negli editti regali fondativi, dell’Università Federico II di Napoli, disponibili in lingua italiana) di andare oltre ciò che a quel tempo già esisteva, e cioè un’Università in cui si svolgeva un’elementare trasmissione di mestieri tra chi professava e chi lo avrebbe fatto. Questo già lo si faceva a Bologna, a Pavia come alla Sorbona, che altro non erano che luoghi dove, a pagamento, persone che praticavano un mestiere intellettuale, vendevano le loro conoscenze a chi lo voleva fare in futuro. L’Università non serve più a questo da quando, a Napoli, fu fondata una Università diversa, con finalità più alte, che mirano a dotare le comunità di personalità capaci di fungere da cinghia di trasmissione di progetti politici e comunitari ambiziosi, in cui il tempo è superiore allo spazio, l’unità è maggiore rispetto al conflitto, la realtà è superiore all’idea, il tutto è più rilevante della parte.
L’Università Mediterranea, che da giorno 18 andrà ad eleggere un nuovo Rettore, compie quest’anno anche quarant’anni, e non sarebbe ancora qui, se a quel tempo (Agosto 1982) questi quattro principi, cui accennavo sopra, non avessero fatto parte della cultura e delle capacità degli esseri umani che ne avevano la responsabilità. 1) Se il tempo non fosse stato superiore allo spazio, le strutture temporanee e precarie dove centinaia di studenti si recavano a lezione, sarebbero state inadeguate, mentre la sede di Via Cimino, nella sua modestia, fu avamposto da difendere, per attendere attivamente l’arrivo delle strutture che conosciamo. 2) Se la ricerca d’unità non fosse superiore al conflitto, e se il tutto non fosse superiore alla parte, gli interessi locali e quelli non locali, che confliggono per ovvi motivi endemici, avrebbero cercato e trovato lo scontro, mentre siglarono un’inaspettata unità d’intenti. 3) Se la realtà non fosse stata superiore all’idea, la natura della facoltà d’architettura, i suoi affascinanti principi ispiratori, le sue ideali aspirazioni avrebbero soggiogato l’articolazione necessaria di un Ateneo che doveva invece cercare dimensioni corrispondenti alle esigenze e alle possibilità, evidenti già in quel momento storico, tanto da ritagliare, in prospettiva, uno scenario politecnico legato alle questioni ambientali, già a quel tempo intuibili e definibili, e ancora adesso non perseguiti come si dovrebbe.
La situazione attuale può essere descritta, come sempre, nelle sue luci e nelle sue ombre. Chi denigra in negativo o enfatizza in positivo una realtà, è il principale problema della realtà stessa, nel miscuglio di veleno civile e millantato credito che realizza. L’Università Italiana, e quella di Reggio Calabria, per alcune particolarità incisive, ha un problema annoso e nel tempo peggiorato. Ciò che è in crisi, è il principio e la funzione primaria di una struttura universitaria, e cioè il rapporto tra ciò che offre (spazi, logistica, personale, strutture, didattica, servizi) e gli studenti che la frequentano e si laureano, che in questo momento, in molti casi, compreso quello di Reggio Calabria, potrebbero
renderla non essenziale. Una situazione che va avanti da anni, che invece d’essere affrontata, è stata aggirata o ampliando creativamente l’offerta formativa o concentrando investimenti e risorse sulla ricerca, immaginando che questi due elementi fossero il traino ad un necessario aumento delle iscrizioni. Due soluzioni che hanno il difetto di non avere alcun legame con il problema, che al contrario deriva dalla reputazione dell’Università in generale e delle sue strutture territoriali, in particolare, che non dipende dalla posizione in una banale graduatoria (in Italia o nel Mondo) e sulla conseguente retorica, e nemmeno da vicende transeunti (giudiziarie o di altro genere) ma dalla qualità dell’esperienza che lascia in chi la frequenta, riportata all’esterno per come l’ha vissuta. Ogni studente soddisfatto di aver svolto gli studi in una Università, attrae un certo numero d’iscritti potenziali, mentre uno studente insoddisfatto ne allontana almeno un numero identico.
Chi mette in dubbio questa elementare evidenza, spesso è chi ha già fallito ripetutamente, visti i numeri e i risultati, diventando ovviamente parte del problema, e responsabile diretto di un clima generale che non soddisfa gli studenti che passano anni nelle nostre aule. I dati sono chiari e senza attenuanti, se non ridicole, prive di fondamento, spesso fantasiose. Questi dati dicono che decennio dopo decennio, in Italia, pur aumentando spazi, logistica e costi, gli iscritti sono sempre pericolosamente pochi rispetto ad altri Paesi. Questo è un fatto, e non si spiega se non interrogandoci sulla nostra autorevolezza, nel rendere seria ma gioiosa, umana ed entusiasmante, diffusamente accessibile, un esperienza come questa, che gli esseri umani fanno una volta sola, quando la fanno. L’Università, e in particolare quella di Reggio, non può essere una macchina burocratica, un percorso ad ostacoli per chi la frequenta, un luogo dove sorgono continuamente problemi, un’Agenzia Promozionale dei Docenti, della Scienza e della Cultura. Questo problema non è accessorio, tra l’etico e il comportamentale, nel personale che anima le Università, ma un problema di politica universitaria, non nuovo, ma che nella nostra Università di Reggio ha raggiunto un livello che la struttura non sopporta più, e che il nuovo Rettore dovrà porre come perno della sua azione, allargando lo sguardo anche alla città. Anche la città, infatti, non più stimolata, in maniera lucida, a una collaborazione finalizzata a creare un clima urbano positivo, di supporto agli studi universitari, ha lentamente ma inesorabilmente messo una distanza con l’Università. Non esiste una strategia condivisa mirata a sostenere misure e iniziative che rendano desiderabile studiare a Reggio, sia in campo logistico, sia in quello culturale, sia in ambito ricreativo. Non sarà un Rettore, da solo, a cambiare il quadro che ho provato a descrivere. E’ la comunità accademica che dovrebbe cercare in se stessa, una delle qualità più importanti, e cioè quella di farsi ragione di un fatto semplice, elementare, duro: le cose importanti hanno la caratteristica d’avere la necessità della disponibilità di persone che le inizino, coscienti del fatto che non ne potranno godere gli esiti. Io credo che ognuno di noi abbia questa capacità, forse seppellita dagli anni, dissimulata da umani interessi, ma reputo che questo è il momento per rinverdirla e rimetterla in gioco, ognuno per come sa, e per come deve.






