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    Reggio Calabria – Sparacino e “La leggenda del pianista sull’Oceano”: “Storia ricca di sentimenti, musica e coraggio”

    di Grazia Candido –  Un testo travolgente ed appassionante “La leggenda del pianista sull’Oceano” di Alessandro Baricco, sarà in scena al cine teatro “Il Metropolitano” domenica 7 Novembre ed aprirà la prima stagione dell’Officina dell’Arte (quella al teatro “Francesco Cilea” è invece programmata per il 18 Dicembre e ad alzare il sipario ci penserà l’attore Alessandro Idonea, figlio dell’indimenticabile Gilberto, con la commedia “U sapiti com’è) che ha scelto e voluto il bravissimo modicano Alessandro Sparacino pronto a ricreare le atmosfere e i luoghi del Novecento italiano. Insieme al protagonista, un interprete intransigente e meticoloso sulla scena, cerchiamo di scoprire qualcosa su uno spettacolo coinvolgente che, in un atto unico, sicuramente, toccherà i cuori degli spettatori.

    Riprendendo il celebre monologo teatrale “Novecento”, porterai il pubblico in un’epoca ormai scomparsa per sempre ma, soprattutto, racconterai l’essere umano in un mondo sempre più vasto e caotico.
    “Siamo sul Virginian, un piroscafo che negli anni tra le due guerre, faceva la spola fra l’Europa e l’America. A bordo, si esibiva ogni sera un pianista straordinario, capace di suonare melodie mai sentite. Si chiamava Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, era nato su quella nave e non era mai sceso, non aveva mai messo piede a terra. Novecento si realizza e si annulla con la musica, vive sospeso tra il suo pianoforte ed il mare, dal quale non troverà mai la forza di separarsi. Attraverso i personaggi, racconto la grande amicizia tra un trombettista che si trova sul piroscafo e Novecento che per raggiungere un compromesso con la vita, preferisce disarmare i propri sogni, non affrontare e superare le proprie paure. E’ un racconto sempre attuale, ricco di sentimenti, musica e coraggio”.
    Sicuramente, è una storia intrisa di passione ma è anche la storia di ogni uomo perché tutti, un giorno, dovremo dire di sì a qualcosa di cui non si conosce il finale.
    “Non possiamo darla vinta alle paure, dobbiamo affrontarle. Questo spettacolo lo porto in giro in tutta Italia ormai dal 2001 e continuo a farlo perché al di là di essere una bellissima storia di amicizia, è la parafrasi di noi artisti: ci rifugiamo sempre in qualcosa che non è il mondo reale e il personaggio Novecento fa proprio questo perché sta bene dentro la nave ma, al di fuori di essa, diventa tutto troppo grande. L’esterno, il mondo vero gli fa paura. Ciò che non conosciamo, spesso, ci spaventa e fuggiamo. Quello che viviamo noi, che vive ogni uomo, è di tenere a bada ciò che disconosciamo e lo facciamo per proteggerci e mantenere l’equilibrio trovato”.

    Come ti sei trovato ad indossare i panni di due personaggi che, nella loro diversità, incontrandosi sono riusciti a legare due mondi così vasti come la musica e il mare?
    “In ognuno ho messo tutto me stesso. Novecento, avendo vissuto sempre a bordo di un transatlantico, è diventato la mascotte dell’equipaggio mentre il trombettista che narrerà la storia, mostrerà quel lato tenero e indifeso dell’amico pianista che non riuscirà a scendere da quel mondo finito, non riuscirà ad abbandonare gli ottantotto tasti del suo pianoforte. La storia ha degli alti e dei bassi, momenti di grande ilarità per il modo in cui è anche raccontata ma ci sono delle parti davvero emozionanti. Alla fine, i due sono costretti a salutarsi perché il trombettista deve scendere dalla nave ma quell’addio, se lo diranno in musica. E sarà un momento toccante. Se nelle prime tournèe, il copione aveva una messa in scena molto costruita ed elaborata, oggi, questa è stata snellita e viene dato più spazio alla parola”.
    E di questa sinergia con l’Oda che mi dici?
    “Ho conosciuto Peppe Piromalli durante il lockdown e, insieme ad altri 40 artisti italiani, ci siamo cimentati nella “Lunga prova”, un esercizio di civiltà che ha mantenuto vivo in maniera diversa, il teatro. Con il direttore artistico dell’Officina dell’Arte è nata una grande amicizia, provo un profondo rispetto e stima nei confronti di un operatore culturale che fa una cosa non facile: creare stagioni teatrali di livello, scontrandosi contro una lenta burocrazia e i tanti problemi che sorgono quando si stila un cartellone, non è cosa da tutti. Ma la sua forza è la passione e l’amore che ha per questo lavoro e il desiderio sempre vivo di fare felice una marea di gente che ha voglia di tornare a teatro. Con queste due kermesse, Peppe ha cercato di accontentare tutti e ha fatto tante scommesse. Una sono io: ho l’onere e l’onore di aprire la stagione al Metropolitano ma, sono sicuro, che con questa sinergia riusciremo a vincere”.
     Ai reggini invece, vuoi lasciare un messaggio?
    “Il Covid ci ha fatto sicuramente del male ma ci ha unito di più, abbiamo scoperto tante cose che sottovalutavamo e toccato i nervi che avevamo coperto. Oggi, c’è più voglia di scoprire e vivere. Il teatro è famiglia e qui, si può trovare quell’atmosfera domestica, quella che sapevano creare le nonne quando raccontavano la favola al nipote. E’ la strada giusta per avvicinare il pubblico al teatro e gli artisti al pubblico. Dobbiamo prenderci per mano e camminare di nuovo insieme”.