Faccio parte di quei trentottomila italiani sfigati, un migliaio in Calabria, che ogni anno si beccano un tumore alla prostata. Fin qui, nulla di strano: prima o poi, lo dice la scienza, ci si ammala, e spesso si muore, soprattutto di cancro e patologie legate al sistema cardiocircolatorio.
La notizia è che, contrariamente all’oncologo del “Pascale” di Napoli, anche lui con un tumore alla prostata e pronto qualche mese addietro a seminare il panico tra tutti i pazienti del Meridione con le sue dichiarazioni alla stampa, io ho scelto in maniera totalmente opposta: ho preferito operarmi nell’ospedale della mia città, affidandomi ai medici ed infermieri della divisione di Urologia del “Bianchi Melacrino Morelli”. Semplicemente perché anche nel nostro ospedale esistono le competenze professionali, mediche, le strutture e le attrezzature tecnologiche per tirarti fuori dai guai con risultati pressoché identici ai grandi Centri ospedalieri che si occupano dello stesso problema.
E, a circa due mesi dall’intervento di prostatectomia radicale, avvenuto con l’ausilio del chirurgo-robot “Da Vinci”, ho buone speranze di rientrare, lo dice ancora una volta la scienza, in quel novantasei per cento di pazienti che guariscono totalmente dalla malattia, senza peraltro presentare quegli effetti collaterali che terrorizzano gli uomini, cioè incontinenza ed impotenza, e senza necessità di sottopormi, al momento, a sedute di radioterapia adiuvante. Non ho ancora vinto, probabilmente dovrò fare dei controlli costanti per anni, ma tutto lascia supporre che la mia sfiga abbia smesso di perseguitarmi, almeno in questo caso.
Ma cosa aveva affermato nel marzo scorso il dottore Antonio Marfella nell’intervista rilasciata (e da lui stesso sollecitata) al Corriere del Mezzogiorno e poi ripresa in prima pagina da Repubblica, Corriere della Sera e da altre testate nazionali? Semplice: aveva deciso, gridandolo a tutto il mondo, di volersi curare all’Istituto europeo di oncologia di Milano manifestando tutta la sua sfiducia non solo per l’attività del proprio ospedale ma per tutte le strutture ospedaliere del Meridione. I motivi riportati da Marfella sono apparentemente ineccepibili. Ma i numeri che Marfella indica come garanti della sicurezza e della affidabilità di una struttura sono solo opinioni personali. In realtà già dalla fine del 2015 si è riunita una commissione internazionale che ha valutato e indicato in un lavoro pubblicato su “Oncology Hematology”, una rivista ad alto impatto scientifico, non solo i numeri ma anche gli standards, le condizioni strutturali e le attrezzature per attuare una “Prostate Cancer Unit”, cioè una struttura presso la quale un paziente affetto da cancro della prostata è diagnosticato, curato e controllato in modo corretto e completo con tutte le metodiche che la scienza e la tecnologia mette oggi a disposizione: Ebbene, il Grande Ospedale Metropolitano “Bianchi-Melacrino-Morelli” ha tutti i parametri richiesti e ha già organizzato il gruppo multidisciplinare per i tumori urologici che periodicamente mette a confronto i vari specialisti sui casi più importanti di pazienti curati nel nostro ospedale. L’oncologo Marfella, tra l’altro, non dice tante cose: in questo campo, per esempio, così come si legge in diverse ricerche e studi scientifici, ciò che più conta è l’esperienza e la manualità del chirurgo, sia che si tratti di chirurgia robotica che per le altre forme più tradizionali di chirurgia. Oltre al fatto che la robotica, e quindi tutta l’organizzazione tecnico-scientifica che gira intorno per farla funzionare al meglio, non è appannaggio solo dell’istituto milanese: in Italia, se pur mal distribuiti, operano 96 robot-chirurghi “Da Vinci”, una sorta di evoluzione della chirurgia laparoscopica con quattro “braccia” che vengono inserite nel corpo tramite piccoli fori: uno porta la telecamera 3D ad alta definizione, gli altri servono per gli strumenti operatori e sono “mani” che possono ruotare di 360 gradi, guidate dal chirurgo in carne e ossa seduto alla console di comando. Innegabili i benefici rispetto alla chirurgia tradizionale ed anche a quella laparoscopica, “Con il robot la probabilità di sequele con un impatto sulla qualità di vita del paziente scende, perché lo strumento consente di ingrandire varie volte l’immagine del campo operatorio, che risulta nitido e pulito, e di compiere movimenti impossibili per la mano umana”, “l’intervento robotico è rapido e così preciso da ridurre moltissimo il rischio di recidive, perché grazie a una visione amplificata del campo operatorio ci si assicura che venga asportato tutto il tessuto malato”. Alle (infelici) dichiarazioni dell’oncologo partenopeo, una su tutte la replica di Attilio Bianchi, direttore generale dell’Istituto tumori di Napoli il quale, nell’esprimere «umana comprensione al dottore Marfella che in quanto paziente ha il diritto di scegliere in piena libertà il luogo dove ricevere le cure», ritiene la scelta di rilasciare l’intervista «un ingiustificato, ingeneroso e gratuito discredito per l’istituzione nella quale egli lavora da oltre trent’anni e che ogni giorno si prende cura di tanti uomini e donne colpiti dal cancro. Le sue parole feriscono tutti noi, ma soprattutto quanti si affidano alle cure del nostro istituto. Esse non ci debbono indurre a reazioni impulsive, ma debbono invece essere l’occasione per spiegare meglio quanto stiamo facendo e quanto cresceremo. Nessuno ci fermerà, ci spinge l’urgenza di sconfiggere il cancro».
La decisione, quindi, di raccontare la mia diretta esperienza, pur rispettando la decisione dell’oncologo napoletano che come tutti aspira alle migliori cure per la propria salute, vuole dimostrare che anche al Sud, nell’ospedale metropolitano di Reggio Calabria, cosa che all’oncologo napoletano probabilmente è sfuggita, funziona a pieno ritmo il chirurgo-robot “Da Vinci”, utilizzato da eccellenti professionisti e con possibilità di cure pressoché identiche ai grandi Centri d’eccellenza, Un’eccellenza vera, quella reggina, tanto da proporsi, con la benedizione della EAU (European association of Urology) come Centro di addestramento urologico internazionale (Centauri), una sorta di hub di addestramento e valutazione di livello internazionale con il prestigioso patrocinio diretto della EAU European Section of Uro-Technologies e della EAU European School of Urology. Tutto questo in mezzo ad una sanità regionale, la nostra, completamente a pezzi. E proprio in questo sfascio della sanità in cui non si riesce a trovare la fine, ecco qualcosa che vale la pena di essere raccontata, proprio perché poco conosciuta ma maledettamente utile per chi ne avesse bisogno.
Per fare un esempio, io che da più di vent’anni mi sono occupato prevalentemente di sanità sulle pagine della Gazzetta del Sud prima e poi su quelle del Quotidiano della Calabria, oggi Quotidiano del Sud, ho raccontato il paradosso di decine di persone che alla fine degli anni Novanta e primi anni del Duemila si recavano nelle strutture ospedaliere del Nord per le cure contro la leucemia. Pazienti che arrivati nelle divisioni di ematologia dei diversi ospedali della Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio, spesso si sentivano dire: “Ma perché siete venuti da noi quando a Reggio Calabria la divisione di Ematologia adotta gli stessi nostri protocolli terapeutici, ormai standardizzati?”. Da allora sono passati molti anni e nel momento in cui sono passato dall’altra parte come paziente oncologico, circa cinque mesi addietro, ho cominciato a mettere a fuoco la mia memoria decidendo infine, dopo aver un po’ barcollato per le dichiarazioni del dottore Marfella, di affidarmi all’ospedale della mia città, al direttore dell’Unità operativa complessa di Urologia e trapianti di rene dell’Azienda ospedaliera reggina, Pietro Cozzupoli, ed ovviamente a tutta la sua equipe. E non perché lo conosco fin da ragazzino, non foss’altro per il semplice fatto d’abitare vicini e frequentare la stessa parrocchia, quella della Candelora. Ma perché lo rincontrai dopo decenni, ambedue in ruoli diversi (io giornalista, lui chirurgo e direttore dell’U.O.C dell’Urologia dei Riuniti) nel momento in cui i trapianti di rene, e lui è stato tra i pionieri in Calabria, occupavano le prime pagine dei giornali. Mentre adesso, grazie proprio alla costante opera di una meravigliosa macchina organizzativa ormai standardizzata, i trapianti di rene a Reggio sono diventati routine e, inevitabilmente, non fanno più notizia. Seguii tutte le sue attività, (la Divisione di urologia reggina fu tra le prime in Italia ad applicare la laparoscopia in campo urologico, tanto da essere considerata tra i Centri nazionali più qualificati), come pure quelle dei suoi diversi colleghi di altre specialità, sempre all’interno delle strutture sanitarie pubbliche ospedaliere, raccontandone le difficoltà, le speranze, i successi ma anche gli scandali e le inefficienze. E tra un mare di ricordi ecco quello che vede Pietro Cozzupoli battere i pugni, fin dai primi anni del 2000, sulla scrivania di tutti i direttori generali, evidentemente con scarsa fortuna, per sollecitare l’acquisto del robot Da Vinci per la sala operatoria reggina. Acquisto avvenuto poi, nell’ottobre del 2016 da parte dell’attuale direttore generale Frank Benedetto che almeno può vantare, nello sfasciume generale della sanità regionale, i conti in ordine. Cosa che probabilmente gli ha consentito di investire, perché di investimento si tratta dal momento che è l’unico al momento in Calabria, circa quattro milioni di euro tra manutenzioni varie ed aggiornamenti tecnologici per l’acquisto del robot Da Vinci. Oggi nel blocco operatorio reggino sono diversi i chirurghi che lo utilizzano non soltanto per l’Urologia ma per un sempre maggior numero di interventi. E l’importanza del robot Cozzupoli l’aveva capito fin dall’inizio, ribadendola in varie occasioni, incontri scientifici a livello nazionale e internazionale, sottolineando la necessità di non retrocedere davanti all’innovazione, perché in un attimo ti ritrovi, nella sostanza, un ospedale di serie C. Questo è uno stralcio delle sue dichiarazioni in veste di presidente del 32simo Congresso della Società d’Urologia che io raccolsi per Strill.it nel mese di giugno del 2014. “Dobbiamo uscire da questo ghetto in cui politici poco lungimiranti e burocrati inefficienti ci hanno relegato dietro un falso problema economico, basta andare a vedere come si spendono le risorse. Si è creato un piano di rientro che rappresenta una tragedia per la nostra sanità, creando una paralisi nel settore della ricerca e dell’assistenza. E’ chiaro che se un paziente trova un modo migliore per essere curato andrà sicuramente fuori dalla nostra regione. Perché se non si sta al passo con i tempi la gente giustamente sceglierà altri luoghi dove curarsi”.
E lui al passo con i tempi c’è sempre stato, animato da una sincera passione per il suo lavoro, aggiornandosi costantemente e soprattutto, al contrario di qualche camice bianco “so tutto io e solo io”, capace di condividere con tutti i colleghi il suo sapere, la sua esperienza e quindi l’uso delle nuove tecnologie, soprattutto quelle riconducibili all’utilizzo del robot Da Vinci. Senza dire nulla, nonostante le polemiche del momento, mi sono affidato volentieri a lui. E la mia è stata una trafila normale, come quella degli altri pazienti conosciuti nel corridoio della segreteria dell’Urologia: un percorso diagnostico-terapeutico durato circa tre mesi e che alla fine si è concluso con l’intervento chirurgico.
Sulla mia personale esperienza della malattia, sullo scoprirsi vulnerabili, preferisco non parlarne. Anche perché potrebbe essere tranquillamente sovrapponibile a tante altre, compresa quella raccontata da Valerio Mastandrea in “Linea Verticale”. Ed in ogni caso è nulla in confronto alle tante persone che ho conosciuto in questi lunghi mesi di frequentazione in ospedale: pazienti che tra tante sofferenze hanno combattuto e combattono ogni giorno pur sapendo, per alcuni di loro, di un verdetto per nulla favorevole. Mi piace solo ricordare il testo di una bellissima canzone dal titolo “Poema” scritta da una icona della musica brasiliana, Agenor Miranda Araújo Neto, detto“Cazuza”, morto prematuramente nel luglio del 1990 all’età di 32 anni per complicanze dovute all’Hiv. Un testo ed una musica bellissimi che in un momento difficile, poche ore dopo l’intervento, chi mi stava accanto, sentendo i miei lamenti per un corpo diviso tra catetere e drenaggio da una parte e flebo, terapia antidolore e sacca di sangue dall’altra, mi fece ascoltare infilandomi un auricolare ed abbracciandomi dicendo: “Ascolta, è la tua preferita”. Il testo fa così: “Hoje eu acordei com medo, mas não chorei, nem reclamei abrigo. Do escuro, eu via o infinito sem presente, passado ou futuro. Senti um abraço forte, já não era medo. Era uma coisa sua que ficou em mim E que não tem fim”. (d.g.)





