
di Daniela De Blasio* – Non c’è società al mondo dove le donne non incorrano quotidianamente in violenze che impediscono di prendere parte alla vita sociale
e di realizzare i loro sogni. Si tratta di una delle più vili e barbare violazioni dei diritti umani e colpisce milioni di donne ogni anno.
Il 25 novembre serve a ricordare proprio questo, con la speranza, l’auspicio che le generazioni future, i nostri figli, non abbiano più bisogno di celebrarlo. Gran parte della violenza sta proprio nella mancanza di cultura e nell’ignoranza di colui che si erge a signore e padrone. Troppo spesso la casa è culla di tale violenza. Il focolare che tante donne affannosamente cercano si trasforma in un incubo dalle proporzioni inimmaginabili, in ogni classe sociale e in ogni fascia d’età. La violenza contro le donne è trasversale, si manifesta sotto diverse forme, anche in contemporanea. Può essere fisica, psicologica, economica e sessuale.
La violenza contro le donne è purtroppo sempre un tema di grande attualità. Basti pensare che in Italia la violenza domestica è la prima causa di morte per le donne tra i 16 e i 60 anni. In pratica si registra un omicidio in famiglia ogni due giorni, e in 7 casi su 10 la vittima è proprio una donna. Sono 6 milioni e 743 mila le donne che nel corso della vita sono state vittime di una violenza fisica o sessuale. La maggior parte di queste violenze arrivano dal partner (come il 69,7% degli stupri), o dall’ambito familiare. Purtroppo solo il 18,2% delle donne è consapevole che quello che ha subito è un reato, mentre il 44% lo giudica semplicemente qualcosa di sbagliato e il 36% solo qualcosa che è accaduto. Infine, oltre il 90% delle violenze, non è mai stata denunciata per paura, per ricatti, o per salvaguardare i figli.
Nella mia esperienza di Consigliera di Parità ho assistito e raccolto denunce di tante discriminazioni subite dalle donne, spesso anche sul posto di lavoro in ragione del sesso. Ho sempre pensato che le donne posseggano un bagaglio di specificità che le rende uniche in determinati settori lavorativi. Nonostante ciò la disoccupazione femminile segna ancora le percentuali troppo alte. Solo un mix integrato di politiche conciliative potrà sostenere la domanda di lavoro femminile, evitando la dispersione di competenze sociali e professionali di giovani donne sempre più istruite.
Oggi mi sento di dover ringraziare tutte le associazioni che vivono e combattono questa sporca realtà di violenza. Sono proprio loro, con tutti i volontari, gli artefici del cambiamento che in piccolissima parte, ancora, sta avvenendo nella cultura dell’uomo.
Certamente siamo consapevoli che la donna vive tuttora il peso di una cultura fortemente maschilista che la dipinge soltanto come procreatrice, massaia, fornitrice di prestazioni sessuali, semplice merce di scambio o da esposizione. E questa la cultura che bisogna estirpare.
Ed è per questo motivo che le pari opportunità vanno considerate come un progetto a lungo termine, fondato sull’azione sinergica delle parti coinvolte.
*Consigliera di parità della Provincia di Reggio Calabria




