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    ‘Ndrangheta e massoneria: i governatori della Calabria per il ‘Nano’ e Virgiglio

    Sconti per nessuno. Gli scenari che dall’inchiesta Mamma Santissima, coordinata dalla Dda di Reggio Calabria, si profilano sono numerosi e riguardano gli insospettabili, gli invisibili della cupola, quelli che gestivano, gestiscono tutti gli affari dietro le quinte. Avvocati, politici, professionisti, nessuno escluso e a parlarne, con nomi e cognomi nel corso di recenti interrogatori sono due pentiti ben noti: Nino Lo Giudice e Cosimo Virgiglio. Ora alla Procura ed ai giudici provarne la veridicità, ma il terremoto per la città di Reggio Calabria, per la Calabria continua e punta diritto verso quella zona grigia, quella terra di mezzo che vede lavorare gomito a gomito ‘ndrangheta e massoneria.

    Nino Lo Giudice parla e racconta al pm Lombardo di aver saputo tutto da Pasquale Condello, considerato componente di questa “associazione”. Fa i nomi di Antonio Marra, dell’ex sottosegretario Alberto Sarra, di Pasquale Rappoccio, dell’avvocato Giorgio De Stefano, dell’ex antenna dei servizi Giovanni Zumbo, del funzionario regionale Francesco Chirico, dell’avvocato Paolo Romeo. Di lui, sottolinea Lo Giudice “mi ha parlato anche Cosimo Moschera, che era legato ad Avanguardia Nazionale insieme a Romeo e al marchese Zerbi”.

    Con loro Giuseppe De Stefano e Pasquale Libri, ma ancora politici come Giuseppe Scopelliti e i fratelli, Fortunato e Francesco, l’imprenditore Mandaglio “titolare di un negozio di elettrodomestici in via Possidonea”. I legali, Bucca, Scalfari e Calabrese. “Anche il dott. Crocè e tale Dominque Suraci – sottolinea Lo Giudice – fanno parte del medesimo contesto massonico: sono soggetti anche questi vicini a Pasquale Condello”.

    A questi vanno aggiunti: “Pasquale Libri, Antonino Latella, Carmelo Iamonte, Domenico Libri, Giovanni Alampi, il defunto notaio Marrapodi, Rocco Aquino, l’avvocato Corrado Politi e i fratelli Frascati.

    E sono proprio i frateli Frascati a rivelare al pentito altri nomi del clan segreto e invisibile. Parla del generale Angiolo Pellegrini, del professore Caratozzolo di Messina “con tali soggetti – spiega Lo Giudice al pm – si svolgevano incontri nella villa di Gambarie di Angelo Frascati. Mio padre mi disse anche che il Gen. Pellegrini si era impegnato ad aggiustare la procedura di sequestro degli immobili ai Frascati”.

    Poi c’è tutto il mondo degli avvocati: Lorenzo Gatto, che è stato suo avvocato avrebbe detto a Lo Giudice di appartenere a quel mondo riservato. “l’Avvocato Gatto mi disse che su viale Aldo Moro, vicino ad una palestra, vi era una sala riunioni di questa superloggia massonica. Non sono in grado di indicare, però, il luogo esatto in quanto il Gatto non mi ha fornito indicazioni precise. Ricordo che nei pressi si trova un cinema”. E’ sempre Gatto la fonte dell’appartenenza alla Santa del maresciallo Francesco Spanò, di Logoteta e della sua omonima loggia, di boss come Giuseppe Pelle di San Luca, Giuseppe Libri e Giuseppe De Stefano, dello zio di questi, l’avvocato Giorgio De Stefano, come anche dell’avvocato Aurelio Chizzoniti. C’è poi, “l’avvocato Tommasini, storico difensore di casa De Stefano. Si passa inoltre al’avvocato Giglio e al fratello medico, Vincenzo.

    Virgiglio è, infine, la fonte dell’ultimo memoriale del “Nano”. “Mi ha parlato – spiega – di Bellocco Umberto, di Pesce Giuseppe e Marcello, dei Piromalli, di Morelli, di Quattrone, di Pietro Tripodi – collegato al Chirico ed al Mandaglio –, di Pietro Fuda, dei Cedro, dell’Avv. Politi Corrado, di tale Marrara, di tale Marrari, dei fratelli Labate, del dott. Pulitanò, del notaio Poggio, di Angelo Barillà dirigente della Sisa di Melicucco, nipote di Natale Iamonte. Fra loro c’è anche quello del capitano Spadaro Tracuzzi, condannato anche in appello come uomo al servizio di Luciano Lo Giudice, che insieme a un uomo dal nome ancora tenuto sotto silenzio «si recavano al porto di Gioia Tauro per collaborare con la CIA, che aveva un ufficio presso quella struttura”.

    Alle dichiarazioni di Lo Giudice, presto si affiancano quelle dello stesso Cosimo Virgiglio che sciorina uno per uno tutti i nomi, aggiungendo, in alcuni casi, novità al ventaglio sottoposto al pm Lombardo. L’imprenditore Cedro di Gioia Tauro, i Rocco Aquino, Giuseppe Pesce e Pietro Labate, l’imprenditore Giovanni Zumbo e il “presidente della Camera di Commercio, coso, Dattola, che era nostro fratello”, dice il massone dei clan.

    Virgiglio spiega anche del legame con le università e parla di Eugenio Caratozzolo, che avrebbe incontrato al Rotary. Un contesto all’epoca frequentato da personaggi del calibro dei professori “Antonio Miceli e Carluccio di Reggio Calabria, il professore di diritto commerciale era all’epoca lui, poi c’era il professore Falzea e il preside, Eugenio Caratozzolo e… e poi veniva… cominciava a venire anche Franco Sensi di Roma, il proprietario della Roma all’epoca”.

    C’è, infine, il periodo in cui Virgiglio subisce pressioni dall’avvocato Corrado Politi perché non parlasse. Un avvocato, che definisce “messaggero” mandato lì, in carcere, come suo legale, perché stesse zitto.

    Da ultimo Virgiglio fa poi i nomi di Franco Labate, “per tanti anni medico al San Pietro di… al carcere, carissimo amico Ciccio Ceraudo, che era il famoso e importantissimo medico di Pisa, dove a tutti i costi dovevano mandare Molè per poi da lì farlo arrivare a Palmi e poi essere a casa” e dell’imprenditore Carlo Montesano. Ma nel suo elenco ci sono anche i nomi di molti politici. Giuseppe Chiaravalloti, associato dal pentito alla presunta loggia riservata gestita dagli avvocati Torchia. Insieme a Chiaravalloti, compaiono anche Luigi Fedele e Pietro Fuda, protagonisti di un ribaltone politico, cucinato in ambito massonico.

    Su tutto questo mondo la Procura intende approfondire perché le dichiarazioni dei due pentiti sono in larga parte coincidenti.