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    Reggio – “Califfo”: chiesta in Appello conferma condanne per cosca Pesce di Rosarno

    “I 150 anni di carcere inflitti alla cosca Pesce di Rosarno vanno confermati”. È questo il contenuto della requisitoria del sostituto procuratore generale, Domenico Galletta, che alla Corte d’Appello di Reggio Calabria ha chiesto la conferma della sentenza di primo grado, emessa il 28 maggio del 2014, dal Tribunale di Palmi nei confronti degli imputati del processo ordinario scaturito dall’inchiesta “Califfo” che ha decimato il clan di Rosarno. All’esito della camera di consiglio il Collegio presieduto da Antonio Battaglia ha condannato tutti gli imputati alla sbarra. Nello specifico il Tribunale ha inferto la condanna più pesante a Giuseppe Pesce che si è visto comminare 18 anni di reclusione. 14 anni e 8 mesi per Biagio Delmiro e Saverio Marafioti, 14 anni per Domenico Sibio, 13 anni e 4 mesi ciascuno per Danilo D’Amico, Rocco Messina, Francescantonio Muzzupappa, Giuseppe Rao e Francesco Antonio Tocco. 12 anni di reclusione per Ilenia Bellocco, moglie di Giuseppe Pesce. 5 anni furono inflitti invece, a Domenico Fortugno e 2 anni e 8 mesi ciascuno per Maria Carmela D’Agostino, Demetrio Fortugno e Maria Grazia Spataro. Al termine della lettura del dispositivo in aula si registrarono urla e disperazione. Le donne della famiglia Pesce in Tribunale non riuscirono a trattenere la rabbia. Qualcuno persino appellò i giudici come “assassini”. Gli anni di carcere inflitti non furono di certo graditi. L’azione dello Stato, non risparmiò chi è stato ritenuto responsabile del grave reato di associazione per delinquere di stampo mafioso. Adesso per la Procura Generale tutte quegli anni di carcere inflitti vanno totalmente confermati anche in Appello.
    Il processo “Califfo”, compiuto attraverso le risultanze investigative dei Carabinieri reggini su coordinamento della D.D.A, è nato dal ritrovamento del famoso“ pizzino” in cui Francesco Pesce alias “Testuni” avrebbe cercato di far arrivare all’esterno il giorno della sua cattura avvenuta nell’agosto del 2011. Il tempo era poco, a breve dall’istituto penitenziario di Palmi, lo avrebbero trasferito in un carcere di massima sicurezza e messo in regime di 41 bis. Quattro erano i comandi che si dovevano impartire urgentemente. Quella quindi, per la Procura antimafia, è l’ultima occasione per comunicare al riparo dai controlli, per impartire regole e indicare il cammino a chi, della cosca Pesce, è rimasto fuori. Nella prima direttiva, sempre secondo gli inquirenti, passava il comando della cosca al fratello Giuseppe, unico maschio della famiglia in quel periodo libero: “fiore per mio fratello”. I “fiori” non sono nè gardenie nè margherite, sarebbero doti di ‘ndrangheta. Al fratello, Ciccio Pesce avrebbe affiancato sei soggetti, oggi riconosciuti colpevoli dal Tribunale, ossia Rocco Messina, Francescantonio Muzzupappa, Francesco Antonio Tocco, Danilo D’Amico, e Giuseppe Alviano “u rospu”. La seconda direttiva contenuta nel biglietto riguarderebbe la consegna di una somma di denaro che, secondo gli investigatori, Biagio Delmiro, anche lui condannato, avrebbe dovuto consegnare ad una donna. Questa cifra l’avrebbe dovuta stornare da una società riconducibile a Domenico Fortugno, anche lui condannato dai giudici. La mancata indicazione della cifra, per gli inquirenti, sarebbe la conferma che il versamento di denaro era prestabilito e continuo nel tempo. Col terzo punto del pizzino, “Testuni” avrebbe disposto l’affiliazione alla ‘ndrangheta per un soggetto; alla fine del messaggio invece, avrebbe stabilito una cospicua somma da destinare alla sua famiglia e questo compito avrebbero dovuto svolgerlo Giuseppe Rao e a Saverio Marafioti. Il biglietto, consegnato al compagno di cella, però non arrivó ai soggetti nominati o alla famiglia Pesce, ma giunse nelle mani della Procura antimafia che avvio una delle più importante inchieste condotte contro la cosca Pesce.

    Angela Panzera