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    ‘Ndrangheta – Reggio: confiscati 214 mln a imprenditori Siclari e Rappoccio

    di Marina Malara – Un patrimonio enorme accumulato grazie alla contingenza con le cosche Tegano e Condello di Reggio Calabria, Alvaro di Sinopoli, Barbaro di Platì e Libri di Cannavò. Beni mobili e immobili, quote societarie, atti di partecipazione e aggiudicazione di beni messi all’asta dal Tribunale fallimentare, atti notarili e scritture private che due noti imprenditori reggini, Pietro Siclari e Pasquale Rappoccio, non avrebbero mai potuto ottenere solo in virtù del loro reddito dichiarato. La sproporzione tra i loro guadagni ufficiali e le spese sostenute annualmente è enorme e non può che essere frutto di comportamenti illeciti. Guardia di Finanza, Dia e Procura della Repubblica di Reggio Calabria hanno messo assieme i tasselli di un mosaico complesso giungendo ad uno dei provvedimenti di confisca più imponenti di sempre per un importo complessivo di oltre 214 milioni di Euro. Complessivamente sono stati confiscati, in Calabria e Lombardia, 220 beni immobili, tra appartamenti, ville e terreni, 9 società e 22 rapporti finanziari. Irrogate anche 2 misure di prevenzione personale di sorveglianza speciale per 3 anni e 6 mesi sempre nei confronti di Siclari e Rappoccio. Il Procuratore Capo, Cafiero de Raho, parla di elementi indiziari raccolti da diversi filoni di indagine come quelli delle operazioni “Reggio Nord” e “’Ndrangheta Banking”, ma anche frutto delle dichiarazione del collaboratore di giustizia Giacomo Ubaldo Lauro. La confisca, come misura di prevenzione,sottolinea più volte De Raho, è uno strumento potente per il contrasto patrimoniale alle cosche. “DIA e Guardia di Finanza hanno svolto un eccellente lavoro che ha portato ad un risultato così significativo, frutto di perfetta sinergia, sintonia e straordinaria professionalità. Il tribunale per le Misure di Prevenzione, pur essendo composto da soli tre magistrati, riesce ad emettere provvedimenti di enorme portata disgregativa per la criminalità organizzata, perché il danno maggiore alle cosche lo si fa proprio sottraendo danaro e disponibilità economico- finanziarie. Tutto ciò ancora una volta dimostra come essere criminali non paghi. Per chi fa questa scelta il destino è segnato o dall’uccisione, o dal carcere e dalla perdita di tutti i beni ottenuti illecitamente”. Cafiero de Raho elogia senza risparmi i giudici che con grande sacrificio svolgono i loro lavoro, basto pensare, ha detto, che il Tribunale di Reggio Calabria è tra i primi tre d’Italia per emissione di provvedimenti di sequestro e confisca. Può essere tranquillamente catalogato come il più efficiente considerando che ci lavorano solo tre magistrati che, anche se non riescono a svolgere tutto il lavoro, attaccano strategicamente le situazioni prioritarie e maggiormente disgreganti per le cosche. Anche il colonnello Alessandro Barbera, Comandante Provinciale della Guardia di Finanza, parla di intervento epocale e ringrazia l’autorità giudiziaria per l’ estrema vicinanza al lavoro dei suoi uomini. Barbera da un nome a questo provvedimento odierno, lo chiama “game over” a garanzia del fatto che si tratta di una partita chiusa per questi due imprenditori reggini, impegnati nel mondo dell’edilizia e della sanità, attivi per 20 anni nel mondo criminale e che hanno fatto male i loro conti perché si sono avvalsi dai rapporti sbagliati con la ‘ndrangheta. “La sproporzione tra i redditi percepiti e quelli dichiarati è enorme, ha detto ancora Barbera. Pensavano di farla franca ma siamo stati più forti noi”. Il capo della Dia reggina, Gaetano Scillia, definisce questa come una delle attività più importanti centrate dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria per due motivi in particolare. In primis perché ci troviamo di fronte a due imprenditori di spicco del territorio e poi, forse soprattutto, perche il provvedimento scaturisce da indizi raccolti con attività investigativa e non da una sentenza di condanna, senza la quale è difficile giungere a tali risultati.

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