Le cure domiciliari rappresentano la cenerentola dei servizi, nonostante l’Italia registri una delle più alte percentuali di anziani, 21,7 per cento nel 2014 (dati Istat). L’offerta pubblica di servizi di cure nei loro riguardi, infatti, risulta essere tra i più bassi in Europa. In generale nel nostro Paese, a fronte di un mondo di anziani in continua crescita per una maggiore aspettativa di vita, accompagnato da un indice di natalità tra i più bassi al mondo, si preferisce il “cash for care”, ovvero il sostegno monetario, uno tra questi l’indennità di accompagnamento, proprio perché i servizi, tranne alcune regioni virtuose, risultano quasi inesistenti. Al momento la famiglia e le cure private restano il pilastro del modello italiano, oltre al mercato delle badanti ed il ruolo sempre crescente delle associazioni del Volontariato “che offrono servizi laddove né la famiglia, né il mercato, né lo Stato riescono a soddisfare i bisogni”. Lo afferma uno studio dell’Università Mediterranea, “Le sfide dell’invecchiamento per le politiche sociali e per la coesione territoriale in Europa, Italia e Calabria”, coordinato dalla docente di Politiche e strategie per la Coesione territoriale, Flavia Martinelli, con l’apporto delle ricercatrici Stefania Barillà e Angela Bagnato (uno studio finanziato dall’Unione europea con il coinvolgimento di 24 Stati e circa 40 istituzioni universitarie e di ricerca con l’obiettivo di confrontare le ricerche in diversi contesti nazionali e regionali d’Europa sulla ristrutturazione dei servizi sociali negli ultimi 25 anni) che ha messo sotto la lente d’ingrandimento la situazione in Calabria ed in particolare in provincia di Reggio Calabria. Ed in regione, secondo la stessa ricerca, la situazione è ancora più tragica. Perché sono tanti, secondo lo stesso studio, i punti critici che coinvolgono il modello calabrese riguardante i servizi di cura per gli anziani. A partire da “una forte frammentazione e settorializzazione di fondi, politiche e strumenti che riflette la complessità nazionale, ma anche una scarsa propensione del governo regionale alla programmazione e all’integrazione delle politiche”. Ma c’è di più, perché a tutto questo si aggiunge “un sistema di autorità territoriali competenti frammentato ed incoerente; una persistente difficoltà di integrazione tra le politiche sociali e le politiche sanitarie; un sistema di regolazione schizofrenico: ambiziosi principi e dichiarazioni di intenti contro una assenza di chiare regole e linee guida operative; un quadro di programmazione debole ed incerto, accompagnato da una allocazione di risorse discontinua e spesso a carattere emergenziale; una tendenza alla centralizzazione del controllo e delle risorse, nonostante la delega legislativa ai Comuni e il riconoscimento dell’orizzonte distrettuale (35 distretti sociosanitari, DGR 78/2004) come livello ottimale di programmazione dei servizi”. La ricerca, i cui risultati sono ancora preliminari, prende in considerazione la legislazione regionale per i servizi residenziali, quelli sociosanitari e le residenze socioassistenziali come le case di riposo, analizzando l’insieme del quadro teorico ed analitico, le modalità di allocazione di tutte le risorse provenienti dai diversi fondi nazionali e regionali e ricostruendo minuziosamente la spesa destinata alla cura degli anziani. Il risultato conferma “l’incoerenza del modello regionale di programmazione, oltre al più basso livello di copertura di residenze sanitarie assistenziali”. E più in particolare la ricerca ha messo in luce in prima istanza “un deficit strutturale storico del welfare calabrese, accentuato dall’autonomia regionale in materia di servizi sociali seguita alla riforma del Titolo V della Costituzione nel 2001, piuttosto che un effetto contingente della crisi. La politica sociale regionale, infatti, è caratterizzata da rilevanti vuoti normativi, specie nei regolamenti attuativi dei servizi sociali, da una persistente assenza di analisi dei bisogni del territorio da parte dei governi regionale e locali, e dalla mancanza di qualunque monitoraggio dell’offerta. A queste deficienze si aggiunge uno stile di programmazione improntato a un clima di perenne emergenza (con un forte orientamento al cash-for-care), una protratta incertezza dei finanziamenti (grande frammentazione di fondi e azioni, quasi mai dedicati), forte centralizzazione del controllo, opacità delle procedure, e toni familistici”.
Domenico Grillone






