di Stefano Perri – Più di 100 fabbricati tra appartamenti, villette, autorimesse, magazzini e locali commerciali, a Reggio Calabria e Roma. E tra questi anche un immobile pregiatissimo in via Castello a Reggio Calabria, usato come sede di un istituto di credito e di agenzie assicurative, quattro villette di notevole valore residenziale a Santo Stefano ed un appartamento a piazza dei Re di Roma nella capitale. Ed ancora 218 terreni agricoli per un’estensione complessiva di oltre 800 ettari, l’impresa individuale ”Musolino Rocco di Francesco” con sede legale in Santo Stefano in Aspromonte, quote sociali e patrimonio aziendale della Maius Immobiliare Srl, con un patrimonio immobiliare di 19 immobili, tra appartamenti, depositi e cantine, a Reggio Calabria, Condofuri e Santo Stefano e numerosi rapporti finanziari tra conti correnti, polizze assicurative, depositi, titoli per un valore stimato di 7 milioni di euro.
E’ il patrimonio finanziario confiscato a Rocco Musolino, conosciuto come il ”boss della montagna”, considerato dagli inquirenti come uno degli elementi di spicco della ‘ndrangheta della provincia reggina, pur non essendo mai stato condannato in alcun procedimento. Il suo nome compare nelle carte dell’indagine Araba Fenice e nel Processo Olimpia, dal quale Musolino è uscito con un’assoluzione in appello. Secondo l’odierno provvedimento il suo impero è considerato ”frutto o reimpiego di proventi di attività illecite” dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria che questa mattina ha firmato il provvedimento di Confisca a seguito delle indagini condotte dalla Procura con l’ausilio della Direzione Investigativa Antimafia e dei Carabinieri di Reggio Calabria. Un patrimonio che complessivamente raggiungeva il valore di 153 milioni di euro, cifra peraltro ”stimata per difetto” come specifica il Procuratore Capo della Repubblica Cafiero de Raho. ”Il provvedimento è frutto – ha spiegato il Procuratore Aggiunto Gaetano Paci – di una modalità di aggressione ai patrimoni illecitamente acquisiti, consentito dalle particolari caratteristiche del nostro sistema di controllo che consente di radiografare anche a distanza di molti anni le carriere economiche e o criminali su soggetti per i quali, pur rimanendo immuni alle risultanze processuali, si è arrivati a ricostruire in che modo la ricchezza si sia potuta accumulare grazie al sostegno della criminalità organizzata”.
Il profilo indiziario – Nell’odierno provvedimento il Tribunale reggino stigmatizza la posizione di Musolino. ”I dati acquisiti consentono – è scritto nel provvedimento – di affermare che l’intera storia imprenditoriale di Musolino, si è svolta grazie ai rapporti stabili e reciprocamente vantaggiosi dallo stesso cercati ed abilmente coltivati con la locale criminalità organizzata, dando luogo ad una forma di contiguità stabile, pregnante ed altamente allarmante, che da un lato, ha determinato la sua fortuna imprenditoriale, dall’altro ha consentito alla ‘ndrangheta di esercitare il controllo sulle attività economiche della zona e di lucrare attraverso le stesse”. Ed ancora: “Insomma, l’autorità mafiosa di Rocco Musolino – ben tratteggiata nella parte relativa alla pericolosità sociale – è stata tale da non richiedere manifestazioni concrete e dimostrabili di mafiosità, nel senso che basta pronunciare il nome di Rocco Musolino perché gli altri mafiosi si facciano da parte, segno del rispetto per il ruolo di rilievo ricoperto”.
Sul suo conto importanti sono stati i riscontri raccolti nell’ambito delle dichiarazioni rese da collaboratori di giustizia che lo indicavano personaggio di estrema importanza nell’ambito della cosca Serraino, ove avrebbe esplicato funzioni di vertice: “il suo grado – ha riferito il collaboratore di giustizia Barreca – all’interno della ‘ndrangheta è elevatissimo, più di “vangelo”, e questo grado di mafia cumula con quello di massone…”.
Il collaboratore di giustizia Antonino Rodà ha riferito invece che Rocco Musolino apparteneva alla cosca Serraino – riscontrando in ciò le già note dichiarazioni di Margherita Di Giovine – ma con un ruolo autonomo di Capo Società di Gambarie, fornendo riscontro alle propalazioni dei collaboratori di giustizia Barreca e Lauro che lo definivano un capo. Quest’ultimo, in particolare, ha riferito circa l’intervento di Musolino per ottenere la liberazione di un sequestrato, unitamente ad esponenti di vertice delle cosche Serraino, Gioffrè ed a Antonio Nirta. Infine, il collaboratore di giustizia Antonino Zavettieri ha dichiarato che a Santo Stefano d’Aspromonte esisteva un autonomo locale di ‘ndrangheta capeggiato da Rocco Musolino, in un contesto di solida alleanza con la famiglia mafiosa dei Serraino.
Ulteriori elementi ”di notevole valenza indiziaria” sono stati acquisiti a carico del defunto ”boss della montagna” nell’ambito delle indagini svolte dai carabinieri di Reggio Calabria a seguito dell’attentato subito da Musolino il 23 luglio del 2008, quando l’uomo era stato raggiunto da alcuni colpi di fucile mentre si trovava sulla sua auto, in località Salto della Vecchia, nella zona aspromontana. In quella circostanza si era appurato che Musolino viaggiava armato di una pistola con il colpo in canna e portava con se due caricatori completi. E proprio a seguito di quelle indagini i Carabinieri registravano da parte di Musolino un ”atteggiamento reticente” nei confronti degli inquirenti, proprio degli affiliati alle organizzazioni mafiose.
Secondo la sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Reggio, Musolino è una figura ”con molteplici rapporti con le varie cosche della provincia calabrese”. Emerge infatti – scrive il Tribunale – ”sin dai suoi esordi come imprenditore boschivo in rapporto di sicura contiguità funzionale con ‘ndrangheta ed in via privilegiata con la cosca Serraino”. Ed ancora ”Rocco Musolino è una pietra miliare della ‘ndrangheta reggina (uno ‘ndranghetista storico come lo definisce il collaboratore IANNÒ)…emerge in definitiva una pericolosità del proposto databile almeno agli inizi degli anni ’70… oltre ai rapporti qualificati …[]… con le famiglie mafiose Serraino, Nirta, Condello, Alvaro ed Italiano, nell’informativa del R.O.N.I. del 18.09.2011, vengono forniti ulteriori dati di riscontro dei rapporti di Musolino anche con le famiglie mafiose dei Libri, De Stefano, Tegano, Araniti e Imerti, oltre che con esponenti della pubblica amministrazione e delle istituzioni”.
Il patrimonio di Musolino – Per quanto concerne la parte patrimoniale, il provvedimento odierno del Tribunale di Reggio Calabria, Sezione Misure di Prevenzione, è stato emesso a seguito di una lunga e complessa serie di accertamenti patrimoniali svolti dal Centro Operativo DIA di Reggio Calabria. Nella proposta della misura di prevenzione avanzata dal Procuratore Capo, si ricostruisce in modo certosino l’enorme complesso di beni mobili ed immobili personali e dei beni aziendali riconducibili a Musolino. A seguito della richiesta il Tribunale si espresso ritenendo ”che sia stata raggiunta la prova …[].. che la crescita imprenditoriale boschiva del MUSOLINO e l’accumulo di ricchezza da parte di quest’ultimo, sia stata concretamente agevolata dalla sua appartenenza alla’ndrangheta storicamente egemone nel territorio…[]…l’impresa del MUSOLINO è dunque da sempre impresa mafiosa”.
Per il Tribunale l’impresa mafiosa è quella che, pur operando nei mercati ufficiali con modalità formalmente legali, si avvale nel concreto svolgimento dell’attività di impresa del cosiddetto metodo mafioso. Metodo che avrebbe assicurato a Musolino ”una posizione di mercato che altrimenti non avrebbe acquisito, consentendogli, altresì, di aggiudicarsi commesse nel settore delle forniture alla Regione Calabria in un sistema che favoriva l’infiltrazione mafiosa ed il reimpiego delle somme così guadagnate in altre attività e/o investimenti anche di interesse della consorteria”.
Secondo il Tribunale ”la parabola ascendente dei redditi di Musolino raggiunge l’apice nel triennio 1986/1988, quando vi sono gli introiti derivanti dalle forniture alla Regione Calabria, anch’essi pilotati dalle aderenze mafiose dei direttori dei lavori e capi operai, che avevano in mano il sistema Calabria del settore forestale. … [] … La posizione di supremazia economica raggiunta da Musolino emerge dal volume di affari dell’impresa boschiva tratto dall’informativa DIA del 2012…l’illiceità delle primigenie fonti di ricchezza provenienti dall’impresa mafiosa ha inevitabilmente contaminato anche i successivi acquisti ed investimenti di Rocco Musolino”.
In definitiva il Tribunale ha ritenuto che l’imponente patrimonio di Musolino e dei suoi stretti congiunti debba ritenersi “il frutto o reimpiego di proventi di attività illecite”, in quanto ”direttamente ricollegabile all’accertata e risalente pericolosità sociale qualificata di Musolino, strettamente connessa alla sua attività imprenditoriale e mai venuta meno”.
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