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    Carabinieri sotto copertura

    ‘Ndrangheta, ‘Overing’ – I due sottufficiali ‘undercover’, infiltrati nella rete del narcotraffico

    “Caro Maurizio, spero che abbia fatto una felice vacanza, è solo per dirti che arrivo il 29 dove sono sempre arrivato, ti prego il favore di farmi la prenotazione dal tuo amico, grazie e un abbraccio, Luis Carlos”. Luis Carlos è un nome fittizio, in realtà a scrivere è Gonzalez Corea, ignaro che il suo interlocutore “Maurizio”, Maurizio Amico, altri non è che un poliziotto infiltrato e che quello email, come tutte le altre comunicazione, finirà nell’impianto probatorio della Procura di Catanzaro.
    Maurizio Amico e Roberto Longo. Sono questi i nomi dei due sottufficiali dell’Arma, uno dei Ros ed uno del Comando provinciale di Livorno, che per 10 anni hanno rinunciato alla propria vita per entrare in un meccanismo perverso, quello della criminalità organizzata.
    Infiltrati, sotto copertura per raccogliere in dieci lunghissimi anni materiale, documenti e prove contro una fitta rete di narcotraffico sull’asse Colombia-Spagna-Italia. Questo ha principalmente svelato l’operazione di oggi “Overing”. Non tanto la droga, non tanto il trasporto, lo smercio o i soldi, ma l’undercover.
    Vivere sotto copertura non è facile, è alienante. Fingere di essere qualcuno che in realtà è lontanissimo dal tuo modo anche solo di immaginare. Abituarsi ad avere un nome finto al quale potresti anche non rispondere. Accettare di dover anche fare cose contro la legge, perché è lì che si configura la prova. Stringere rapporti con persone che un giorno arresterai e vivere con il patema che un qualunque giorno quella copertura possa saltare.
    Tutto questo non c’è nell’ordinanza di custodia cautelare. Ci sono i finti nomi, ci sono le email che i due carabinieri hanno scambiato sotto copertura con i narcotrafficanti e gli ‘ndranghetisti, ci sono le intercettazioni, c’è la Ligure Servizi creata dai due militari per curare i traffici internazionali, ma non c’è un singolo giorno vissuto.
    L’ordinanza, però, è piena di scambi di email e telefonate tra gli “sbirri” e i narcotrafficanti.
    “Tony (l’albanese Dritan Pane, ndr) richiedeva a LONGO Roberto, se avesse prospettato al proprio “socio” quanto da lui proposto avvero l’acquisto frazionato e la vendita dello stupefacente ancora in loro possesso; … risposta negativa del LONGO Roberto, che chiariva quanto onerosa fosse per lui e il
    “suo socio” tale situazione non solo in termini economici ma anche psicologici, offrendo senza altre alternative esclusivamente la consegna in un ‘unica soluzione di tutta la partita di cocaina in oggetto;
    preso atto dell’ultima offerta, Tony chiedeva al LONGO Roberto cosa riferire al Gonzales Correa Guillermo Laon , questi confermava quanto specificato alla alinea precedente;
    Tony richiedeva a LONGO Roberto, se avrebbero comunque contribuito alle spese legali in favore del
    Gonzales Correa Guillermo Laon, ottenendo in risposta dall’undercover che il loro eventuale aiuto sarebbe stato subordinato all’effettiva commercializzazione dello stupefacente oggetto delle trattative”.
    Oppure ancora, per evidenziare l’attività degli undercover: “Il ruolo dell’agente di copertura consisteva nel tirare fiori dal porto il container a mezzo del quale viaggiava lo stupefacente, container che sarebbe stato stoccato in un capannone.
    Ignoti rimanevano, inizialmente, i destinatari finali dello stupefacente, ma alcune conversazioni intercettate nel periodo successivo al marzo 2006 consentivano di identificare i destinatari ultimi di tale programmata importazione nel gruppo di calabresi, Cino Domenico e Serra Saverio”.

    Clara Varano

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