di Domenico Grillone – “Se dovessimo paragonare il carcere ad un ospedale dovremmo dire allora che il carcere non cura. Anzi, per certi versi fa ammalare”. Per Mario Nasone, già direttore dell’Uepe, l’Ufficio dell’esecuzione penale esterna del ministero della Giustizia, e presidente del Centro Comunitario Agape, il concetto di rieducazione è abbastanza riduttivo quando viene ricondotto alle semplici strutture penitenziarie, travolte dal problema del sovraffollamento e di mancanza di strutture adeguate. Oltre a mille altri problemi tra cui l’incertezza della pena, la lentezza della giustizia italiana (oltre il 35% dei reclusi in attesa di una sentenza), ma anche la mancanza di opportunità di lavoro socialmente utili, il pilastro per un sistema penitenziario con l’obiettivo della reintegrazione nella società. Per tutto questo, ed altro ancora, più d’uno afferma che le carceri italiane sembrano destinate alla “reintegrazione nella criminalità”, vista la tendenza recidiva di coloro che hanno scontato la pena. Il caso di Santo Barreca, l’ergastolano che dopo 25 anni di carcere è stato ammesso al lavoro esterno e della cui storia si scrive a parte, per studiosi ed esperti sembra essere più un’eccezione che la regola, pur lodando la sua effettiva trasformazione in una persona totalmente diversa da quando varcò la soglia del carcere. Ancor più perché proviene da un tipo di regime carcerario di alta sicurezza, quello che coinvolge detenuti con un alto spessore criminale e con sentenze definitive molto pesanti. Diversa è la posizione di tutte quelle persone condannate che scontano la pena fuori dal carcere, tecnicamente detta “esecuzione penale extramuraria” e che rientra nelle misure alternative alla detenzione vera e propria, quella dentro una cella, e che riguardano pene che mediamente non superano i quattro anni.
Con l’aiuto del presidente Nasone siamo andati a verificare i dati delle misure alternative dell’Ufficio dell’esecuzione penale esterna di Reggio Calabria riferiti all’anno scorso. Dati da cui emerge che 512 persone, di cui 61 tossicodipendenti, hanno ricevuto la misura alternativa al carcere dell’affidamento in prova. Sul totale, 512, 414 persone provenivano dalla libertà, nel senso che dopo la condanna sono stati direttamente beneficiati della misura alternativa al carcere. La misura alternativa della detenzione domiciliare ha invece coinvolto 484 persone, di cui 265 dalla libertà. Ventisei, invece, i detenuti in semilibertà, provenienti ovviamente dalla detenzione.
“Sono pochi quelli che credono che il carcere possa essere un luogo che rieduchi – spiega Mario Nasone – non lo crede quasi nessuno. Però penso che, nonostante questo tipo di carcere, una persona può fare un cammino di cambiamento. Gli operatori penitenziari, nonostante le difficoltà, fanno di tutti per dare uno stimolo . E’ chiaro che ci sono carenze strutturali enormi, ci vorrebbero dei locali, laboratori e tutto quello che serve per rendere la vita più dignitosa, e gli operatori fanno miracoli perché cercano di sopperire a tutto questo con dei rapporti personali che in alcuni casi compensano le evidenti difficoltà strutturali.”. Diverso è quando la detenzione è lunga. “In questo caso le cose diventano difficili perché la gente si stabilizza in negativo. Quando invece il carcere dura poco, usando poi le misure alternative, allora le cose possono cambiare, e mi riferisco ovviamente ai detenuti comuni”. Che le misure alternative al carcere funzionino lo dicono i numeri: solo al cinque per cento delle persone che hanno avuto questo tipo di beneficio sono state revocate le stesse misure. “Tutto questo – continua Nasone – permette il decongestionamento delle strutture penitenziarie. Se non ci fossero queste misure alternative il carcere scoppierebbe in maniera devastante”. Il problema vero, per Nasone, è la recidiva. Evitare, cioè, che le persone che escono dal carcere ci ritornino. Una sorta di “sliding doors” (porte girevoli) che rappresenta la sconfitta dello Stato. “Il problema non è tanto pensare ad un indulto o come decongestionare le carceri – evidenzia il presidente dell’Agape – ma piuttosto pensare a cosa fa lo Stato per evitare che le persone, uscendo dal carcere, non ricadano nel crimine. Perché lo Stato dovrebbe innanzitutto stimolare la persona ad accettare, a volere il cambiamento, e poi dovrebbe dare opportunità non solo dentro ma soprattutto fuori dal carcere”. Negli Stati Uniti, Francia e in Germania la metà dei condannati sconta la pena fuori dal carcere, lavorando in progetti di pubblica utilità, ovviamente quando si tratta di una pena breve. “In questo caso il giudice – dice ancora Nasone – già in sede di processo decide di far scontare la pena a tal modo. E questo serve ad evitare che entrino nel carcere persone che non dovrebbero entrarci perché, come diceva il cardinale Martini, nel carcere dovrebbero entrarci le persone davvero pericolose, quelli coinvolti in reati di mafia, trafficanti di droga e per reati gravi. Il resto della popolazione carceraria, i cosiddetti detenuti comuni, quelli che vengono dalle sacche dell’emarginazione e dalla povertà dovrebbero essere trattati fuori. E costerebbero allo Stato molto meno”.






