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    Solo un ‘falso’ processo e una medaglia d’oro per il generale Calipari

    di Clara Varano – La storia di Nicola Calipari ha lasciato e lascia l’amaro in bocca. L’amaro dell’ingiustizia. Si sa tutto di quella notte. Si sa chi, come, dove e quando, forse solo sul perché resterà sempre qualche dubbio anche se i più sono convinti si tratti di dissidi tra intelligence, quella americana e quella italiana, per la gestione degli ostaggi rapiti in terre di guerra.

    Per Tabularasa e Strill.it, che ne hanno commemorato la figura l’anno scorso, Reggio Calabria deve ricordare in maniera dignitosa il suo concittadino. È diventato fondamentale e ne parleremo fino a quando una piazza, una via, una caserma non avrà il suo nome.

    Nicola Calipari è stato ucciso il 4 marzo del 2005 da Mario Lozano che ha esploso una raffica di colpi con la sua mitragliatrice contro la Toyota che portava in salvo Giuliana Sgrena, giornalista italiana rapita in Iraq, sulla quale viaggiava l’unico uomo che avrebbe potuto salvarla, il generale di divisione del Sismi, Nicola Calipari.

    Un anno più tardi la Procura della Repubblica di Roma, il 19 giugno 2006, formalizzò la richiesta di rinvio a giudizio per il militare americano Mario Lozano, per quella che fu definita una “ macroscopica violazione delle regole d’ingaggio” che portò ad “un delitto oggettivamente politico” perché la vittima era un uomo di Stato. Il Gup romano Sante Spinaci, ritenne, coraggiosamente, “inattendibili le dichiarazioni dei militari Usa”. L’accusa era di omicidio volontario (la vittima era Nicola Calipari) e duplice tentato omicidio (nei confronti di Giuliana Sgrena e Andrea Carpani). Un “delitto politico che lede le istituzioni dello Stato italiano” si disse. Eppure della verità su quel “delitto” si fece scempio.

    Gli Stati Uniti non furono collaborativi, coprirono il nominativo del soldato che sparò e la Procura riuscì autonomamente a risalire alla sua identità. Non accettarono la rogatoria internazionale presentata dalla Procura di Roma. Nulla di tutto ciò. Che un uomo di Stato italiano fosse morto, ucciso da fuoco amico in un’area di guerra non importava agli Usa. “Abbiamo chiesto i nomi, i cognomi e di indicare le modalità in cui si erano svolti i fatti. Da parte americana, assoluto silenzio. Quando i nomi sono venuti fuori con quella tecnica informatica, abbiamo detto: visto che anche noi ormai sappiamo quello che voi sapevate e che ci avevate taciuto, ci fornite le generalità di Lozano? Gli notificate l’avviso di conclusione indagini? Neanche questo è stato fatto. Collaborazione nulla da parte degli Usa. Hanno espresso il cordoglio per la famiglia Calipari, e in una delle risposte, anch’essa agli atti, hanno scritto che il caso è chiuso. Quindi l’omicidio del numero due dei servizi segreti italiani, ovvero del più alto funzionario operativo, perché sopra di lui c’era solo il direttore generale, non ha avuto accertamento né in Italia, né negli Stati Uniti, né in Iraq. Questa persona ha regalato la vita agli altri, ha salvato la vita di Giuliana Sgrena per ben due volte nella stessa giornata, ha salvato altri nostri connazionali, ha operato per lo Stato italiano ed è andato in Iraq perché lo Stato italiano lo ha inviato. E di questo si perde memoria. Non è possibile. Di Nicola Calipari ci siamo dimenticati quasi immediatamente, dopo aver dato una medaglia d’oro” racconta in un’intervista a Stefania Maurizi de ‘L’Espresso’, Erminio Amelio, sostituto procuratore della Repubblica di Roma, chiamato a sostenere l’accusa nel processo contro Lozano.

    Tutto il dibattimento contro Lozano avvenne in contumacia, senza la presenza dell’imputato. Ma questo non cambiò granché. L’Italia dopo l’imputazione si inginocchiò davanti a quella che era la supremazia americana.

    La corte di Assise di Roma per il secondo grado dichiara con sentenza del 25/10/2007 il “non doversi procedere nei confronti del Lozano per difetto della giurisdizione italiana, sulla base di un triplice rilievo”. Proscioglie, dunque, l’imputato perché applica la cosiddetta “legge della bandiera”, consuetudine di diritto internazionale, in base alla quale la giurisdizione “per gli illeciti commessi dal proprio personale in territorio straniero”, spetta allo “Stato di invio di un contingente militare all’estero”. Si cita anche una risoluzione del Consiglio della Nazioni Unite. Non contava nulla, dunque, la nazionalità della vittima. Anzi, la Corte sottolinea che “in ogni caso,il Dipartimento di Giustizia USA aveva esercitato la giurisdizione primaria, escludendo in concreto la sussistenza di indizi di reità a carico del Lozano e disponendo la chiusura del caso, ritenendo che il militare avesse agito in conformità alle regole d’ingaggio previste per il posto di blocco”.

    La Cassazione, pur smontando le motivazioni della Corte d’Appello, conferma l’assenza di giurisdizione facendo riferimento all’esistenza di un’ulteriore consuetudine che garantirebbe “l’immunità funzionale (ratione materiae), dalla giurisdizione interna dello Stato straniero (nel caso di specie, quello italiano) del funzionario statale (ossia il soldato Lozano) che abbia agito iure imperii (cioè sotto poteri autoritativi).

    Per la Suprema corte l’immunità di Lozano poteva venire meno solo con un crimine di guerra o uno contro l’umanità.
    Mentre, però, la diplomazia “trionfa” le parole della vedova Calipari: “dovrà risponderne alla sua coscienza”, pronunciate subito dopo la sentenza ancora risuonano nella mente dei protagonisti.

    Sì, perché, dice in un’intervista al Corriere della Sera, Gabriele Polo, direttore de “Il Manifesto” all’epoca dei fatti, Calipari “non fingeva, non sgarrava, era onesto fino in fondo e rispettava i patti”, lui, e “la sua morte sulla strada che conduce all’aeroporto di Baghdad mentre porta in salvo Giuliana non ha avuto giustizia. Due Stati non hanno voluto processare veramente se stessi. Solo un ‘falso’ processo e una medaglia d’oro”…