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    Sequestrati beni per 300 mila euro all’ex consigliere regionale Santi Zappalà

    di Giuseppe Baldessarro – E’ di nuovo nei guai Santi Zappalà, ex Consigliere regionale del centrodestra finito in carcere nel 2010 per corruzione elettorale. Questa volta i grattacapi però non vengono dai suoi incontri con il boss Giuseppe Pelle, ma sul fronte della gestione dei propri patrimoni aziendali. La Procura della Repubblica lo accusa di una frode fiscale che gli avrebbe fruttato poco meno di 300 mila euro e, di conseguenza, gli ha sequestrato beni immobili di pari valore.

    L’indagine condotta dal Gico della Guardia di Finanza oltre a Zappalà coinvolge anche Francesco Parisi, Giovanna Rosemilia Proserpio e Floriana Macrì, tutti di Bagnara Calabra e corresponsabili a vario titolo degli stessi reati.

    L’inchiesta coordinata dal Pm della Dda Stefano Musolino, muove i suoi passi da alcune relazioni degli amministratori giudiziari che, dopo il suo arresto ed un primo sequestro delle sue aziende, hanno curato alcune delle attività imprenditoriali che facevano riferimento al medico e politico di Bagnara. Tra queste la “Fisiokinesiterapia bagnarese”. In una delle relazioni degli amministratori erano stati mossi dei dubbi sui debiti dell’azienda iscritti a bilancio. In particolare i professionisti del tribunale si erano insospettiti rispetto ai crediti vantati dalle aziende di fornitrici della struttura sanitaria come la “Pharmacare Italia” e la “Euro Top Pharma”. I sospetti erano stati generati dal fatto che, al momento del loro insediamento, l’amministratore unico della “Fisokinesiterapia” non era stato capace di spiegare le ragioni di quel debito, tanto più che non si riuscivano a trovare le carte che spiegassero il debito stesso. Una stranezza a cui se ne era accompagnata una seconda. Le due aziende creditrici, a distanza di anni, non avevano mai sollecitato alcun pagamento da parte dell’azienda sequestrata dalla magistratura nel 2011. Fatti che hanno fatto immaginare che in realtà quei rapporti economici non erano mai realmente esistiti, pur essendoci delle fatture. L’indagine della Guardia di Finanza avrebbe poi scoperto tutta una serie di altri elementi relativamente ai titolari delle due ditte che comparivano come fornitrici e, quindi, come creditrici che, non sono apparsi esattamente degli stinchi di santo. Insomma, secondo gli esperti del Gico, si trattava di due aziende “cartiere”, cioè fornitrici di fatture false ai fini di evadere il fisco.

    Nella sostanza, si trattava di operazioni contabili create ad arte al solo fine di realizzare dei fondi neri da far poi finire nelle tasche di Zappalà. Da qui l’accusa di evasione fiscale e la quantificazione del profitto illecito di circa 282 mila euro. Cifra pera la quale è poi stato ordinato il sequestro di alcuni immobili, di terreni e di parti di immobile riconducibile a Santi Zappalà.