Il sostituto procuratore Paolo Sirleo ha chiesto al gup distrettuale, Karin Katalano, la condanna a 20 anni di carcere per Biagio Arena e Rosario Rao mentre per Vincenzo Cannatà sono stati chiesti 18 anni di reclusione. Il rappresentante dell’accusa però ha richiesto l’assoluzione, limitatamente al reato di tentato omicidio, per Rosario Rao, difeso dal legale Guido Contestabile. I tre furono coinvolti nell’inchiesta “Lupus in fabula”. Le accuse quindi sono a vario titolo quelle di associazione mafiosa, tentato omicidio aggravato e detenzione di armi da guerra. I tre, secondo quanto riferito all’epoca dagli investigatori durante la conferenza stampa dell’operazione, erano già noti agli inquirenti e avrebbero rapporti di parentela con affiliati alla cosca Pesce. Biagio Arena, in particolare, e’ figlio di Domenico Arena, 59 anni, ex latitante, attualmente detenuto e gia’ condannato per appartenenza alla cosca Pesce, con sentenza della Corte d’Appello di Reggio Calabria del 22 febbraio scorso, con rito abbreviato, alla pena di 8 anni di reclusione, nell’ambito del processo “All inside”. Sia Biagio Arena sia il cugino Rosario Rao, inoltre, sono nipoti del boss detenuto Vincenzo Pesce, 54 anni, detto “U pacciu”, esponente di vertice della cosca. Detenuto in regime di 41 bis, in quanto gia’ condannato dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria il 22 febbraio con rito abbreviato a 16 anni di reclusione, sempre nell’ambito del processo “All inside”. Vincenzo Cannata’, infine, ha parentele comuni con Saverio Marafioti, 48 anni, indicato come il ‘bunkerista’ della cosca Pesce, attualmente detenuto nell’ambito del procedimento “Califfo”, in corso di svolgimento dinnanzi al tribunale di Palmi e Antonio Pronesti’, 46 anni, gia’ condannato, con sentenza di patteggiamento, alla pena di un anno e 8 mesi di carcere per aver favorito il reggente della cosca, Francesco Pesce, 35 anni detto “Cicciu Testuni”. Ritornando alle carte dell’inchiesta “Lupus in fabula” è emerso che i tre indagati pianificavano i loro presunti crimini attraverso l’uso dei propri telefoni cellulari. Secondo l’accusa infatti, l’organizzazione dell’omicidio correva via chat: dalla scelta dell’arma, al mezzo da impiegare, fino alla strategia da usare per portare a termine il delitto erano state decise e pianificate sfruttando una chat che i tre rosarnesi consideravano sicura. Rao,Arena e Cannatà, questi ultimi due difesi dall’avvocato Michele Novella, furono colpiti da decreto di fermo eseguito dai Carabinieri del Comando provinciale reggino il 7 novembre del 2013. Le forze dell’ordine, infatti, già nei mesi antecedenti avevano iniziato a intercettare i loro smartphone e la chat che gli indagati usavano, considerandola sicura, per parlare delle armi e della pianificazione dell’omicidio. Il delitto però non è stato compiuto perché pare che nei due appostamenti realizzati non era stata incontrata la vittima. Un altro reato contestatè quello di detenzione e porto in luogo pubblico di armi da guerra. Si tratterebbe nello specifico di un fucile kalasnikov, una pistola semiautomatica “glock”, una pistola automatica “uzi”, con relativo munizionamento. La sentenza è attesa per il 27 febbraio. (an.pa)






