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    Maurizio Lento ex capo squadra mobile Vibo in arresto
    Maurizio Lento ex capo squadra mobile Vibo in arresto

    ‘Ndrangheta – Processo ‘Purgatorio’: i testimoni dell’accusa smentiscono alcuni fatti

    Scricchiola un po’ la tesi dell’accusa nel processo “Purgatorio”, contro i vertici della Squadra mobile a Vibo Valentia. Ieri, infatti, sul banco dei testimoni, si sono susseguite le dichiarazioni degli investigatori, chiamati a deporre dalla Dda di Catanzaro, che hanno, però, confermato anche molte tesi sostenute dai legali degli imputati Armando Veneto, Maurizio Nucci, Sergio Rotundo e Guido Contestabile.

    L’operazione Purgatorio, ha portato il 24 febbraio 2014, all’arresto, dell’ex capo e vicecapo della Squadra Mobile di Vibo, Maurizio Lento ed Emanuele Rodonò, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa, e dell’avvocato Antonio Galati. Il processo è iniziato lo scorso 23 gennaio (Leggi qui la notizia) a Vibo Valentia.

    Ieri, dalle deposizioni rese dai testimoni, è emersa un’altra versione dei fatti per alcune tesi del pubblico ministero della Dda di Catanzaro, Camillo Falvo. L’ispettore della Mobile di Catanzaro, Alfonso Esposito, ha chiarito che l’ex capo della Mobile di Vibo, Maurizio Lento, aveva informato lo Sco della polizia di Catanzaro su diverse indagini in corso contro il clan Mancuso di Limbadi.

    L’ispettore Carmelo Pronestì ha invece spiegato che non solo l’avvocato Galati, ma anche la popolazione del Vibonese e persino gli investigatori nei loro atti erano soliti indicare i Mancuso con dei soprannomi per distinguerli l’uno dall’altro oppure li indicavano con il termine “Zio” prima del nome. Tale circostanza per la difesa acquista rilievo poiché la Dda contesta l’associazione mafiosa all’avvocato Galati anche sulla scorta della terminologia ( “Zio” prima del nome) con cui il legale era solito indicare, nei dialoghi intercettati, alcuni esponenti dei Mancuso.

    Ma non solo. Nelle carte dell’accusa particolare importanza è data alle condoglianze che Lento e Rodonò avrebbero dato stringendo la mano al boss Pantaleone Mancuso, detto “Scarpuni”, per la morte della moglie, Santa Buccafusca, che si è suicidata bevendo acido muriatico. Al riguardo l’ispettore Carmelo Pronestì, teste dell’accusa, che ha accompagnato a Nicotera, dove risiedeva “Scarpuni”, Lento e Rodonò per la notifica dell’esame autoptico eseguito sulla moglie, ha escluso che i due dirigenti abbiano dato la mano al boss e gli abbiano fatto le condoglianze. “Io non ho percepito o visto alcuna stretta di mano dei due, Lento e Rodonò, al boss Mancuso per le condoglianze, nè ho sentito la parola condoglianze”. Queste le esatte parole dette in aula dall’ispettore di polizia della Questura di Vibo, Carmelo Pronestì.

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