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    Filippo Cogliandro e Tano Grasso

    Reggio: la rivincita di Cogliandro contro il racket dà speranza alla città

    di Domenico Grillone – “La denuncia? Un investimento per il nostro futuro. Ed oggi posso dire con assoluta certezza che, se non avessi denunciato la ndrangheta, non avrei mai potuto raggiungere questo obiettivo”. Il felice epilogo della storia di Filippo Cogliandro, il ristoratore di Lazzaro vittima del racket che non esitò un attimo a denunciare i suoi estorsori, oltre ad assumere il significato di una grande vittoria rappresenta un segnale forte. Che Tano Grasso, presidente onorario della Fai, la federazione antiracket italiana, sintetizza così. “La vera grande risposta non è solo una sentenza di un tribunale. Ma soprattutto quando l’imprenditore può fare il suo mestiere. In questo caso quando un prestigioso chef apre un locale al centro della città. Il segnale che anche qui si può essere imprenditori di successo senza farsi condizionare dalla ndrangheta”. L’happy end della storia, così come ha già detto Grasso, è il trasferimento del ristorante di Cogliandro dal lungomare di Lazzaro a Largo Colombo, quasi accanto al Museo. E nel momento della vittoria, la cerimonia di presentazione del ristorante “L’Accademia”, Cogliandro si è ritrovato accanto tutte quelle persone che lo hanno aiutato in un difficile e duro percorso: le forze dell’Ordine, la magistratura, le autorità istituzionali, le tante associazioni che lo hanno sostenuto senza mai lasciarlo solo, nemmeno per un attimo. “Questi gesti devono essere da stimolo anche per la gente comune, per il cliente” dice il commissario straordinario antiracket Santi Giuffrè, venuto in città proprio per dare una testimonianza d’affetto e di vicinanza all’imprenditore nel giorno della sua rivincita. “Gente comune che dovrebbe dimostrare una scelta non solo verso la buona cucina ma anche di legalità. E con la coscienza a posto per non aver contribuito a sostenere nessuno”. Il Commissario Giuffrè si riferisce al cosiddetto ‘consumo critico’, che lo stesso Cogliandro traduce in maniera più semplice: “Deve partire in città questo concetto: spendo i soldi pensando a chi li do. Perché solo toccandoli dal punto di vista economico potremo sconfiggerli”. E qualche minuto prima della cerimonia Cogliandro, nel ricordare alcuni particolari momenti, come quelli che vedevano quasi quotidianamente di fronte al suo locale 25 macchine di altrettanti amici, decisi a non lasciarlo da solo,  non esita a dire “Ce lo fatta grazie all’aiuto dei miei collaboratori, delle associazioni, sono state loro che mi hanno risollevato. Adesso ho sconfitto la paura”. Parole d’elogio e di incoraggiamento sono venute dal sindaco Giuseppe Falcomatà, dal procuratore del Tribunale dei minori Giuseppina Latella e dal giudice Ottavio Sferlazza, ma quello che in pochi forse sapevano è che lo chef reggino è un infaticabile collaboratore e sostenitore dell’Ufficio di Servizio sociale per i minorenni della città. Semplicemente contribuendo in maniera concreta alle politiche di reinserimento sociale e lavorativo dei minori in affidamento: due assunti a tempo indeterminato ed altri due in carico con delle borse lavoro. “Si tratta di una sperimentazione favolosa, l’esito è stato tra i migliori – dice il direttore dell’Ufficio, Giuseppina Garreffa – e Filippo ha avuto grande cuore a prendere in affidamento due ragazzi migranti che avevano un provvedimento dell’autorità giudiziaria di tutela e protezione minori perché arrivati in Italia non accompagnati. Adesso – aggiunge la dottoressa Garreffa – partiranno ulteriori borse lavoro con il progetto ‘Kitchen Jobs’ che il nostro Ufficio offre ai giovani in carico, dandogli quindi l’opportunità di imparare un mestiere nell’ambito della ristorazione”. Per Filippo Cogliandro si è trattato di un impegno preso con grande determinazione, portato avanti nel tempo è che adesso dà i frutti sperati: i ragazzi sono contenti, lavorano bene ed apprendono con grande passione i mille segreti della cucina. Un impegno, quello di Filippo, praticato con molta umanità e professionalità, tanto da fargli vincere il premio “Network Etico della Giustizia Minorile”, consegnatogli nel corso della stessa cerimonia, istituito in concorso tra il Ministero degli Interni e quello della Giustizia e sostenuto dal Ministero del Lavoro. “Sono stato una vittima della ndrangheta – conclude Filippo – ho vissuto una esperienza che dal punto di vista psicologico ha segnato me e tutta la mia famiglia, i miei collaboratori. I ragazzi che lavorano con me sono ormai parte integrante della mia azienda e con loro voglio ripartire, sempre più convinto che solo la pratica quotidiana della legalità può consegnare una rivincita, come la mia”.