di Clara Varano – Tabularasa 2014 è anche un punto di riferimento per i giovani talenti musicali, calabresi, ma non solo. All’interno della rassegna culturale, infatti, quest’anno, ma già in alcuni casi dalla passata edizione, vengono ritagliati degli spazi per sezioni indipendenti dal festival. Per i musicisti non ancora noti al grande pubblico, Raffaele Mortelliti e Giusva Branca, hanno ideato “Tabularasa Carnefresca“.
Ieri sera sul palco del “La luna ribelle”, a Reggio Calabria, è salito un giovane cantautore che ha fatto della musica prima un sogno ed ora prova a farne qualcosa in più: Adriano Modica. Recente il suo ultimo album, “La sedia“. Al concerto, numerosi erano i reggini e Strill.it ha sentito Modica, perché raccontasse l’ esperienza sul palco della sua città.
Quanto è stato importante e difficile suonare nella tua città?
E’ proprio come ho detto ieri sera durante il concerto, anzi, come sono riuscito a dire e finalmente liberarmi di questo peso condividendolo con gli altri: proprio a causa di questo sentimento di odio-amore per la mia città per me suonare a Reggio è sempre stata una questione delicata, bello ma anche doloroso, un conflitto eterno! Uno pensa sempre di essere da solo, di essere solo nei propri sentimenti e travagli ma non è vero, o meglio non del tutto. Siamo tutti noi a sentirci da soli, e in questo, paradossalmente, siamo insieme e non ce ne rendiamo conto. Siamo esseri umani e seppur diversi tutti, ci sono dei punti universali che abbiamo in comune e questo è il punto di forza su cui lavorare per restare uniti. In più questa terra è bella e impossibile di suo, ma ieri ho deciso di andare oltre a questo conflitto e per la prima volta in vita mia dedicare davvero col cuore un concerto alla mia Reggio Calabria.
Il concerto è stato un successo, con un buon riscontro di pubblico, credi che la tua terra, per quanto “complicata”, possa farcela a risorgere, in che modo? Può attraverso la musica?
Sono convinto che si possa fare tutto, sia il possibile che l’impossibile e quindi anche cambiare questa terra. Magari ci vorranno anche secoli ma è possibile e tutti possiamo essere parte attiva di questa rivoluzione semplicemente iniziando da noi, dalla nostra vita. Una grande rivoluzione deve nutrirsi di tante piccole rivoluzioni. Sono abbastanza fissato su questa idea di partire da sé per arrivare agli altri e con gran piacere ti dico che io alla mia piccola rivoluzione ci sto lavorando. Per risponderti relativamente alla musica, posso dire che la musica è condivisione, unione e noi di questo abbiamo un bisogno biologico e tocca stare attenti a non perderlo di vista, soprattutto in questo tempo in cui la tendenza è passare la giornata a testa bassa su un telefonino.
Qual è il messaggio de “La Sedia” il tuo ultimo album?
Il concetto base de “La Sedia” è proprio questo, fare pace coi propri fantasmi, darsi una calmata e incamminarsi verso gli altri. Il “Coro Acrobatico delle Voci nell’Armadio” composto da un’ottantina di amici che compare in un paio di brani, simboleggia proprio questa cosa meravigliosa che è la condivisione.
Quale canzone ti rappresenta maggiormente?
Individuare la canzone che mi rappresenta di più è difficile o addirittura impossibile. Una canzone al momento di essere pubblicata ha attraversato così tante limature e lavorazioni di ogni tipo che diventa davvero un piccolo paradiso artificiale. Alla luce di questo, probabilmente, mi sento più rappresentato dalle montagne di audiocassette su cui ho sperimentato per arrivare a questo, proprio perchè sono tutte piene di cose storte e imperfette come me.
Ti aspettavi che Reggio, la tua città, rispondesse così positivamente?
Non so mai cosa aspettarmi da Reggio e nel bene o nel male, è sempre capace di stupirmi. Ieri lo ha fatto in positivo e anche molto…









