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    Tabularasa 2014 – Speciale: Susan Dabbous, ‘la paura di morire ora dopo ora’

    di Clara Varano – Susan Dabbous è una giovanissima freelance italiana che a soli 31 anni, l’anno scorso, ha vissuto la tragica esperienza di essere rapita in Siria, assieme ad un gruppo di colleghi, da una cellula di estremisti islamici. Ospite fissa di Tabularasa, nel 2013 ha ricevuto a Lipari il premio Strillaerischia, quest’anno è stata a Reggio Calabria a parlare del suo libro “Come vuoi Morire? – Rapita nella Siria in guerra” che racconta i giorni della prigionia, la paura di quei minuti, le minacce, ma che analizza anche una realtà, la Jihad, vista dal punto di vista dei fedeli. Poco prima di partire Susan ci racconta le pagine del libro e ci fa letteralmente piombare con lei in Siria nei momenti tragici in cui era ostaggio.

    Come nasce l’idea del libro e quanto è stato difficile calarsi nelle parti dello scrittore della propria storia?

    Il libro nasce dall’esigenza di scrivere tutto quello che mi era successo. Diversi aspetti di questa vicenda richiamavano l’attenzione. Il fatto di essere una donna, di essere di origine siriana e d’aver trascorso del tempo con un’altra donna fondamentalista. Raccontare il tutto è stato molto semplice, perché durante la prigionia ho iniziato nelle mia mente una narrazione dei fatti.

    Una narrazione solo mentale o hai avuto la possibilità di prendere appunti e scrivere?

    Durante la prigionia vera e propria ho avuto modo di scrivere perché avevo un quaderno con me e c’è stato un momento di scrittura fisica e non più mentale. Quaderno che però mi è stato sequestrato e sono stata minacciata di morte a causa di quel quaderno perché mi avevano concesso di tenerlo per scrivere le preghiere, però poi vedendo che scrivevo anche appunti personali, mi hanno detto che stavo scrivendo un dossier su di loro, cosa che convalidava la tesi della spia e per questo volevano uccidermi. Sono minacce che si sono rivelate non concrete ed avevano la finalità ben precisa di terrorizzarmi e di farlo esattamente poco prima di essere liberata insieme ai colleghi.

    Questa strategia di terrorizzare l’ostaggio a poche ore dalla liberazione che fondamento può avere secondo te?

    Di questo aspetto ne ho discusso anche con un magistrato. È una tecnica che serve per intimidire l’ostaggio sapendo che una volta rilasciato parlerà con i media. Gli scopi possono essere diversi. Il primo è quello di limitare la sua libertà di parola. Il secondo è quello di ribadire la propria leadership con la minaccia, per farsi vedere forte davanti ai propri miliziani. Nel mio caso potevano esserci entrambe le componenti. Il capo mi ha minacciata di morte davanti a due dei suoi uomini, loro hanno caricato un fucile dopo le minacce, ed io sono rimasta pietrificata, anche se non avevano intenzione di uccidermi. Razionalizzando pensavo che lo stessero solo facendo come strategia, perché uccidere una donna non è molto diffuso tra gli islamici.

    Però non ne avevi la certezza…

    Assolutamente no! La paura non ti lascia nemmeno quando sei in un’auto che ti porta verso la libertà. La paura razionale di morire in stato di cattività ce l’hai ogni giorno, ogni ora. Ti capita di non pensarci per qualche frangente, perché rallenti il ritmo del pensiero, ma è lì dietro l’angolo, non ti molla mai. Perché, quando sei ostaggio la tua unica attività è pensare, pensare, pensare. Quando pensi, lo fai in relazione alla morte come probabilità molto alta, legata a diversi fattori: possono ucciderti i rapitori perché diventi un problema, un ingombro, la trattativa non va bene. Nel nostro caso si trattava di islamisti quindi in ogni momento potevano emanare una sentenza di morte per noi, per trasformarci in un messaggio…

    Che messaggio?

    Dissuadere gli altri ad andare in un territorio che loro controllano. È questo il messaggio. Il motivo per cui noi siamo stati “arrestati” è che eravamo nel loro territorio e stavamo filmando, che è una cosa proibitissima. Loro agiscono in segretezza. Rendere pubbliche le loro postazioni o le loro azioni non è contemplato. Nel nostro caso specifico avevamo filmato una chiesa dissacrata da loro.

    I filmati che fine hanno fatto?

    Sono state sequestrate tutte le apparecchiature tecniche, filmati, tutto. Ci sono stati restituiti solo i telefoni cellulari prima di essere liberati. Nel mio caso, io avevo uno smartphone, hanno cancellato tutte le immagini del mio viaggio in Siria e poi sono state cancellate le immagini che non si confacevano alla mia nuova identità da religiosa.

    Hai dichiarato di esserti sentita fortunata per il passaporto italiano, ma in realtà loro sapevano delle tue origini siriane, come hai vissuto questo binomio durante la prigionia?

    Io per loro ero l’errore in assoluto. L’ho vissuta con un senso di perenne terrore di non dimostrare abbastanza desiderio di redenzione. Questo si percepisce nel libro. È una strategia che adotto dall’inizio perché sono ossessionata dall’idea che possano uccidermi e come tutti gli esseri umani inizio a pensare alla sopravvivenza. Ad un modo per farcela.

    Per questo hai pensato di proporre la conversione? Come strategia?

    Mi trovavo in una prigione. Ero isolata e non volevo rimanerci. Nel mio caso è stato molto intuitivo e istintivo chiedere l’islamizzazione. Ho pensato: io sono siriana, sono cresciuta in Italia, non è colpa mia. Mia madre è italiana, è cattolica. Non è colpa mia. Aiutatemi, posso imparare. Appena, infatti, ho chiesto che mi fosse insegnata la preghiera mi hanno portato in un altro posto. In un appartamento dove c’era un’altra donna.

    Com’è stato il rapporto con lei?

    Era molto affettuosa e gentile, ma non potevo chiederle una complicità, perché lei era totalmente assorbita dall’ideologia fondamentalista e lo era in modo assolutamente volontario. Aveva scelto la Jihad, aveva scelto di seguire il marito nel combattimento, di lasciare una vita affettiva, familiare in Tunisia, per andare a fare la Jihad con il marito, la Jihad delle donne, cioè stare in casa, soddisfare le esigenze sessuali del marito, possibilmente dargli un figlio anche in un contesto di guerra e questo è quello che io ho visto in modo aberrante. Si preparano alla maternità in un contesto dove non ci sono medici, non ci sono ospedali e lo fanno da sole, credendoci.

    Cosa significa per un reporter trovarsi in una situazione tanto estrema, ma anche tanto inaccessibile?

    Per un giornalista è straordinario trovarsi così vicino, così addentrato ad una realtà diversa e lontana da noi anni luce, ma che suscita molto interesse. Noi raccontiamo sempre del fondamentalismo islamico, dei terroristi, ma stare lì, vivere con loro, con una giovane coppia di ventenni, condividendo una intimità domestica, con una generazione post Al Qaeda non è la stessa cosa.

    Come vuoi morireChe ruolo ha la tua “custode” nel libro? Da quello che mi pare di capire è pregnante…

    Lei è molto importante. Miriam è ovunque, anche nella copertina del libro. Non è lei perché non ho sue foto, ma c’è un’immagine di una donna velata che la rappresenta. Il titolo del libro è suo, ispirato ad una sua domanda. Una frase molto forte: “Come vuoi morire?”, che è una domanda che Miriam mi rivolge, non sotto forma di minaccia, ma come curiosità spontanea di sapere quale fosse la mia morte preferita, che ha una accezione importante nella misura in cui quando muori vai in paradiso. Quando muori da giusto, da convertito e musulmano praticante. Cioè che segue i dettami dei loro leader religiosi, che non sono quelli dell’islam tradizionale. Stiamo parlando di un mondo folle, un mondo lontano. Un mondo che sta acquisendo adesioni da parte dei musulmani che comunque avrebbero scelto eversione e violenza, non della tradizione.

    Tu hai più volte detto che la vostra liberazione è avvenuta perché loro hanno ottenuto qualcosa in cambio, se non un vero e proprio riscatto in termini economici, comunque un vantaggio. Questa però non è la politica di ogni Paese impegnato in missioni di guerra. Tu cosa ne pensi?

    Il mio pensiero nasce da un’idea che mi sono fatta purtroppo attraverso esperienza personale ed esperienze indirette. Mi sento di dire senza esitazione, che la scuola di pensiero americana secondo la quale non trattare e negoziare con i rapitori attraverso anche il pagamento di riscatti, disincentivi i rapimenti, è di una una stupidaggine colossale. Se si decide di non trattare per altre ragioni, dicendo deliberatamente che della vita del singolo ci si disinteressa perché importa di più salvaguardare l’idea di nazione che combatte una determinata ideologia, allora posso capirlo, ma dire che pagare i riscatti incentiva i rapimenti e non farlo no, è assurdo. Chi rapisce il cittadino occidentale o un cittadino di un Paese ricco, del “primo mondo” per intenderci, non si farà mai il problema di ricordarsi se il governo tratta oppure no, quanto e in che termini si possa trattare. Chi rapisce è spietato a prescindere. Vede nell’ostaggio un interesse economico e se ne frega qual è la sua nazionalità.