
Nonostante la condanna emessa dalla Corte d’Assise d’Appello, pochi giorni dopo la sentenza, per Emanuele, Giuseppe e Vincenzo Biviera, Michele Carabetta, Antonio Giorgi, Domenico Mammoliti, Domenico Pelle, Giuseppe Pugliesi, Raffaele Stranieri, Antonio Vottari, Giovanni Strangio, Paolo Nirta e Achille Marmo, tutti e tredici imputati del procedimento “Fehida”, si aprirono le porte della libertà: la Corte d’Assise d’Appello, infatti, accolse le istanze di scarcerazione presentate dagli avvocati per decorrenza dei termini di fase. Il processo è lo stesso che vide lo stralcio, per motivi di salute, della posizione de boss Antonio Pelle, detto “la mamma”, evaso qualche mese dopo dall’ospedale di Locri. Un procedimento in cui rimase in piedi l’accusa portata avanti al sostituto pg Adriana Fimiani e dal pm applicato Federico Perrone Capano.
Dal giorno successivo alla liberazione, l’avvocato generale dello Stato, Franco Scuderi, aveva presentato appello, chiedendo che i soggetti in questione venissero nuovamente condotti in galera. La Corte aveva rigettato le ragioni della Procura Generale che, tuttavia, non si diede per vinta, chiedendo l’annullamento dell’ordinanza e il ripristino della misura cautelare. Negli scorsi giorni, dunque, il Tribunale del Riesame di Reggio Calabria (Filippo Leonardo presidente, Caterina Catalano e Isabella Confortini a latere) ha scritto una prima, nuova, pagina, affinché i tredici imputati, tutti condannati per reati mafia, possano essere nuovamente assicurati alla giustizia. L’ordinanza, infatti, non è ancora esecutiva (per divenire tale si dovrà attendere la pronuncia della Cassazione), ma, alla luce della decisione del Tribunale del Riesame, i tredici rischiano seriamente di tornare in prigione.
Nel proprio appello, Scuderi, richiamando una Giurisprudenza anche piuttosto recente, aveva sostenuto come “una condanna a pena di rilevante entità inflitta per il reato di associazione mafiosa può costituire presupposto legittimante l’emissione di una nuova misura custodiale”. L’Avvocato Generale dello Stato aveva sottolineato il concreto pericolo di fuga ricordando il rinvenimento, presso alcuni fabbricati nella disponibilità dei clan, di cinque locali adibiti a bunker e, quindi, destinati alla latitanza. Argomentazioni condivise dal Tribunale del Riesame: “La sentenza di condanna, specie a pena molto severa – scrivono i giudici -, può rappresentare la premessa per il sorgere di una spinta a sottrarsi all’esecuzione della pena, ed essere quindi utilmente valutata come rivelatrice di un concreto pericolo di fuga”. Uno dei tredici imputati, scarcerati per decorrenza dei termini di fase, Paolo Nirta, fu peraltro latitante per un anno, essendosi sottratto all’esecuzione del fermo e dell’ordinanza “Fehida”, il 30 agosto 2007. I giudici Leonardo, Catalano e Confortini hanno peraltro rimarcato la pericolosità dei soggetti in questione, visto il loro inserimento nell’ambiente mafioso, accogliendo le valutazioni di Scuderi circa il rinvenimento dei bunker. Ma i nascondigli sotterranei non sarebbero di certo l’unico escamotage cui potrebbero ricorrere i tredici accoscati, viste le ramificazioni, nazionali e transnazionali della ‘ndrangheta, come testimoniato dalla strage di Duisburg, ultimo, eclatante, atto della faida di San Luca. A pesare sugli imputati, dunque, il concreto inserimento nelle cosche di San Luca, notoriamente ramificate nel resto d’Europa: “E’ stato accertato che l’organizzazione criminale gode di ramificazioni, basi logistiche e agganci all’estero e, infatti, risulta che i sodali si recavano all’estero per procurarsi armi di precisione. Da tale ultimo elemento emerge un’ulteriore e diversa via di fuga rispetto a quella dei bunker”.
Si dovrà dunque arrivare fino alla Cassazione affinchè dodici condannati possano essere rispediti in galera. Il tredicesimo uomo, Achille Marmo, fratello di Marco, uno dei giovani uccisi a Duisburg, anche in caso di nuova misura cautelare, eviterà il carcere, venendo assegnato agli arresti domiciliari per motivi di salute.




