
di Luisa Nucera – Ogni momento di crisi manifesta una coscienza. La consapevolezza che, dietro ogni problema c’è una storia, un vissuto di esperienze e avventure,
una fase in cui bisogna fermarsi e pensare. Credere in quello che si fa non è sempre possibile, né sembra semplice espletare le proprie capacità in un contesto sociale che taglia perché ci sono forze in esubero. Spesso la passione per il proprio lavoro si cela offuscandosi tra le logiche di un mercato sempre più esigente che ubbidisce solo a criteri economici e che fonda il suo appagamento su fini utilitaristici. Quanto accade nel mondo della scuola, l’istituzione deputata alla cultura che vanta il primato per il maggior numero di precari disoccupati e lasciati allo sbando, è ormai noto ed arcinoto. La scuola è iniziata tra rinvii e speranze tra drammi e certezze, tra riforme e proteste. Ogni Regione cerca di arginare come può il dramma dei disoccupati, gli operatori del settore e, laddove è possibile, li destina ad altri compiti. Non importa se le competenze non sono specifiche per adattarsi al nuovo lavoro che, il più delle volte, serve ad ammortizzare un facilmente prevedibile licenziamento. Diverse sono le sollecitazioni per favorire il dialogo tra politica e mondo dell’istruzione. Non tutti i mali vengono per nuocere. Ecco la nostra Regione, che, grazie alla diffusione di comuni ad alta densità famosa, tira fuori, non senza fatica, l’ escamotage per organizzare lezioni di legalità nelle quali poter impiegare larga parte di precari. Soddisfazione espressa da parte di tutti, o quasi, nella speranza che si possano impiegare le risorse ancora motivate dal bisogno di tirare avanti e nell’attesa che qualcosa cambi e migliori l’intero apparato culturale. Certo, sembra assurdo parlare di legalità quando, secondo una normativa legislativa, ogni classe deve essere formata al massimo da 26 elementi(compreso il docente), o quando ogni istituto deve, sempre a norma di legge, rispondere a norme di sicurezza ben precise, visto che la maggior parte degli edifici, perlomeno in Calabria, sono strutture fatiscenti o appartamenti in disuso adibiti ad aule scolastiche pronte ad essere identificate classi-pollaio a causa del sovraffollamento! Nel frattempo, la Calabria si dimostra esemplare nel manifestare in ambito scolastico la cultura dell’accoglienza e dell’integrazione. E lo fa attraverso la realizzazione di un progetto avviato, sempre dalla Regione, con l’Egitto che prevede la permanenza in Calabria per 5 anni di 130 studenti nordafricani. Un’azione concreta volta alla sperimentazione, all’ascolto e all’innovazione nata dalla propensione nostalgica di ravvivare in Italia l’ampia tradizione francofona iniziata nel Basso Medioevo? Niente di tutto questo. Non esiste ombra di desiderio struggente per la cultura maghrebina che si avvale della lingua francese per scrivere libri autobiografici di notevole spessore culturale. Gli scrittori del Nord Africa infatti rinnovano la forma del romanzo scrivendo l’autobiografia di un’intera comunità. L’opera non è quindi mai in funzione dello scrittore ma racconta un intero contesto sociale soffermandosi su più storie e dando spazio al vociare collettivo. Il tutto in lingua francese. In Egitto, Turchia e Siria il francese è la lingua della cultura, ricerca d’identità linguistica e veicolo culturale. Ma questo forse la nostra Regione lo ignora. L’ambiente influenza i comportamenti e la lingua diventa un marcatore di identità sociale abile a sviluppare capacità critiche nei confronti della realtà. Riallacciare i rapporti culturali con queste regioni vorrebbe dire restituire alla lingua francese la sua dinamicità, indispensabile per organizzare la comprensione della realtà, per comunicarla, esprimerla ed interpretarla. Così facendo diventerebbe naturale sfruttarla come anello che favorirebbe il processo di cooperazione ed integrazione. Sarebbe altrettanto risolutivo il problema di tanti docenti precari, esperti e studiosi di lingua e civiltà francese che metterebbero in campo tutta la loro esperienza per risollevare le sorti di una lingua che all’interno delle scuole non interessa più. Anche il Sud, operando in tal senso, otterrebbe una maggiore visibilità nel trattare alcuni docenti come tali senza impiegarli in lavori temporanei di ripiego. Sperando che i suddetti docenti non esauriscano le loro forze e non disperdano le energie lasciandosi lentamente estinguere dentro una crisi che risparmia le classi politiche d’élite cancellando nel tempo la lingua francese, lingua elitaria, per eccellenza.




