
Queste le conclusioni cui è arrivata la Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria con riferimento all’omicidio di Franco Fortugno, il vicepresidente del Consiglio Regionale della Calabria assassinato a Locri il 16 ottobre del 2005. I giudici Bruno Finocchiaro e Lilia Gaeta hanno depositato le motivazioni della sentenza con cui sono stati confermati i quattro ergastoli nei confronti di Alessandro e Giuseppe Marcianò e di Salvatore Ritorto e Domenico Audino, ritenuti mandanti ed esecutori materiali dell’omicidio politico-mafioso avvenuto fuori da Palazzo Nieddu, in occasione delle primarie dell’Ulivo per la scelta del premier da candidare alle elezioni politiche. Il 23 marzo scorso, la Corte, condannò anche Antonio Dessì a 5 anni e 8 mesi, mentre decretò l’assoluzione (con immediata scarcerazione) per Carmelo Dessì e Vincenzo Cordì.
IL MOVENTE
Fortugno, dunque, avrebbe pagato con la vita l’inaspettata elezione in Consiglio Regionale alle elezioni del 2005 con oltre 8500 preferenze. I Marcianò, elementi vicini al clan Cordì, avevano infatti “tirato la volata” a un altro candidato: quel Domenico Crea condannato in seguito per concorso esterno in associazione mafiosa nell’ambito del processo “Onorata Sanità”. Crea, però, non riuscì a essere eletto, ottenendo un pessimo risultato proprio a Locri, dove Alessandro Marcianò, caposala dell’ospedale, aveva promesso almeno 700 voti. A questo punto, dunque, i Marcianò, avrebbero commissionato l’omicidio di Fortugno al giovane Salvatore Ritorto proprio per riacquistare credito nei confronti di Mimmo Crea, al fine di salvaguardare eventuali possibilità di arricchimento: “Appare ampiamente logico e plausibile – scrivono i magistrati Finocchiaro e Gaeta – condividere l’assunto dei giudici di prime cure allorquando scrivono che l’omicidio dell’onorevole Fortugno è stato ideato e voluto proprio per sanare la defaillance che avrebbe non solo nuociuto ai Marcianò sotto il profilo economico immediato, ma anche isolato gli stessi, rendendoli personaggi non più affidabili e, quindi, impossibilitati a riproporre i loro servigi nelle successive consultazioni elettorali”.
I Marcianò, dunque, si sarebbero spesi per Crea, con la speranza che questi, una volta eletto, diventasse assessore alla sanità, ma l’exploit di Fortugno mandò ogni progetto all’aria. L’eliminazione di Fortugno avrebbe dovuto permettere allora a Crea di approdare in Consiglio Regionale, visto che si era posizionato come primo dei non eletti: “Il Crea, infatti, nella sua qualità di primo dei non eletti, a seguito della morte dell’on. Fortugno, sarebbe automaticamente subentrato a quest’ultimo nel Consiglio Regionale (così come di fatto è avvenuto)”.
Marcianò junior, peraltro, avrebbe partecipato al delitto, accompagnando il killer Ritorto all’agguato nei confronti di Fortugno, attinto, da meno di un metro, con cinque colpi di pistola. Scrivono i giudici: “Sussiste l’alta probabilità logica e un elevato grado di credibilità razionale che Marcianò Giuseppe abbia partecipato all’omicidio a seguito di un apposito programma preventivamente concordato con il padre che, in prima persona, aveva un fortissimo movente per volere la morte del politico antagonista del Crea; il verificarsi di tale evento gli avrebbe permesso, infatti, di riacquistare quel prestigio ed autorevolezza che aveva perso in un paese come Locri ove non solo si attende, ma addirittura si pretende che “i patti vengano rispettati”. Il Crea, infatti, impersonava non solo il soggetto politico antagonista di Fortugno, ma soprattutto il terminale su cui si era registrata la convergenza di sforzi elettorali, messi in campo a più livelli, anche da soggetti appartenenti alla criminalità organizzata, in vista dei cospicui vantaggi che l’intero cartello elettorale avrebbe conseguito se il Crea avesse ottenuto l’obiettivo dell’elezione e dell’eventuale assegnazione di un assessorato”.
Un omicidio realizzato su volere dei Marcianò per favorire il loro politico di riferimento, Mimmo Crea che, a suo dire, aveva contribuito ad arricchirli e che, comunque, non è mai stato indagato per il delitto. Un processo indiziario che, come in primo grado, ha dato grande rilevanza alle dichiarazioni dei collaboratori Bruno Piccolo (morto suicida) e Domenico Novella: “Dichiarazioni reciprocamente riscontrate” scrivono i giudici. E anche con riferimento al movente, nella sentenza sono richiamate le parole di Novella, ascoltato, nei mesi d’indagine, dal pm Giuseppe Creazzo, oggi procuratore di Palmi: “Che il movente sottostante all’omicidio dell’on. Fortugno vada individuato proprio nella perdita di credibilità ed affidabilità dei Marcianò (con contestuale perdita da parte di costoro dei preventivati vantaggi economici legati all’elezione del Crea) ha trovato, d’altronde, una conferma nella stessa deposizione del collaboratore Novella. Costui, infatti, nel riportare le notizie apprese in proposito da Ritorto Salvatore, ha espressamente dichiarato che fu proprio il Ritorto a confidargli di agire “per conto di Marcianò Alessandro”. Sempre a detta del Novella, poi, il Ritorto gli aveva fatto presente la possibilità di ottenere una ricompensa economica (“tanti soldi”) nel caso in cui egli lo avesse aiutato a commettere l’omicidio precisando, altresì, che al pagamento avrebbe provveduto lo stesso Ritorto insieme a Marcianò Alessandro”.
GLI ESECUTORI
E, in effetti, dopo l’omicidio, Ritorto cambiò autovettura ed ebbe la possibilità di effettuare dei lavori di ristrutturazione all’interno della propria abitazione: “Anche il particolare tenore di vita di Ritorto Salvatore evidenziato dopo il fatto delittuoso è stato oggetto di curiosità da parte dei due collaboratori. Entrambi hanno infatti riferito dell’incremento patrimoniale dello stesso” scrivono i giudici Finocchiaro e Gaeta. Il giovane Ritorto, esecutore materiale del delitto, dunque, viene accusato dai collaboratori Piccolo e Novella: “L’indicazione concorde fornita da entrambi i collaboratori circa l’individuazione del killer in Ritorto Salvatore ha trovato sostanziale conferma nei dati di prova generica acquisiti agli atti del dibattimento che hanno consentito di ricostruire la fisionomia dell’omicida, descritto come una persona essenzialmente snella, di giovane età, di altezza media, leggermente più alto del dott. Fortugno”. Ma, oltre che dalle dichiarazioni dei pentiti, Ritorto è stato incastrato però anche dalle dichiarazioni dei testimoni, presenti a Palazzo Nieddu al momento dell’omicidio: “La complessiva valutazione delle dichiarazioni e dunque le indicazioni relative alla corporatura, all’atteggiamento all’età del killer convergono nel descrivere una persona giovane, dalle movenze agili, di altezza media, di corporatura snella caratteristiche del tutto compatibili con quelle dell’appellante Ritorto Salvatore che all’epoca dei fatti aveva 26 anni, era alto 171 cm e pesava 67 kg”.
Lo stesso Giuseppe Marcianò ha tentato di procurarsi un alibi, sostenendo di trovarsi, nel giorno dell’omicidio, presso il Centro Commerciale Peguy di Cinquefrondi. Una versione dei fatti che ha spinto i giudici di secondo grado a commissionare una perizia sui tempi di percorrenza da Cinquefrondi a Locri. Una perizia che, però, incastrò ulteriormente Marcianò, perché dimostrò che non sarebbero occorsi più di 25-26 minuti per spostarsi da un luogo all’altro: “Anche nel caso in cui si volesse riconoscere la presenza di Marcianò Giuseppe presso il Centro Commerciale Peguy nell’orario indicato dai testi d’alibi (i quali hanno sostenuto di essere arrivati al Centro Commerciale tra le 16,00 e le 16,20), si è ribadita la correttezza dei tempi di percorrenza così come emergenti dal giudizio di primo grado e, quindi, la possibilità per l’odierno imputato di essere presente a Palazzo Nieddu del Rio alle ore 17,22 ossia nell’orario in cui l’on. For
tugno è stato assassinato”.
LA ‘NDRANGHETA
E se i Marcianò sono considerati personaggi vicini alla cosca Cordì, ma non solo (la moglie di Alessandro Marcianò, e quindi madre di Giuseppe, è una Bruzzaniti), anche il gruppo di Novella, cui avrebbero fatto parte Ritorto, Audino e Piccolo, è stato comunque considerato una “cellula” del clan Cordì, che avrebbe potuto operare, però, con una certa autonomia, visto che, in quegli anni, il “locale” di Locri era chiuso a causa della sanguinosa faida tra i Cordì e i Cataldo: “Dalle intercettazioni acquisite in atti (ed, in particolare, dalla conversazione tra presenti svoltasi in data 18.03.2010, alle ore 17.10, tra Commisso Giuseppe e Aversa Ilario, all’interno del locale adibito a lavanderia denominato “Apegreen” di Commisso Rosa) emerge chiaramente che, dopo una trentennale guerra di mafia condotta tra le due opposte famiglie dei Cordì e dei Cataldo (circostanza questa ben nota ed emersa anche dagli esiti del processo Primavera 1) era stata finalmente siglata la pace tra le citate ‘ndrine locali ed era stata riattivata la “locale” di Locri precedentemente “messa in sonno”. In pratica, da tale conversazione si trae la conferma che all’epoca dell’omicidio Fortugno (e sino agli inizi del 2010) non esisteva a Locri una “locale” a cui fare riferimento; ogni gruppo criminale (tra cui anche quello del Novella) era libero di prendere qualsiasi iniziativa (logicamente di tipo criminale) senza chiedere il permesso o la preventiva autorizzazione ad alcun organismo locale a ciò predisposto”.
Un delitto, quello di Fortugno, su cui non è stata fatta piena luce sui presunti mandanti politici, ma su cui, anche nelle motivazioni della sentenza d’appello, viene messo il marchio della ‘ndrangheta: “La obiettiva carica intimidatoria emergente dall’omicidio dell’on. Fortugno e i suoi risvolti in termini di assoggettamento e di omertà costituiscono, nel loro insieme, un formidabile fattore di impunità e di sopraffazione di cui normalmente i sodalizi mafiosi si avvalgono nel raggiungimento del loro incontrastato potere di controllo e di gestione non solo del territorio, ma anche dei loro abitanti”.




