L’indagine sull’omicidio di Bruno Caccia, il magistrato torinese assassinato nel 1983, non si è chiusa con l’arresto di Rocco Schirripa, uno dei presunti esecutori materiali. La procura di Milano sta cercando di individuare chi, fra gli “esponenti di vertice della ‘ndrangheta dimoranti in Calabria” in quegli anni, di fatto “autorizzò” il delitto o “condivise” il progetto “direttamente” con l’ideatore. E’ quanto si ricava dalle carte dell’inchiesta dove si sottolinea che si tratta di “persone allo stato non identificate”. Il mandante dell’omicidio è considerato Domenico Belfiore, all’epoca residente a Torino, condannato all’ergastolo nel 1989, dall’estate scorsa in regime di detenzione domiciliare per le sue condizioni di salute. La procura milanese ritiene con certezza che la decisione di commettere “un omicidio eccellente quale quello di un procuratore della Repubblica fosse stata preventivamente comunicata da Belfiore agli esponenti di vertice”. Un fatto che, fra l’altro, dimostra come la ‘ndrangheta non sia un insieme di cosche locali e scoordinate fra loro, ma “un arcipelago con un’organizzazione coordinata”. (ANSA).
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