Le nuove norme sono entrate in vigore ieri, ma le prime settimane serviranno ai consulenti del lavoro e alle direzioni del personale dei grandi gruppi imprenditoriali per studiarne l’impatto oltre che per calibrarne l’applicazione nelle singole realtà produttive e lavorative. Si può pertanto stimare che un primo, sensibile incremento delle posizioni a tempo indeterminato si registrerà a giugno e proseguirà poi per tutto il secondo semestre del 2015: alla fine dell’anno le nuove assunzioni potrebbero arrivare a quota 250.000. Tuttavia, non si tratterà di occupazione aggiuntiva al 100%. Sono infatti almeno tre i bacini da cui verranno “pescati” i neoassunti. Anzitutto, una parte dei nuovi contratti sarà “semplicemente” il frutto della stabilizzazione di attuali precari: si tratta dei contratti a tempo determinati, dei contratti a progetto e di collaborazione, delle partite Iva. La seconda fonte di lavoratori è quella dell’occupazione parzialmente irregolare o completamente “in nero”, vale a dire gli individui più o meno sconosciuti sia all’amministrazione finanziaria sia agli enti di previdenza. Il terzo recinto potrebbe infine essere quello composto dai disoccupati “veri”, cioè soggetti che non hanno occupazione di alcun tipo e che saranno assunti a tempo indeterminato beneficiando del “Jobs Act” e delle tutele crescenti. I settori che potrebbero incrementare più di altri l’occupazione sfruttando la riforma sono l’agricoltura, il turismo, i servizi e l’edilizia.
“Gli sgravi contributivi rendono vantaggioso il nuovo contratto a tempo indeterminato, ma certamente il governo deve mettere il piede sull’acceleratore per migliorare le condizioni in cui operano le imprese italiane, a cominciare dalla riduzione del carico fiscale per poi passare allo snellimento della burocrazia e al miglioramento delle infrastrutture: l’area di disagio sociale è composta da oltre 9 milioni di persone e la strada per ridurla è lunga” commenta il presidente di Unimpresa Calabria, Giuseppe Pratticò. “Almeno nel breve periodo, poi, intravediamo qualche rischio legato alla creazione di un mercato del lavoro a due velocità: potrebbe aumentare l’ingessamento della forza lavoro nei grandi gruppi, poco disposta a cambiare e quindi a smuovere il settore occupazione per paura di perdere le tutele piene del vecchio articolo 18”.




