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In Liguria la ‘ndrangheta esiste ed è operativa: ecco le motivazioni del processo ‘La svolta’

11 Gennaio 2015
in CALABRIA, In evidenza
Tempo di lettura: 5 minuti
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lettura sentenza La svolta 2

di Angela Panzera – «Dal complesso degli elementi raccolti nel presente giudizio emerge nettamente la presenza nell’estremo Ponente Ligure di un’articolazione territoriale della ‘ndrangheta, un sodalizio composto da soggetti di origine calabrese ma da tempo stabilmente radicati nel territorio ligure, legati da vincoli familiari e rapporti di vicinanza, nonché interessi economici comuni, alle cosche di riferimento, riproducente sul territorio ligure il modello organizzativo tipico della ‘ndrangheta». A scrivere sono i giudici del Tribunale di Imperia, Paolo Luppi presidente con a latere Anna Bonsignorio e Massimiliano Botti, che lo scorso otto ottobre hanno comminato 200 anni di carcere nell’ambito del processo “La svolta”.

Le condanne sono state 29, molte delle quali per associazione mafiosa. Con questa sentenza, per la prima volta la procura antimafia di Genova, con l’apporto dell’Arma dei Carabinieri, ha dimostrato l’esistenza della criminalità organizzata calabrese e i giudici di primo grado l’hanno riconosciuto, alla luce delle durissime pene inferte.

Nei giorni scorsi sono state depositate le motivazioni in cui il Tribunale delinea, in oltre 600 pagine, la struttura delle cosche liguri che, pur dipendendo dalla ‘ndrangheta calabrese, risultano essere radicalmente installate sul territorio ed operative. Non una semplice riproduzione del modello mafioso, ma dei locali veri e propri che hanno assoggettato, in questo caso, parte del Ponente ligure. I giudici del Tribunale di Imperia hanno, infatti, sposato in toto le risultanze investigative di altri procedimenti, quali ‘Infinito’ della Dda di Milano, ‘Crimine’ della Dda di Reggio e ‘Minotauro’ dell’Antimafia torinese, ma, soprattutto, hanno fatto proprio il principio dell’unitarietà della ‘ndrangheta allineandosi a quanto sancito dalla Cassazione che l’anno scorso ha condannato in via definitiva gli oltre novanta imputati del processo abbreviato “Infinito”.

All’esito del dibattimento del processo “La svolta” i giudici hanno sancito l’esistenza di due «locali», due strutture organizzative della ’ndrangheta calabrese: una a Ventimiglia, «governata» dalla coppia Peppino Marcianò – Antonio Palamara, l’altra a Bordighera in mano alle famiglie Barilaro e Pellegrino. Connessioni con il mondo degli affari, interventi di «mediazione», raccomandazioni per posti di lavoro e la gestione di una cooperativa che riceveva appalti pubblici. «L’origine dell’infiltrazione della ‘ndrangheta nel Ponente Ligure risale – è scritto nelle motivazioni – risale alla seconda metà del secolo scorso, quando a Ventimiglia e dintorni si insediavano vari soggetti imparentati o contigui ad esponenti delle cosche calabresi che poi si radicavano stabilmente sul territorio ligure […]. Le risultanze acquisite evidenziano significativi legami della famiglia Marcianò con le cosche calabresi, in particolare con il clan Piromalli di Gioia Tauro e con il ramo emergente della famiglia Priolo, nonché con la famiglia Mazzaferro, storica associata dei Piromalli, oltre ad occasionali contatti con cosca Alvaro di Sinopoli, invece maggiorente legata a Palamara. I profondi legami con le cosche, lungi da costituire un aspetto secondario, rappresentano la conferma inequivocabile del contesto prettamente ‘ndranghetistica in cui si muove il sodalizio».

I legami con la Piana di Gioia Tauro…
«Venite qua dentro a prendermi. Ve la stacco con le mani la testa. Ottant’anni incensurato e a 82 anni hanno scoperto il capo della‘ndrangheta. Che avete fatto in tutti questi anni di indagini?». Il presidente Paolo Luppi stava ancora leggendo la sentenza del processo “La Svolta” quando Vincenzo Marcianò si è lasciato andare ad urla e minacce. «Volete i soldi vergognatevi, non basta la vita della gente – ha urlato -. Vigliacchi, avete fatto intercettazioni sporche, ve le siete girate come volete voi, vigliacchi. Miserabili, venitemi a prendere qua dentro». Insulti e minacce condivisi dai parenti, che hanno rincarato la dose: «siete dei corrotti», hanno urlato applaudendo. Ma Luppi non si è fatto intimidire, andando fino in fondo ad una sentenza che ha certificato l’esistenza della ‘ndrangheta in Liguria. Sui disordini in aula i Carabinieri hanno aperto un’indagine, ma quello che contava nell’ottobre scorso era un altro dato: gli inquirenti ce l’hanno fatta dopo 12 anni, portando sul piatto, a fine 2012, le prove del reato di 416 bis. Ad uscirne puliti sono stati l’ex sindaco di Ventimiglia, Gaetano Scullino, e il suo ex city manager, Marco Prestileo, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo la DdA avrebbero favorito una società riconducibile alla famiglia Marcianò, originaria della Piana ma residente in Liguria. La “Marvon” avrebbe ottenuto così appalti grazie ai legami con i politici, assolti però perché il fatto non costituisce reato. Dopo la morte di Francesco Marcianò, secondo il pm, sarebbe stato il fratello Giuseppe, condannato a 16 anni di carcere, a prendere le redini del clan, a Ventimiglia dal 1947. Ed è proprio sulla famiglia Marcianò che si basa il fulcro dell’indagine dell’antimafia ligure. «Dalle numerose intercettazioni-scrivono i giudici emergono grande rispetto e considerazione per i Piromalli-Priolo, come per i Mazzaferro, da parte di Giuseppe Marcianò che si mette a loro completa disposizione, in un rapporto di collaborazione per le reciproche esigenze, ospitalità ai sodali, assistenza ai detenuti per spese legali e supporto logistico ai familiari, che rispecchia la regola ferrea di ‘ndrangheta già riferita dai collaboratori(…) il filo diretto fra i Marcianò e i Piromalli – Priolo trova piena conferma, dopo l’uccisione a Gioa Tauro di Vincenzo Priolo, nell’immediata e completa assistenza fornita da Giuseppe Marcianò ai Piromalli nelle ricerche in zona dell’omicida Vincenzo Perri, attraverso assistenza ed ospitalità a Domenico La Rosa, giunto appositamente dalla Calabria, conduzione di ricerche mirate nel Ponente ligure in Costa Azzurra, disponibilità piena direttamente espressa a Giuseppe Priolo anche per fornire le armi al giovane La Rosa qualora l’omicida venisse rintracciato in zona».

… e quelli con la Locride
“Precisi riferimenti agli elementi strutturali della ‘ndrangheta, riguardo all’esistenza di locali su territorio ligure nonché di una camera di controllo, emergevano dalle intercettazioni nel procedimento Crimine, in particolare dalle conversazioni fra Domenico Oppedisano, esponente di vertice della ‘ndrangheta calabrese con la carica di capo crimine e Domenico Gangemi, che consentivano di consacrarne l’appartenenza alla ‘ndrangheta come personaggio apicale dell’articolazione ligure”. “Crimine – La svolta” due procedimenti messi in piedi dalle Procure di Reggio Calabria e di Genova che hanno avuto il medesimo scopo: stanare la ‘ndrangheta in Italia. Non più solo in Calabria, ma superare gli “arcani” confini spingendosi fino al Ponente ligure. Di ciò almeno sono convinti i giudici del Tribunale di Imperia che lo scorso ottobre hanno inflitto 200 anni di carcere ai 29 imputati riconosciuti colpevoli di a vario titolo di associazione mafiosa e altri reati; una sentenza quella del Tribunale di Imperia che non può prescindere dalle risultanze investigative della maxi inchiesta dell’Antimafia dello Stretto, il cui impianto accusatorio ha retto fino in Appello per il troncone abbreviato, mentre per il dibattimento la dura sentenza del Tribunale di Locri presieduto da Alfredo Sicuro si è registrata lo scorso luglio. E tra le numerose condanne spicca proprio quella inferta a Gangemi punito con 19 anni e 6 mesi di carcere. Gli inquirenti lo pizzicheranno nell’agrumeto rosarnese di Oppedisano pronunciare una frase che fornirà un fondamentale riscontro alla Procura guidata da Giuseppe Pignatone che in quel tempo stava raccogliendo le prove da portare in dibattimento e sancire l’unitarietà della ‘ndrangheta. Gangemi: “noi con la Calabria abbiamo tutta la massima collaborazione, il massimo rispetto, siamo tutti una cosa pare che la Liguria è ndranghetista..noi siamo calabresi…quello che c’era qui lo abbiamo portato lì”. Ma c’è di più. Il Tribunale presieduto da Paolo Luppi nelle motivazioni valorizza un altro dato fondamentale ossia quello riguardanti i rapporti con i locali della jonica. «Sull’effettiva esistenza di una camera di controllo in Liguria si rileva l’intercettazione nella lavanderia Ape green di Commisso Giuseppe, il mastro, dove Giuseppe Catalano si lamentava del fatto che a differenza di Liguria e Lombardia, un simile organismo non c’era a Torino». La Calabria quindi, da Rosarno a Siderno, sapeva dell’esistenza della ‘ndrangheta in Liguria, ne coordinava le mosse, concedeva cariche, e soprattutto conosceva strutture e sodali. Non è un caso infine che uno degli imputati del processo “La svolta”, Antonio Palamara condannato a 14 anni, abbia dei legami sanguigni con la Calabria. «Palamara – motivano i giudici – ha legami con la cosca Pelle di San Luca,doppiamente imparentato per avere i propri figli sposato i fratelli Giuseppe e Caterina Pelle, nipoti di Antonio “Gambazza”».

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