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    Gordo, Indio, Kama: gli emissari dei narcos vendevano la coca alle ‘ndrine

    di Stefano Perri – La cocaina entrava a Roma soltanto con il placet della ‘ndrangheta. Il canale principale era gestito dai Pizzata di San Luca, e arrivava direttamente dalla Colombia. Dopo lo scontro con il clan rivale dei Nirta, anch’esso originario del piccolo centro aspromontano, il sodalizio guidato dal boss Giovanni Pizzata aveva costruito un vero e proprio monopolio per il narcotraffico nella Capitale.

    Le indagini condotte dal Gico della Guardia di Finanza sono riuscite a dimostrare come gli altri gruppi criminali, che fossero legati alla ‘ndrangheta calabrese o alla camorra napoletana, dovevano sottostare al placet dei Pizzata prima di mettere le mani su una fetta della sostanziosa torta che rappresentava il mercato romano per il traffico di stupefacenti.

    cocaina romaSecondo gli inquirenti il clan, pur mantenendo la sua base operativa a Roma, era in grado di organizzare spedizioni di ingenti quantitativi di cocaina provenienti dal Sud America. Operazioni che la ‘ndrina dei Pizzata riusciva a gestire attraverso un complesso sistema di basi logistiche al nord Italia, tra Genova, Milano e Torino, e all’estero, soprattutto in Spagna, Olanda e Marocco.

    I contatti transnazionali in particolare erano funzionali all’importazione dello stupefacente dal Sud America. Gli ‘ndranghetisti erano gli unici al mondo, a poter trattare alla pari con i cartelli dei narcos colombiani. Prerogativa che i calabresi utilizzavano per organizzare i viaggi, i soggiorni all’esterno necessari per le trattative, le spedizioni dei container mascherate attraverso carichi di copertura, che passavano attraverso i porti dell’Atlantico o del Nord Africa.

    cocaina romaLe trattative e l’organizzazione dei viaggi erano gestite attraverso comunicazioni criptate. I membri del clan utilizzavano apparecchi BlackBerry con appositi programmi di messaggistica istantanea, sui quali utilizzavano nickname che venivano continuamente sostituiti, impiegati per singole operazioni e poi immediatamente dismessi.

    Secondo le indagini sono tre le figure preminenti per il traffico internazionale di stupefacenti: Gordo, Kama e Indio. I loro nomi appaiono più volte sulla bocca degli ‘ndranghetisti nelle conversazioni telefoniche e ambientali intercettate dalla Guardia di Finanaza. Si tratta di tre emissari del cartello dei narcos colombiani. Erano loro ad organizzare le spedizioni, attraverso la Spagna, l’Olanda o il Marocco, destinate al mercato italiano. A loro i membri del clan pagavano i carichi, con loro trattavano il prezzo al chilogrammo della cocaina e dell’hashish. La coca, una volta immessa sul mercato italiano, valeva tra i 28 e i 36 mila euro. Cifre astronomiche considerando le quantità ordinate dai calabresi.

    I carichi venivano di droga venivano fatti arrivare in Italia via mare. Entravano nel Mediterraneo attraverso la Spagna, l’Olanda o il Marocco. Tonnellate di droga, divise in decine di carichi. In una spedizione 160 kg attraverso la Spagna, da dividere tra i sodali del clan che poi li avviavano alla rete finalizzata allo spaccio, in un’altra (poi fallita) 1000 Kg di hashish ed ancora in un’altra addirittura 3.300 Kg di hashish, attraverso il Marocco, ed ancora un altro carico di 600 kg entrato in Italia da Genova.

    cocaina romaLa coca e l’hashish scorrevano a fiumi. Quello degli stupefacenti era un business che non conosceva crisi. I guadagni erano immensi e venivano poi quasi sempre reimmessi nell’economia legale attraverso l’acquisizione di Società ed attività commerciali. Gli ‘ndranghetisti erano i padroni del narcotraffico verso la Capitale e avevano trovato in Sud America la loro gallina dalle uova d’oro.