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    Facoltà di parola

    Riceviamo e pubblichiamo da Isidoro Pennisi, prof. Università Mediterranea

    Se non si vuole semplicemente patire o godere, della vicenda che ha coinvolto l’Ateneo di Reggio Calabria, allora consiglierei a tutti, di leggere o dare almeno una scorsa al tema di uno dei libri più ostici, duri e controversi di Leonardo Sciascia: il Contesto. Un romanzo giallo, una costruzione allegorica magistrale, dove si affresca la natura contesta della realtà italiana, molto diversa dal racconto teatrale di una dura lotta frontale tra buoni e cattivi, sinistra e destra politica, tra governo e opposizione. Lì dove, in apparenza, elementi diversi si contendono, a suon d’idee, di morali, di etiche e politiche, una supremazia di qualità della condotta pubblica, succede invece che esse sono aggrovigliate in un contesto, che i protagonisti non vedono pur essendone gli artefici. In altra maniera, si può dire che Sciascia descrive un Paese in cui gli uccellacci e gli uccellini convivono nella stessa voliera e che, diversamente dalla definizione di Pasolini (netta, precisa, di classe) nel suo caso (meno ideologico e più radiografico) tendono a somigliarsi non perché uguali, ma perché ambedue hanno in comune l’accettazione della voliera dentro la quale essi operano, che li tiene insieme nello stesso spazio vitale. Ovvio che, personalmente, mi colpisce maggiormente, il caso che coinvolge l’Ateneo di Reggio Calabria, tanto da fregarmene se ciò non è altro che un’ennesima puntata di un certo modo di vivere le responsabilità pubbliche, ma questo atteggiamento sentimentale, non deve far perdere la lucidità. In questo senso hanno per me poco interesse i singoli reati contestati al momento alle singole persone, o l’affresco educativo, comportamentale, culturale, che traspare dagli stralci delle intercettazioni messe a verbale, perché non è un mio compito trarre, da un materiale giudiziario, delle conseguenze di tipo etico, morale, su persone che tra le altre cose conosco, e che non mi sogno nemmeno ne di disconoscere ne di difendere, pur nutrendo per alcuni di loro affetto e per altri no, come è ovvio tra umani. So che sarà complicato comprenderlo per chi legge, ma è la natura dei fatti che detta, pretende e impone il tipo di strumento di lettura da utilizzare, e non esiste nulla di peggio che utilizzare strumenti non connaturati ai fatti da misurare. Se io ho un compito, se la Comunità Accademica ha un compito, se la stessa città di Reggio Calabria che ospita questa struttura da più di quarant’anni ha un compito, non è di trarre conclusioni morali o etiche, ma politiche, nel senso più preciso della parola. E’ in questo senso che dovremmo interrogarci, e soprattutto capire cosa si deve fare adesso, non in astratto, non in maniera umorale, ma recuperando almeno in questa occasione un senso di responsabilità non retorico, che consiste nel farsi carico del contesto e non solo di alcuni suoi brandelli. Ovvio che io ho delle mie idee in merito, ma non è questo il luogo per descriverle. Questa è l’occasione, per ricordare a tutti, che il contesto dove trova luogo la vicenda di questi giorni, ha in origine una funzione dirimente, per la storia e la vita comune dei cittadini di un Paese come il nostro e di una città come Reggio Calabria, che per primi noi che vi operiamo abbiamo non solo dimenticato ma messo in discussione con una serie di idee fallimentari e alla lunga anche pericolose per chi le gestisce e le rende realtà. Allora ricordo a tutti a cosa serve una Università. L’Università serve a formare un sapere diffuso che possa concedere una visione comprensiva del vero. E’ un luogo che propone educazione pubblica. Un professore, che responsabilmente lavora in un Università, ha dei doveri verso la società umana, verso lo Stato al quale appartiene, verso l’ambiente nel quale ci sviluppiamo, verso gli individui con i quali intratteniamo relazioni d’ogni specie. L’Università non è stata istituita per dare al mondo, poeti, autori, scienziati, chiamati all’immortalità. Il mondo, in sé, è capace di fornire, in qualsiasi caso, Aristotele, Newton, Raffaello, Brunelleschi, Leopardi. Il compito strategico dell’Università è solo, in apparenza, più ordinario. Ed è quello d’elevare il livello intellettuale di una comunità; di coltivare lo spirito di un popolo; di sostenere e districare gli umori popolari; di sciogliere in un progetto unico le aspirazioni singole; di fecondare le idee del tempo, sviluppandole nella moderazione; di rendere più facile l’esercizio del potere politico. L’educazione universitaria educa la donna e l’uomo alla lucidità delle proprie opinioni particolari, ai giudizi che si esprimono, elevando la capacità di formularli con verità, esporli senza demagogia e con la forza del vero. In buona o cattiva fede, chi ha immaginato per l’Università obiettivi diversi (e non sto qui ad elencarli, ma stanno scritti negli Statuti degli Atenei e nei documenti ministeriali) ha trasformato un Veliero nato agile per esplorare con poche regole l’Universo, in una specie di enorme Nave Porta Container, pesante e burocratica, che vivendo quasi sempre in mare aperto, non sa nemmeno più cosa sia la vita sulla Terra. Fuor di metafora, non esistono fondati motivi per aver trasformato una avventura educativa, di conoscenza e di ricerca, in cui la responsabilità e la discrezionalità di chi la anima (docenti e studenti) garantivano l’agilità necessaria nel perseguire i fini che in precedenza descrivevo, in una struttura sovraccarica di finalità improprie, arrugginita da norme non coerenti, incrostata nella sua anima, un tempo mai adulta e sempre aperta alla meraviglia, mentre oggi è tristemente accartocciata intorno a parole d’ordine già vecchie alla nascita. Questo è il vero reato dell’Ateneo Reggino e dell’Università Italiana, ma nessun Magistrato ci perseguiterà mai per aver negato a più di una generazione di giovani esseri umani il diritto a questo tipo di educazione universitaria, facendo così mancare al Paese un capitale umano commisurato alle sfide della storia, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti, in questo orribile presente. Quest’anno l’Ateneo di Reggio compie i quarant’anni dalla sua nascita (Agosto 1982). Forse è il caso che ognuno di noi, con le proprie capacità, faccia mente locale sulle sciocchezze autoreferenziali, sul millantato credito vissuto con euforica stoltezza, che ormai caratterizza il nostro lavoro, e immagini qualche cosa di più onorevole per un immediato presente e per il futuro, senza scaricare tutte le responsabilità solo sulle persone che al momento sono coinvolte. In ultimo, io non sono uno di qui, anche se vivendoci ormai da quarant’anni ho come l’impressione che in uno dei primi passaggi sullo Stretto, avvenuto quando ancora ero in fasce, io abbia contratto un debito con essa. Forse questo mi permette di dire che la Città, in ogni sua componente, soprattutto nella sua parte che la dirige e ne forma l’opinione (quindi anche il destino) dovrebbe maggiormente riflettere sul ruolo che essa ha avuto e ha nel contesto che ho provato a descrivere, allontanando la tentazione, ormai diffusa in tutto il Paese e non solo a Reggio, di interpretare il ruolo del “cannibale travestito da vegano”, o di chi, senza rendersene conto, è capace di buttare via il bambino tenendosi l’acqua sporca, e recuperare, individuare, definire, invece, il valore dell’interesse strategico che questo Ateneo ha ancora, nonostante tutto, per il suo futuro.