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    Il nuovo brano di Tiziana Serraino. “A Pirara”, un pugno in faccia al pregiudizio

    L’antica saggezza popolare ci insegna che “il frutto non cade mai lontano dall’albero”. Un adagio di evidente origine contadina che nella sua semplicità fotografa una questione dibattuta anche dalla comunità scientifica, da sempre impegnata a esplorare l’effettivo apporto del codice genetico nella costruzione di un essere umano. Tuttavia, la questione origina una linea di demarcazione sottilissima tra scienza e pregiudizio, tra saggezza e limite. Perché, senza scomodare Jane Austen, è necessario ricordare che il condizionamento sociale vale più di qualunque altro imprinting e basterebbe tornare alla metafora per rendersene conto: cosa succede se l’albero si trova in un pendio e il frutto, cadendo, inizia a rotolare placidamente verso valle, agevolato dal declivio? Semplicemente che, a dispetto del proverbio, nella realtà talvolta capita che il frutto cada lontano dall’albero. Perché le condizioni del terreno sono altrettanto importanti, anzi fondamentali. Nel 1912, Edgar Rice Burroughs narrò le vicende di un neonato di nobile famiglia che a seguito di un naufragio si perde nella jungla angolana. Viene recuperato e tratto in salvo dai gorilla, che cresceranno amorevolmente quel cucciolo di uomo. Nonostante il “sangue blu”, quell’uomo, da adulto, non diventerà un Principe, ma Tarzan, l’uomo scimmia. Una storia ispirata a una vicenda realmente accaduta che sembra sbugiardare tutte le teorie che attribuiscono al sangue ereditario l’essenza dell’essere umano. E d’altra parte, la scienza stessa ha già da tempo archiviato le teorie di Lombroso che sembrava accostarsi in modo fideistico a questo tipo di approccio, assegnando perfino ai tratti somatici riferimenti diretti alla personalità. Una cosa che oggi ci appare ridicola, ma che solo un secolo fa ha generato una frattura tra criminologia e giustizia di cui ancora oggi paghiamo gravi conseguenze in termini sociali.

    Cosa c’entra tutto questo con una canzone?

    Ebbene, nei tre minuti del suo nuovo brano Tiziana Serraino è riuscita a condensare tutto questo sotto forma di autentica poesia. “A Pirara”, è una canzone che racchiude un intero universo emotivo, lontano da artifici didascalici, una scrittura potente, maestosa, una freccia acuminata piantata nel cuore del pregiudizio, inteso in senso letterale: giudizio a priori.

    Peraltro, la sintassi musicale della Serraino sembra aver trovato una quadra ulteriore nella cifra popolare, lontana dal suo mondo eletto, quello del pop-rock d’autore che esplora i temi esistenziali e sentimentali. Non un passaggio, ma un’altra opportunità espressiva che già ci aveva convinti con “Amuri Amuri” e che ora pare approdata al suo grado più alto di maturità. E a ben vedere, già nel suo primo brano di stampo “etnico”, il tema forte era la stigmatizzazione dell’ingiustizia. Agli artisti accade di sentire il circostante con un olfatto più acuto, che in genere

    porta all’esigenza di fissarlo in una forma differente. In “Amuri Amuri” era stata la vicinanza solidale a un amico minacciato dalle oscure forze criminali che purtroppo dominano il nostro territorio. In “A Pirara” è la sensazione speculare che di quei criminali si faccia propaganda e non argine, mettendo sullo stesso piano mele e pere, “puma e pira” per restare all’interno della figura retorica. E che così facendo in realtà non si combatta il fenomeno, ma addirittura lo si alimenti per una qualche assurda forma di tornaconto. Perché la nostra amata e disgraziata terra trasforma con disinvoltura il pregiudizio in realtà e spesso ne confonde i contorni. Così come questo brano, che non è facilmente etichettabile sotto un genere specifico (utilizza il dialetto ma non è folk, ha una caratura etnica ma una struttura sui generis, mescola strumenti della tradizione a suggestioni universali), lo stesso vale per le persone, alle quali troppo spesso viene appiccicata addosso un’etichetta indipendentemente dalla cifra umana. Credo non sia un caso che la Serraino abbia scelto una frase di Fabrizio De André per chiudere il videoclip, proprio colui che si è sempre schierato dalla parte di chi deve combattere ogni giorno per liberarsi dal pregiudizio di chi ama incasellare e non sa empatizzare. Viene in mente un film di Giuseppe Tornatore, Maléna”, in certi passaggi molto vicino al De André di “Bocca di Rosa”, che narra di donna accusata di turbare sessualmente gli uomini e quindi di essere una poco di buono. Unica colpa: la troppa bellezza. Ebbene, questa donna finirà col diventare ciò che il pregiudizio ha scelto per lei: una prostituta. Vale la stessa cosa in qualunque altro ambito e c’è il sospetto che talvolta sia la stessa cosiddetta giustizia a generare il criminale, laddove non giudica la persona ma il suo DNA (Lombroso, appunto), il suo nome, il suo sangue, escludendo implicitamente ogni altra possibilità. Questo, fatalmente, non previene il male, ma ne è parte integrante, perché non concede nessuna via di fuga a chi, magari, aveva scelto altro per il suo futuro. La Serraino, al contrario, non emette sentenze, la sua narrazione trasversale si colloca in una zona neutra, eppure il suo testo appare come un’amara profezia a chiosa di una fotografia lucida e disarmante di ciò che accade a chi rimane imbrigliato tra le maglie di questo orribile gioco al massacro: “’Cà non cangia nenti”.

    Un testo necessario e coraggioso, vissuto con un pathos emotivo che per osmosi si trasferisce in chi lo ascolta. E forse avrà modo di riflettere su quanto sia difficile chiamarsi fuori da questo meccanismo distruttivo se ciò che si ha attorno spinge verso l’abisso.

    Ma al di là di ogni considerazione di natura antropologica, resta la musica come forma d’arte capace di restituirci bellezza anche laddove emergono sofferenza e malinconia. “A Pirara” è prima di tutto una canzone di rara intensità, subito dopo anche il resto. Ed è in questa veste che va accolta, perché ascoltare con pregiudizio una canzone che si schiera contro il pregiudizio è un ossimoro che non possiamo consentirci, se davvero vogliamo smentire la stessa Serraino e

    dimostrare che no, forse qualcosa può cambiare, forse anche una semplice canzone può essere una rivoluzione. Lei lo ha già fatto, ora tocca a noi.

    Francesco Villari

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