
Per il resto, nonostante le “fisiologiche” riduzioni di pena, regge in pieno l’accusa in un procedimento che aveva messo nel proprio mirino le presunte infiltrazioni delle cosche della ionica nei lavori di ammodernamento della SS 106.
A parte le tre assoluzioni, la Corte ha condannato gli altri ventiquattro imputati del procedimento, rideterminando le pene: sette anni di reclusione per Bruno Morabito e Antonino Vadalà; sei anni e sei mesi ciascuno per Sebastiano Altomonte, Leone Morello, Giovanni Talia, Carmelo Vadalà (classe 1980), Carmelo Vadalà (classe 1982) e Domenico Vadalà; sei anni di reclusione ciascuno per Pietro Cilione, Domenico Mario Mauro, Leone Modaffari e Pasquale Nucera; cinque anni di reclusione per Dante Catroppa e Antonino Taormina; quattro anni e otto mesi di reclusione ciascuno per Vincenzo Carrozza, Francesco Cilione, Francesco D’Aguì, Terenzio D’Aguì, Domenico Morabito, Giuseppe Nucera, Francesco Spanò, Costantino Stilo, Carmelo Tuscano e Domenico Verduci. Per tutti, comunque, la Corte ha ridotto l’interdizione dai pubblici uffici a cinque anni e ha revocato l’interdizione legale. La Corte, peraltro, ha anche rigettato il ricorso del pubblico ministero che aveva chiesto che per gli imputati fosse riconosciuta l’aggravante dell’associazione armata.
Il processo nasce dunque da un’inchiesta svolta dall’Arma dei Carabinieri, che andò a bloccare le ingerenze delle cosche della ionica sulla SS 106. Il blitz dei militari dell’Arma scattò nel giugno 2008, allorquando venne data esecuzione a un provvedimento di fermo firmato dal procuratore capo Giuseppe Pignatone e dai sostituti Salvatore Boemi, Franco Mollace, Domenico Galletta e Giuseppe Lombardo, unico dei quattro a essere ancora in forza alla Dda di Reggio Calabria. Nel focus degli investigatori finirono i cantieri della zona di Palizzi, con riferimento agli anni 2006-2008: secondo le indagini le cosche Morabito, Palamara, Bruzzaniti, unitamente ai Talia, Maisano e ai Vadalà, avrebbero messo le mani sulle attività lavorativa nei cantieri, occupandosi del movimento terra, del trasporto e dalla fornitura di inerti, nonché della scelta delle maestranze da impiegare. Un sistema, dunque, che sarebbe stato messo in atto in combutta tra i territori di Africo e Bova. Il nome dell’operazione prende spunto da un’intercettazione ambientale effettuata presso il carcere di Parma tra il “Tiradritto” Giuseppe Morabito, boss di Africo catturato dal Ros dei Carabinieri il 18 febbraio 2004, e il genero Giuseppe Pansera: “bellu lavuru”, questa l’affermazione che avrebbero fatto con i loro parenti, con riferimento ai lavori che avrebbero interessato la SS 106.
Un processo durato diversi mesi: gran parte degli imputati, infatti, avevano scelto il rito abbreviato. Nello stralcio di ordinari, vennero assolti tre imputati su quattro: Antonio Mafrica e poi due pezzi da novanta come Giuseppe Morabito, il “Tiradritto”, e il genero Giuseppe Pansera. Fu condannato solo Francesco Stilo, a 9 anni di reclusione. In questo stralcio di abbreviati, invece, nonostante la rideterminazione di tutte le condanne, alla lettura dell’udienza, uno degli imputati, Sebastiano Altomonte, è andato in escandescenza contro il Collegio: convinto della propria onestà e probità morale, l’uomo ha gridato contro i giudici, concludendo il proprio sfogo con un perentorio “vergogna”. Una reazione che è stata messa a verbale e che con ogni probabilità verrà trasmessa presto all’Ufficio di Procura.




