
il “Supremo”, uno che raramente perde la pazienza, chiede la parola e, con tono piuttosto acceso, accusa l’ex comandante del Ros, il Colonnello Valerio Giardina, colui che lo ha tratto in arresto dopo anni di latitanza, di aver detto delle menzogne nella sua deposizione, al cospetto del Collegio presieduto da Silvana Grasso. Giardina ha sostenuto la seconda parte della propria audizione in un processo che vede alla sbarra il gotha della ‘ndrangheta reggina, tra cui Condello stesso. Tra i tanti particolari forniti, Giardina ha anche raccontato una frase che Condello gli avrebbe confidato all’interno della Caserma degli Allievi Carabinieri, dove fu portato subito dopo la cattura: “Dopo il mio arresto se ne vedranno delle belle”. Una frase chiarissima che alluderebbe alla rottura di determinati equilibri criminali. Ma la frase non è piaciuta al “Supremo”, che ha apostrofato duramente l’ufficiale dell’Arma: “Non sono uno stupido e capisco – ha tuonato il “Supremo” – ma cosa vogliono costruire su questa frase?”.
Un colpo di scena finale che si è collocato al termine di un’udienza-fiume, in cui Giardina ha ripercorso le lunghe fasi che hanno portato alla cattura di Pasquale Condello, latitante da diversi lustri, arrestato il 18 febbraio 2008 a Pellaro. Un’attività durata diversi anni che trovò la sua svolta nell’individuazione dell’anello principale della catena di favoreggiatori di Condello, il genero Giovanni Barillà. Verificando le date di allaccio e dismissione dei contratti Enel stipulati nella casa dove fu arrestato il “Supremo”, il Ros arrivò a concludere che il boss, protagonista della seconda guerra di mafia reggina, si trovasse a Pellaro almeno dal 2004: “Una novità per noi – dice Giardina – visto che quell’area era storicamente sotto il controllo della cosca Ficara, federata al cartello De Stefano-Tegano, rivale dei Condello”. Ma l’inchiesta “Meta”, curata dal pm antimafia Giuseppe Lombardo ha proprio come obiettivo quello di dimostrare come cosche un tempo nemiche siano adesso unite nella pax mafiosa cittadina per l’equa spartizione del maxigiro di estorsioni.
Un particolare assai curioso è stato fornito dall’ufficiale circa l’assegnazione di un sussidio alla famiglia di Pasquale Condello, in un periodo in cui il “Supremo” era latitante. Dal 2000, Maria Morabito, moglie del boss Pasquale Condello, avrebbe percepito delle somme come sussidio di povertà dal Comune di Reggio Calabria: due milioni di lire nel 2000 e circa quattromila euro negli anni successivi, fino al 2003. Emolumenti che si bloccarono pochi anni dopo il raggiungimento della maggiore età da parte della figlia Caterina. Un particolare previsto dalla legge e che quindi non costituisce alcuna irregolarità, ma che sicuramente rappresenta una circostanza assai singolare, dato che a percepire le piccole somme di denaro era la moglie di un noto boss latitante.
Gran parte del discorso, poi, si è soffermato sugli oggetti sequestrati al “Supremo”. Soldi, armi, “pizzini”, accendini griffati, anelli, carte d’identità, card alberghiere, medicine e le immancabili immagini sacre. E’ piuttosto variegato l’inventario che il Ros dei Carabinieri ha dovuto effettuare per archiviare la cospicua mole di materiale riconducibile a Condello. Dal denaro contante, oltre duemila euro, fino a due coltelli serramanico, passando per una serie molto ampia di oggetti personali del boss. I militari del Ros, infatti, rintracciarono nell’appartamento di Pellaro due accendini Cartier e uno Dupont, delle medicine, soprattutto per curare gli stati d’ansia e gli squilibri emotivi, tante immagini sacre, soprattutto della Madonna di Polsi, numerosi libri (“Il calore del sangue” e le poesie di Alda Merini, tra gli altri volumi) e dei tagliasigari, necessari per la passione del “Supremo”.
Ma il grosso del materiale sequestrato, riguarda le lettere e i “pizzini”, con cui Condello comunicava. Lettere scritte a mano necessarie per tenere le redini della famiglia: “Una cura maniacale per la struttura criminale” ha detto in aula Giardina. Uno dei “pizzini” considerava anche un servizio del Gr Calabria, in cui Condello contestava una notizia riguardante delle estorsioni sui cantieri della A3: un servizio che, secondo i riscontri del Ros, non andò mai in onda. E poi tanti messaggi criptici e oscuri. Tante volte il Colonnello Giardina ha dovuto sottolineare come solo Condello stesso potesse dare spiegazioni su alcuni particolari acquisiti dal Ros. Due, soprattutto, i messaggi più inquietanti: uno in cui il boss ricordava come, anni addietro a Napoli fosse scoppiato uno scandalo riguardante le forze dell’ordine e rifletteva come a Reggio la situazione fosse peggiore. L’altro, invece, ancora più sospetto perché riguarderebbe un magistrato del distretto reggino: una parte che gli investigatori hanno coperto con i classici “omissis” e spedito alla Procura di Catanzaro, competente per questi casi.
E poi tante lettere alla famiglia, ai figli in particolare, in cui il “Supremo” si comportava da padre, a modo suo, nonostante la latitanza. Tante sono le lettere indirizzate dal boss, soprattutto quando la magistratura imbastì la pratica per la perdita di potestà dei figli. In una, in particolare, vi è una formula: “Prometto, mi impongo e giuro”. Una frase che Giardina definisce una sorta di formula d’iniziazione, poco prima di raccontare la frase che Condello gli avrebbe pronunciato privatamente. “E’ la frase che i cardinali pronunciano prima di entrare nel Conclave e il Colonnello Giardina dovrebbe saperlo” tuona il “Supremo”.
Una frase pronunciata prima del “silenzio” del Conclave. Simile al silenzio squarciato dalla rivelazione di Giardina. Un silenzio che, per Pasquale Condello, doveva restare tale.




