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Violenza sessuale 13enne: “L’inferno e l’omertà” per paura della ‘ndrangheta

3 Settembre 2016
in CITTA, Reggio Calabria
Tempo di lettura: 3 minuti
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Conferenza stampa arresti violenza sessuale 13enne

Tredici anni, famiglia disgregata, tanto bisogno d’amore da cercarlo fra le braccia di un uomo che poi si è rivelato diverso dal suo sogno. Gli investigatori descrivono così la vittima di violenza sessuale di appena 13 anni protagonista di una storia “raccapricciante”. Parlano di “reato particolarmente atroce” raccontando quella che il gip non ha esitato a definire una vera e propria “discesa agli inferi” di una ragazzina di 13 anni costretta a fare sesso per due anni con Giovanni Iamonte, figlio del boss di ‘ndrangheta Remingo, appartenente all’omonima cosca egemone nel territorio reggino e di Melito di Porto Salvo.

La ragazzina, oggi sedicenne, che si trova in una località riservata, aveva 13 anni quando ha iniziato a subire delle avance da Iamonte, di molti anni più grande di lei, e non ci ha visto nulla di sbagliato. All’inizio, infatti, è convinta della sua storia d’amore. Invece, l’uomo, all’epoca 27enne, secondo quanto riferito dagli investigatori, l’ha prima sedotta e poi costretta ad avere ripetuti rapporti sessuali in luoghi diversi oltre che con lui anche con i suoi amici che la violentavano a turno (leggi i nomi).

I reati contestati sono: violenza sessuale di gruppo aggravata, atti sessuali con minorenne, detenzione di materiale pedopornografico, violenza privata, atti persecutori, lesioni personali aggravate e di favoreggiamento personale. Le persone arrestate sono 9, tra questi uno all’epoca dei fatti era minorenne.

Il tema denuncia e la condizione di soprusi in cui la 13enne vive. Terrore puro con un solo sguardo

Giovanni Iamonte andava due volte alla settimana “a prelevare”, queste le parole usate dagli inquirenti, la bambina oggetto dei suoi giochi sessuali, fuori dalla scuola media che frequentava, la faceva salire in macchina e la costringeva ad avere rapporti, spesso anche violenti. La vittima, infatti, dopo aver trovato il coraggio di raccontare tutto, ha parlato di jeans strappati e del terrore che l’uomo le incuteva con un solo sguardo. A scuola la giovane vittima in un tema in cui le si chiedeva di parlare della propria famiglia fa capire di subire abusi sessuali. Partono le indagini e solo dopo l’avvocato di famiglia conferma che i fatti stavano proprio come gli investigatori avevano ricostruito. La ragazzina non poteva liberarsi da quella che era diventata una vera e propria schiavitù e nemmeno frequentare altri ragazzi. Gli investigatori, infatti, hanno raccontato che Giovanni Iamonte e il suo gruppo, non hanno esitato e picchiare e minacciare, costringendola a tacere sui fatti, un “fidanzatino” della vittima, finito ugualmente nei guai per aver taciuto.

La morsa della ‘ndrangheta e il timore di parlare anche degli orrori subiti

E’ l’estate 2015 e la ragazzina subiva violenze dal 2013. Gli investigatori sentono i genitori, entrambi legati in un modo o nell’altro per lontane parentele o rapporti lavorativi, agli Iamonte e per questo reticenti a parlare per timore di subire ripercussioni. Minacce, che a detta dei procuratori Gaetano Paci e Federico Cafiero De Raho, sarebbero ugualmente arrivate per intimorire chi in seguito aveva deciso di raccontare tutto. Una sottomissione psicologica di cui erano vittime tutti: genitori e anche la 13enne investita anche del peso “dell’onore della famiglia”. Solo il padre, dopo aver scoperto tutto, decide di affrontare il gruppo di ragazzi. Finiscono le violenze sessuali.

“Non è possibile – ha sottolineato De Raho – che anche davanti a fatti tanto riprovevoli si stia zitti. Questa è la ‘ndrangheta. Questo è il potere che ha. Addirittura costringe con la sua sola presenza a far tacere su delle violenze sessuali subite da una bambina di 13 anni”.

Tags: Carabiniericosca IamonteDe RahodenunciaMelito di Porto Salvondranghetaviolenza sessuale
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