Moltissimi studi negli ultimi anni hanno messo in luce i benefici generali sulla salute di diete vegetariane, a patto che siano rigorosamente controllate per garantire un completo apporto nutrizionale, rispetto a stili di alimentazione ricchi di carne e cibi di origine animale. Tuttavia non sono ancora presenti studi che indichino una relazione convincente tra rischio di malattie in assoluto (quindi non solo cancro) e un modesto consumo di proteine animali. Quando si parla di modificazioni drastiche dello stile di vita è bene prendere in considerazioni gli effetti sulla persona nella sua globalità (e quindi su tutte le possibili malattie di cui si può fare prevenzione) e non solo del cancro. Per un consumo salutare della carne bisogna invece rispettare le dosi consigliate. Il World Cancer Research Fund raccomanda non più di 300 grammi a settimana, mentre suggerisce di consumare almeno cinque porzioni di frutta e verdura per un totale di almeno 400 grammi al giorno. L’Harvard School of Medicine restringe il limite di consumo di carni rosse a porzioni non superiori a 80 grammi, al massimo due volte a settimana. Lo IARC ha concluso che il consumo al di sotto dei 500 grammi alla settimana non costituisce un pericolo per la salute. In conclusione, la carne rossa – e in particolare la carne rossa lavorata – è un cancerogeno umano, cioè è in grado di indurre mutazioni a livello del DNA delle cellule. Una gran mole di studi condotti nel tempo ha dimostrato che un consumo abbondante di carne rossa, soprattutto se lavorata e cotta ad alte temperature, aumenta il rischio di sviluppare molte malattie, prima fra tutte il cancro al colon-retto. È bene quindi “limitare” il consumo di proteine animali e sostituire la carne rossa, ogniqualvolta possibile, con pollo o pesce, o meglio ancora con proteine vegetali come i legumi e la soia. Infine, vanno fortemente limitate, se non evitate, le carni lavorate come i salumi e quelle molto cotte e abbrustolite. In generale tre quarti di ciò che mangiamo complessivamente dovrebbe essere costituito da cibi vegetali. Anche il professor Calabrese, noto nutrizionista italiano, in questi giorni intervistato dalle più svariate testate giornalistiche, ha invitato alla cautela nel diffondere allarmismi di questo genere. Il problema della “carne lavorata”, ha spiegato, non è la carne in sé, ma appunto la sua lavorazione: sono le temperature molto alte e l’aggiunta di grassi che lo determinano. Per ulteriore rassicurazione Calabrese ha aggiunto che l’industria italiana per la lavorazione della carne usa tecniche all’avanguardia, di altissimo livello. I prodotti sono tutti controllati e sicuri al cento per cento. “Non è un caso che tutta questa faccenda abbia preso il via dalla Gran Bretagna. Lì sono molto più a rischio perché hanno un consumo massiccio e spericolato di certi alimenti. Pensiamo al barbecue ad esempio. Quello è il modo peggiore per cuocere la carne, uno dei più pericolosi. Dunque il messaggio vale più per alcune popolazioni che non per altre. Di certo non è diretto ai Paesi poveri per esempio, visto che quelli non sanno nemmeno cosa sia la carne lavorata. Si sono rivolti soprattutto alle nazioni più industrializzate e in particolare a quelle che hanno più volte dimostrato di fare scelte sbagliate nel campo della sicurezza alimentare. Se si pensa ad esempio che di recente per proteggere il consumatore in Gran Bretagna hanno scelto di classificare con il bollino rosso l’olio extra vergine d’oliva e il latte e con il bollino verde la RedBull e la CocaCola Zero, abbiamo detto tutto!”.





