
di Claudio Labate – Chissà quanto tempo ci vorrà adesso. Chissà per quanti anni sconteremo lo scotto e l’onta, di aver avuto un Consiglio comunale sciolto per contiguità agli ambienti criminali.
Chissà quanti, già adesso, al di là dei confini regionali, sono guardati con occhi diversi, con diffidenza. Perché è inutile negarlo, il provvedimento del Governo e le parole del Ministro Cancellieri se da una parte chiudono, ma solo politicamente, un’epoca, dal’altra aprono una parentesi in cui la città e i suoi cittadini sono chiamati a recitare la parte dei protagonisti. Ma non come fino ad oggi. Come parte di una cartolina sbiadita in cui doveva essere privilegiato l’aspetto dell’apparire, dell’immagine. Quasi una malattia, nella nostra città.
In tanti, per opportunismo o solo per evocare tempi duri, hanno accostato questo periodo storico vissuto dalla città con quello che fu la Rivolta. Solo che i due casi, tenendo ben presente le conclusioni della vicenda, sono diversi. Mentre nel periodo post Rivolta la città fu costretta a subire un certo ostracismo da parte della macchina statale (ancora oggi si dice che si sta scontando lo scotto degli anni ’70), oggi nel post decisione Cancellieri la città ha un vantaggio: può gestire la sua rinascita, perché, e dobbiamo per forza di cose prendere per buone le parole del Ministro, lo Stato aiuterà la città. Sarà vero? Insomma la Rivolta e lo scioglimento del Consiglio comunale, in comune hanno solo quello di aver segnato un primato per la città (la prima rivolta di popolo post seconda guerra mondiale ed il primo capoluogo di provincia ad essere sciolto per mafia). Essere la prima in determinate graduatorie, d’altra parte, è una peculiarità tutta calabrese e, in questo caso, reggina. Qui, ormai, non è il caso di dire se quei primati siano da considerarsi positivi o negativi. Il punto di vista non sarà mai univoco. E allora, per una volta, quel concetto di appartenenza ad una comunità, sì sfortunata, ma finalmente artefice del proprio destino, sfruttiamolo a vantaggio esclusivo della città.
Ho sempre pensato che dire “sono rimasto a Reggio perché amo questa città” fosse una frase che da sola avrebbe in qualche modo fatto capire al mio interlocutore chi avesse davanti. Oggi sono tanti quelli che dicono di essere rimasti in questa città perché vogliono farla crescere, questa città rimane sempre ben ancorato al palo della mediocrità. Dunque, la mia, quella dei trentenni, è una generazione che ha sostanzialmente fallito. Non è riuscita a farsi carico dei problemi della città, traducendoli nella volontà precisa di voltare pagina. Una generazione che è rimasta a guardare, magari accontentandosi delle briciole, piuttosto che mettersi in gioco seriamente. Certo, si potrebbe dire ma con chi ti misuri? Con chi ti metti in gioco? Mi misuro con i miei coetanei, e quindi con la mia generazione, con la mia coscienza di cittadino, con una classe dirigente che se sento che non mi rappresenta non devo votarla.
Ci siamo portati appresso per troppo tempo un vizio d’origine. Quello di essere un po’ tutti, con i nostri atteggiamenti, indolenti e non curanti. Ci siamo fatti portatori, un po’ tutti, di una cultura che inconsciamente o colpevolmente, fate voi, ci è stata tramandata dagli adulti. Dai nostri genitori, che non smettevano di cercare “il santo in paradiso” convinti di farci un favore; dai datori di lavoro che dopo averti sfruttato per anni, magari in nero, magari firmando buste paga non reali, continuano a pretendere riconoscenza; e poi dagli amici, un po’ bulli un pò “d’onore”, che, disoccupati, girano su auto lussuose sempre in compagnia di belle ragazze.
Allora mi domando, ma noi, al di là di tutto, la nostra parte quando la facciamo?
Questa è l’ora dei giovani. Indipendentemente da come è andata a finire, i giovani devono considerare lo tsunami commissariamento alla stregua di un nuovo inizio. Di una pagina tutta da scrivere, e se serve, da riscrivere ancora. Giovani di Reggio, studenti e non, a questa città non scorre più sangue caldo nelle vene, ed è per questo che occorre uscire allo scoperto. Serve uno scatto d’orgoglio e la volontà di non delegare più ad altri il nostro futuro. Serve raccogliere questo testimone, seppur malconcio, che ci ha lasciato la politica (e non questo o quel partito…) e portarlo fino al prossimo step, consegnandolo, possibilmente in buone condizioni a chi verrà dopo di noi. Ma serve che si scenda in campo adesso. Che non si perda un minuto di più, che non si lasci spazio ai soliti ignoti, sempre pronti ad occupare i vuoti perenni nella società civile.
Allora giovane reggino, alzati e cammina. Questo è il tuo momento. Sii artefice del futuro dei tuoi figli. Fai risorgere Reggio impegnandoti seriamente per questa città. L’ora è giunta. Non si può più derogare.




