La crisi che negli ultimi anni ha colpito l’economia italiana non ha risparmiato il settore occupazionale. L’Italia, specie nelle regioni del Meridione, ha subito una flessione per quel che concerne il lavoro molto dura e la Calabria è la regione con il più alto tasso di disoccupazione, lavoro nero e contratti irregolari.
Questo comporta, di conseguenza, una riduzione sul fronte della creazione di posti di lavoro ed un aumento della distruzione dei posti di lavoro. Il dato, nello specifico, è stato analizzato nell’ultimo rapporto Istat sulla condizione del Paese. Secondo l’Istat La Calabria è l’ultima per quel che concerne l’occupazione maschile che è al 49,4%, unico dato positivo è quello di Catanzaro
L’analisi dell’intensità delle variazioni dello stock di occupati delle singole imprese (turnover occupazionale) offre utili indicazioni sulle caratteristiche di questi andamenti.
Nel Mezzogiorno appare più preoccupante la situazione di alcune province della Calabria e di tutte quelle della Sardegna (tranne Oristano) il cui elevato livello di turnover è spiegato essenzialmente da un’alta incidenza di posti distrutti. Tutte le province della calabria espellono ben oltre l’11,6% di posizioni lavorativemente accentuate con la crisi, tanto che il Mezzogiorno sta sempre più allontanandosi dal resto del Paese (Figura 3.29). Nelle regioni del Mezzogiorno il tasso di occupazione scende al 42,0 per cento (4,1 punti percentuali in meno rispetto a cinque anni prima) a fronte del 64,2 per cento delle regioni settentrionali (-2,7 punti rispetto al 2008) e del 59,9 per cento di quelle del Centro (-2,8 punti). Tutte le tendenze sin qui esaminate sono più accentuate nel Sud e nelle Isole, aggravando la nota debolezza strutturale del mercato del lavoro di questa area. Il calo dell’occupazione ha avuto ripercussioni sulla composizione familiare e la presenza di occupati all’interno delle mura domestiche. Nel Mezzogiorno questo effetto è ancora più marcato: da un lato si riducono ulteriormente le famiglie con almeno un componente tra 15 e 64 anni e senza pensioni da lavoro che possono avvalersi di due o più occupati in casa, dall’altro, pur aumentando quelle con un solo occupato, crescono quelle in cui non è presente alcun occupato (circa una su cinque nel 2013 contro il 6,7 per cento nel Nord e l’8,4 per cento nel Centro). Tra le famiglie che hanno un solo occupato crescono inoltre quelle in cui l’unico percettore di reddito da lavoro è donna e l’incremento è maggiore proprio nel Mezzogiorno (10,1 per cento del totale delle famiglie con almeno un componente di 15-64 anni nel 2013, +2,3 punti dal 2008)(Figura 3.30). Riguardo le famiglie con un solo occupato maschio queste sono diffuse soprattutto nel Mezzogiorno, specialmente in Puglia, Sicilia e Campania, mentre le regioni con una quota maggiore di breadwinner donne sono la Valle d’Aosta e la Liguria.
Tassi di occupazione
Bolzano apre la graduatoria del tasso di occupazione maschile, chiude la Calabria con il 49,4%. Quattro regioni del Mezzogiorno presentano valori del tasso di occupazione femminile pari a meno della metà del corrispondente della Provincia autonoma di Bolzano: si tratta di Sicilia, Campania, Calabria e Puglia. 30,8% 18 posto 2012, 28,8% 19 posizione nel 2013. Il tasso di occupazione nelle diverse province calabresi non supera il 50% per i maschi e il 32% per le donne, tranne nella provincia di Catanzaro, dove per i maschi il tasso di occupazione si staglia tra il 54,5% e il 65,2%, e per le donne tra il 32,5% e il 45,8%. Mentre le province con tasso di occupazione minimo maschile, inferiore al 50%, sono Vibo Valentia, Reggio Calabria, Cosenza e Crotone, assieme a Napoli e Caltanissetta. Nelle medesime province, inoltre, meno di 3 donne su 10, tra 15 e 64 anni, lavorano. Considerando il tasso di mancata partecipazione le situazioni più difficili sono nel Mezzogiorno.
In quest’area si riscontra una situazione di forte criticità che si diffonde in tutta la Calabria e la Sicilia, in Campania (più grave per Napoli, Caserta e Benevento), in Puglia (dove è particolarmente elevato il tasso per le donne, con la sola eccezione di Taranto, e per gli uomini a Foggia e Barletta-Andria-Trani).
L’Irap: gli effetti sul costo del lavoro
L’Irap è un’imposta che grava sul valore della produzione netta prodotta da imprese, professionisti ed enti pubblici e privati nel territorio statale. In vigore dal 1998 (D. Lgs. 446/97) è dovuta alla regione nel cui territorio è realizzato il valore della produzione netta. Essendo l’Irap commisurata al rendimento complessivo dei fattori produttivi, capitale – incluso il capitale di debito – e lavoro, essa contribuisce a ridurre gli effetti distorsivi del prelievo sull’impiego dei fattori produttivi e il vantaggio fiscale per il finanziamento con debito rispetto a quello con capitale proprio. L’Irap concorre ad aggravare il carico fiscale sul costo del lavoro. Con riferimento all’aliquota ordinaria, sono poche le regioni che ne hanno disposto la riduzione (Sardegna, province di Trento e Bolzano), più numerose invece quelle che hanno introdotto maggiorazioni entro il limite consentito (Marche, Lazio, Molise, Abruzzo, Campania, Puglia, Calabria, Sicilia)





