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Università? Ben venga la rivoluzione

27 Novembre 2008
in Reggio Calabria
Tempo di lettura: 3 minuti
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di Marisa Cagliostro* –
Ho seguito, come faccio sempre quando mi è possibile, l’ultima trasmissione di Santoro soprattutto per ascoltare quello che i giovani – studenti e ricercatori- si aspettano oggi dall’Università

e dalla vita nel nostro Paese. E’ un momento in cui, alla situazione già difficile e quasi ingovernabile del degrado delle istituzioni locali e regionali del meridione, si è aggiunta una altrettanto grave crisi finanziaria internazionale, che complica la ricerca di soluzioni anche ai problemi preesistenti.

Sono stata favorevolmente sorpresa dalla loro maturità e dalla lucidità di analisi del momento contingente e mi auguro che le loro richieste, tutte condivisibili trovino accoglienza presso questa compagine governativa.

Note stonate nella trasmissione ovviamente non ne sono mancate soprattutto nella presenza ingombrante e irritante del parlamentare attore Luca Barbareschi, assolutamente inadeguato ad affrontare gli argomenti in discussione come la ricerca e la scuola- pubblica s’intende- e in quella altrettanto egocentrica dell’architetto Fuksas che, ormai affermato a livello internazionale, non perdona a qualcuno dell’ambiente universitario di averlo ostacolato nelle sue affermazioni e quindi continua a sparare a zero contro tutti. E perché tanto astio contro la Facoltà di Architettura di Reggio Calabria? Affari evidentemente strettamente personali!

Vorrei tentare però di rispondere a me stessa prima che agli altri, cui pure mi rivolgo, cercando di fare un rapido esame della mia lunga e appassionata vita di docente “locale” in questo Ateneo, che coincide con tutta la storia più che trentennale della sua fondazione. Apprezzo molto la difesa puntuale fatta dai rappresentanti dell’Ateneo e della Facoltà, cui si è aggiunto un noto collega veterano di tante battaglie a favore dell’urbanistica: in effetti il tono spiccio con il quale Fuksas ha liquidato la prestigiosa istituzione cui appartengo facendone una piccola bottega di periferia nella quale si offrono prodotti di seconda scelta non è assolutamente accettabile e va –come è stato fatto egregiamente- prontamente ribattuto. Ma lungi da noi voler far credere che i problemi che investono da tempo le università italiane non abbiano toccato anche la nostra! Sarebbe un gesto di ipocrisia e facilmente confutabile da chiunque.  Se, come risulta dai nomi citati dai miei colleghi, Reggio è nata da una costola di Roma, questo ha significato non partire da zero e percorrere rapidamente i primi anni costitutivi a fianco di colleghi che hanno consentito di attivare Istituti, Laboratori, Dipartimenti, Corsi di laurea e organismi di governo della Facoltà che non potevano essere creati dal nulla o con risorse umane reperite solo ed esclusivamente in ambito locale se non per il personale amministrativo. Alcuni di noi “locali” hanno lasciato l’insegnamento nei licei o la libera professione perché attratti soprattutto dalla libertà di ricerca e dal prestigio della nuova istituzione universitaria. Si era negli anni settanta e le cosiddette baronie universitarie avevano il fascino e la giustificazione del prestigio nazionale e internazionale come era nella vicina Messina per i mostri sacri del diritto o della medicina. Così si costruiva a Reggio una Scuola di Architettura e si cominciavano a bandire i concorsi per creare un organico stabile. Per il ruolo di assistente ordinario- primo gradino oggi corrispondente al ricercatore – si doveva badare a difendere il proprio spazio da arrivi esterni guidati ma questo era ed è nelle cose e ci si è difesi con le armi dei propri studi e pubblicazioni e dell’attività svolta. Ad alcuni di noi è andata bene, altri sono andati presso altre università o hanno lasciato. Ma andando avanti la posta in gioco era più ricca e più contesa trattandosi di concorsi di livello superiore e Reggio come le altre sedi del Paese ha partecipato ad una “normale” predeterminazione di questi concorsi con esiti non sempre finalizzati a dare priorità al merito. Ben venga quindi una sana rivoluzione che riporti un po’ di aria pulita tra le mura dei nostri Atenei.

*Marisa Cagliostro

Professore associato di Storia dell’architettura

 Facoltà di Architettura

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