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Io, precaria dell’sitruzione

29 Ottobre 2008
in Lettere a Strill
Tempo di lettura: 2 minuti
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Oggi mi sento svuotata. Oggi mi hanno detto in faccia Perché hai studiato una vita? Perché hai pensato di poter fare l’insegnante? Perché ti sei lasciata fottere dalle illusioni e non hai mai pensato di trovarti un altro lavoro?

Oggi mi hanno detto in faccia che posto per me e per i miei compagni di strada non ce n’è. Oggi ci hanno elegantemente detto di non annaffiarlo più il giardino delle nostre speranze. Tanto ne usciranno fuori solo fiori marci. Sfioriti prima di nascere.

Ci hanno detto che noi precari possiamo cominciare a guardarci intorno, impauriti, per trovare un altro lavoro. Come se fosse una caccia al tesoro. Un gioco di dadi. Ci hanno detto che siamo scomodi per questo sistema che vuole abituare gli uomini a non pensare più, a vivere come automi, come macchine, senza un pensiero, un’idea, un’opinione.

Vogliono imbottirci di falsi ideali. Farci credere che una barzelletta può aiutarti a vivere meglio, non ad allietarti solo un istante.

Ci hanno detto che non serviamo più.

Fate largo, amici, bisogna tagliare. I più vecchi non hanno dove andare, per voi è tempo di cambiare!

Eppure le nostre ossa sentono già il peso dei pochi e intensi anni di precariato e pendolarismo.

I nostri occhi sentono di continuo il bruciore per aver scorso intere pagine di libri e di web per rendere le lezioni per i nostri alunni palestre di vita, boccate d’ossigeno e non show assordanti per distrarli dalla bruttezza del mondo. Le nostre gambe non smettono il loro viavai energizzante che carica per rendere al meglio le nostre prestazioni di docente-atleta-attore.

Che gara persa in partenza! Nemmeno il tempo di sentire il colpo della pistola dopo il three, two, one, BANG!

Ritiro obbligato. Comparse mute rimaste dietro le quinte di uno spettacolo assurdo. Battute dimenticate. Copioni ridotti a brandelli. Costumi stracci stramazzati in strade sterrate. Dialoghi mutati in monologhi disperati e sordi. Cala il sipario. Una tromba grida la fine di uno spettacolo noioso. Le luci calano. La folla si ritira.

Addio precario afflitto. Affamato e affannato affoghi i tuoi sfoghi in un afflato sfiatato.

Cosa ti resta di quest’anno sfigato?

Guardarlo ancora quel grigio mare caldo della tua terra dannata e amata

nella folle corsa di treni fantasma diretti verso il vuoto di una speranza vana.

 

Emilia Mazza

Comitato insegnanti precari di Reggio Calabria

 

 

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